di Edo Ronchi
(*) Tratto dal n. 1/2001 di
RivistAmbiente, in uscita
in gennaio.
Il fallimento della Sesta Conferenza delle Parti
della Convenzione sui cambiamenti climatici, tenuta all'Aja nel novembre
scorso, ha suscitato una forte preoccupazione sulla possibilità di arrivare
realmente, ed in tempi rapidi, alla ratifica e operatività del protocollo di
Kyoto, finalizzato alla riduzione delle emissioni dei gas di serra.
Il Protocollo di Kyoto (1997) fissa un impegno
globale di riduzione delle emissioni di gas di serra dei Paesi industrializzati
e dei Paesi ad economia in transizione, del 5,2% delle emissioni del 1990, da
realizzarsi entro il 2008-2012.
Senza l'operatività del Protocollo di Kyoto, le emissioni di tali paesi, entro il 2008-2012, aumenterebbero di circa il 15%, con un aggravamento dell'effetto serra.
Le anticipazioni del Terzo Rapporto dell'IPCC (il
Panel degli scienziati di tutto il mondo che svolge una funzione di supporto
tecnico e scientifico della Convenzione sui cambiamenti climatici) rese note
alla vigilia della Conferenza dell'Aja, evidenziano chiaramente che la riduzione
prevista dal Protocollo di Kyoto non sarà sufficiente a stabilizzare il clima;
sarà solo un primo e positivo passo di un cammino che dovrà andare verso più
consistenti riduzioni.
Se dovessero mancare anche le riduzioni previste dal
Protocollo di Kyoto, andremmo incontro al rischio di un'accelerazione delle
previsioni più pessimistiche: scioglimento dei ghiacci, innalzamento del
livello dei mari, intensificazione dei fenomeni atmosferici estremi.
Su quali punti si è arenata la trattativa fra Unione
Europea e Stati Uniti all’Aja?
Su tre questioni rilevanti: se fissare o meno un
tetto quantitativo che limiti il ricorso ai “meccanismi flessibili”; come
contabilizzare gli assorbimenti di CO2 in riduzione degli impegni nazionali e
nel ricorso ai "meccanismi flessibili"; quale sistema adottare per il
controllo dell’attuazione degli impegni di riduzione previsti dal Protocollo. I
meccanismi flessibili del Protocollo sono tre: Joint Implementation, Clean
Development Mechanism ed Emission Trading.
Il primo meccanismo flessibile (Joint
Implementation, JI) si riferisce alla possibilità di accordi fra i Paesi
industrializzati e Paesi delle economie in transizione (paesi che nel
Protocollo sono le parti dell'Annesso I) per ridurre le emissioni dei gas di
serra con progetti o programmi realizzati congiuntamente tra due o più paesi.
Il secondo (Clean Development Mechanism, CDM)
prevede che i Paesi industrializzati possano, con investimenti sia pubblici sia
privati, realizzare progetti di riduzione delle emissioni nei Paesi in via di
sviluppo e quindi scontare, dal proprio impegno di riduzione, le quantità
diminuite in quei Paesi.
Il commercio dei permessi di emissione (Emission
Trading), il terzo meccanismo flessibile, consente di acquistare un permesso di
emissione da un paese che riduce le proprie emissioni più di quanto previsto
dal Protocollo e quindi dispone di un credito vendibile.
Gli USA, insieme al Giappone, al Canada e
all'Australia hanno
proposto all'Aja che ogni paese industriale possa
raggiungere il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni di gas di serra
utilizzando, senza limiti, i meccanismi flessibili previsti dal Protocollo di
Kyoto.
L'Unione Europea sostiene invece che la parte
principale della riduzione deve essere realizzata nei paesi industriali perché
questo, in realtà, sarebbe l'unico modo per attuare un'effettiva riduzione
globale.
Si fa, in proposito, l'esempio della Russia che,
sulla base del Protocollo di Kyoto, entro il 2012 sarebbe obbligata ad avere le
stesse emissioni del 1990.
Nel 1999 la Russia, per la crisi economica
gravissima degli anni '90, ha ridotto i consumi di combustibili fossili e
quindi anche le emissioni di CO2 del 29%.
Se gli USA potessero comprare questo credito russo,
chiamato "hot air", che supera il loro impegno di riduzione,
assolverebbero l'impegno del Protocollo senza toccare le loro emissioni
nazionali che, benché riferite solo a circa il 4% della popolazione mondiale,
rappresentano ben il 23% del totale delle emissioni di gas di serra.
Un secondo tema controverso riguarda i
"sinks", i "pozzi" di assorbimento di carbonio. Gli USA
vorrebbero inserire, sia nelle riduzioni nazionali sia nei meccanismi
flessibili, gli assorbimenti prodotti dalla coltivazione delle foreste.
L'Unione Europea, data la difficoltà a misurare tali
assorbimenti, teme che diventino scappatoie rispetto agli impegni nazionali di
riduzione nei settori dei trasporti, della
produzione di energia elettrica e industriale.
Il terzo nodo controverso riguarda la richiesta
europea di consentire il ricorso ai meccanismi flessibili del Protocollo solo
se è stato reso operativo un sistema di controllo (compliance system) globale
del rispetto degli impegni previsti dal Protocollo.
Gli USA propongono, invece, di consentire subito
l'avvio dei meccanismi flessibili e di arrivare ad un sistema di controllo solo
in un momento successivo.
La Conferenza dell'Aja non ha sciolto questi
dissensi ed ha rinviato le sue conclusioni ad una nuova sessione che dovrebbe
tenersi entro maggio/giugno del 2001.
Contrariamente a quanto ha scritto la gran parte dei
commentatori sulla stampa italiana, ritengo probabile che entro tale data si
arriverà ad un compromesso che consentirà di ratificare e rendere operativo il
Protocollo di Kyoto.
Per alcune ragioni, non eludibili.
I cambiamenti climatici, connessi all'aumento della
concentrazione dei gas di serra, sono percepiti dall'opinione pubblica mondiale
come grave emergenza: il rapporto 2000 dell'Organizzazione Meteorologica
Mondiale ha evidenziato dati estremamente preoccupanti sulla intensità e la
frequenza degli eventi atmosferici estremi che nel 1999 avrebbero provocato
almeno 35.000 morti e danni pari a non meno di 40 miliardi di dollari (rispetto
a 9 miliardi di dollari provocati da questi eventi alla fine degli anni '50).
Si comincia, inoltre, ad avere seri timori dei costi
anche economici, sia nei Paesi industrializzati sia in quelli in via di
sviluppo, che possono venire da una intensificazione
delle anomalie climatiche e da un aumento del livello del mare.
Il G8 del primo semestre del 2001 avrà una
presidenza italiana. Nel marzo del 2001 si terrà in Italia il vertice dei
Ministri dell'Ambiente del G8: un accordo in questa sede porterebbe a superare
i contrasti dell'Aja.
La Presidenza italiana avrà l'occasione, che spero non
sciuperà, di proporre al G8 una base possibile di accordo: se lavora bene ha la
possibilità di costruire una conclusione positiva della Sesta Conferenza delle
parti e quindi di sbloccare la ratifica del Protocollo di Kyoto.
Se la strada di un accordo con gli USA non dovesse
risultare percorribile, occorrerà percorrere una via di riserva.
55 paesi pronti alla ratifica ci sono e l'Unione
Europea (24,2% delle emissioni del 1990), insieme alla Russia (17,4% delle
emissioni), ai paesi dell'Europa Centro Orientale (7,4%) e al Giappone (8,5%)
costituiscono un totale di 57,5% di emissioni, superiore al 55%: la quota
necessaria per far entrare in vigore il Protocollo anche senza l'accordo degli
USA che sarebbero comunque tenuti a rispettarlo, una volta che fosse vigente.
Sia la via principale, quella di un accordo
generale, sia quella di riserva, di un accordo che rappresenti il 55% delle
emissioni, sarebbero più agevoli se si cominciassero ad attuare le politiche e
le misure previste dal Protocollo e se si dimostrasse, come è possibile, che
molte sono anche economicamente convenienti; più che costi sono, infatti,
investimenti: investimenti in efficienza energetica ed in fonti rinnovabili.