2002:
dieci anni dopo Rio (*)
di
Edo Ronchi
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Questo articolo è in fase di pubblicazione su RivistAmbiente
n. 1/2001
Il 2002 sarà, a livello internazionale, l’anno del bilancio, dieci anni dopo, della Conferenza di Rio: la più importante e partecipata conferenza delle Nazioni Unite che ha proposto una strategia dello sviluppo sostenibile e le misure necessarie per realizzarla, raccolte nell’Agenda 21.
A settembre, a Johannesburg (Sud Africa), si terrà il nuovo World Summit Sustainable Development che farà il punto sulla situazione e aggiornerà la strategia internazionale e le proposte per uno sviluppo sostenibile.
Il bilancio, dieci anni dopo Rio, è negativo; la crisi ecologica globale sta peggiorando: la concentrazione di gas di serra in atmosfera è in aumento, il consumo di combustibili fossili è in aumento come quello dei materiali e dei rifiuti. A causa dell’aumento dell’inquinamento, per la riduzione delle foreste equatoriali, l’aumento dell’aridificazione e della desertificazione, per prelievi troppo elevati, continua la crisi della biodiversità ed un consumo insostenibile di risorse naturali.
Ci si interrogherà, quindi, sulle carenze della strategia di Rio e, soprattutto, in vista del nuovo vertice mondiale, si cercheranno strategie ed iniziative più efficaci.
Il dibattito e la riflessione sono iniziati.
Il 24/25 settembre 2001 si è svolto un meeting della regione Europea (non solo UE), a livello ministeriale in preparazione del summit di Johannesburg.
Anche in quella sede il bilancio è stato negativo (“L’ambiente e le risorse naturali continuano a deteriorarsi a tassi allarmanti”).
Le proposte avanzate, pur contenendo interessanti riflessioni, in particolare sul rapporto tra commercio internazionale lo sviluppo sostenibile e sulla necessità di un più forte sistema di “Governance” dei trattati internazionali, non mi pare colgano le due questioni fondamentali: il neoliberismo ed un modello insostenibile dei consumi.
Nelle
sedi internazionali (finanziarie, economiche e politiche) e nei Paesi che più
contano, oggi prevale una concezione neoliberista dello sviluppo. Tale
concezione è incoraggiata dai positivi risultati economici del decennio passato
e dal crollo dei regimi, ad economia statalizzata, socialisti.
Se dovessimo fare un esempio di pensiero unico, citeremmo oggi proprio la concezione neoliberista dello sviluppo. Come è noto, per tale concezione, la liberalizzazione dei mercati è la misura necessaria e sufficiente per promuovere lo sviluppo.
Tale sviluppo economico consentirebbe di affrontare, con le risorse economiche crescenti e con le innovazioni tecnologiche in continuo miglioramento, anche le problematiche ambientali. Quindi, per tale concezione, lo sviluppo sostenibile, sarebbe il risultato della liberalizzazione dei mercati e della conseguente, continua, crescita economica e tecnologica.
Negli ultimi dieci anni, la crescita economica mondiale è stata molto sostenuta, intorno al 3% all’anno e la liberalizzazione dei mercati insieme al commercio mondiale hanno fatto enormi passi avanti. Sono, però, anche cresciute le emissioni inquinanti di gas di serra ed i consumi di risorse naturali, più in generale è cresciuta l’insostenibilità dell’attuale tipo di sviluppo.
Il prossimo decennio come sarà?
La popolazione mondiale, intanto, crescerà ulteriormente di altri 600-700 milioni di persone. Il grosso della crescita economica sarà, inoltre, concentrato nei paesi di nuova industrializzazione che ospitano circa 4 miliardi di persone (più della metà solo in Cina ed in India): paesi a media tecnologia, dove la crescita economica è molto inquinante ed ad alto consumo di risorse per unità prodotta.
Sia l’incremento della popolazione mondiale, sia la crescita economica con le caratteristiche già descritte, se non intervengono rilevanti correzioni alle tendenze in atto, produrranno un ulteriore aggravamento dell’insostenibilità e delle crisi ecologiche globali.
Occorre convincersi che l’attuale tipo di sviluppo non può essere né estendibile alla gran parte della popolazione mondiale, né può durare a lungo.
Per convertirlo ed orientarlo verso la sostenibilità, è necessario regolare ed orientare l’economia di mercato in modo che sia posta in condizione di valutare sia i costi effettivi, sia gli effettivi vantaggi ambientali.
Quando si parla di “regolare ed orientare l’economia di mercato”, i neoliberisti si scandalizzano e lanciano anatemi.
No, non si tratta di riproporre economie pianificate da paese socialista, definitivamente accantonate dalla storia: l’alternativa all’incendio non è necessariamente un’alluvione, il fuoco si può spegnere anche senza morire affogati!
E poi la si smetta di dire che il mercato non sopporta le regolazioni, come dicono i fondamentalisti liberisti.
L’economia di mercato vive perché è regolata, da norme economiche, amministrative e finanziarie, con politiche attive che determinano i tassi di sconto, l’allargamento o la restituzione del credito, il prelievo fiscale, la spesa pubblica e via dicendo. Il problema è che l’attuale tipo di regolazione dell’economia di mercato è inadeguato ed insufficiente per mantenere, anzi per portare, lo sviluppo sui binari della sostenibilità.
Le politiche e le misure per regolare ed orientare l’economia di mercato verso la sostenibilità ci sono e sono ben note: un sistema di indicatori che permetta di valutare gli impatti ambientali ed il consumo di risorse ed un sistema di contabilità che obblighi a tenerne conto; regole per il commercio internazionale che facciano rispettare i vincoli ambientali; riforma della fiscalità in direzione ecologica; efficaci sistemi di controllo; promozione con certificazioni, ed incentivazione dell’ecoefficienza delle imprese e dei prodotti e promozione di iniziative per riqualificare e convertire i modelli di consumo.
Quella dei consumi è la seconda grande questione, affrontata a mio parere in modo inadeguato a Rio, e che è invece cruciale per cambiare rotta.
E’ fuor di dubbio che per circa un miliardo di persone che vive con meno di un dollaro al giorno il problema è la sopravvivenza, quindi la crescita dei propri consumi.
Ma anche il miliardo di persone dei paesi più ricchi ed industrializzati, con un reddito medio 80 volte superiore a quello dei più poveri, continuano a concepire il proprio progresso ed il proprio benessere come crescita della quantità di merci consumate. E ciò è poco razionale, oltreche insostenibile: si comprano auto sempre più grandi e potenti, sempre più auto che vanno a 150-160 Km/h ed oltre per usarle in città ad una velocità media di 25 Km/h.
Si consuma una quantità crescente di prodotti di breve durata che incrementano il livello dei consumi, ma con uno scarso beneficio reale.
Oltre un certo livello di sussistenza, l’utilità di un prodotto è un fatto essenzialmente culturale (di gusto, di status, di moda, di distinzione) e, come tale, espandibile praticamente senza limiti.
Se è vero, come risulta, che il 40% del costo medio di un prodotto è un costo di marketing, vuol dire che il modello consumista ha trovato il modo di alimentarsi e di autoriprodursi in maniera sempre più allargata.
Questo modello di consumismo è una base fondante della insostenibilità dell’attuale sviluppo.
Se non si cambia il modello di consumo è inutile parlare di sviluppo sostenibile.
Il modello di vita e di consumo dei paesi più industrializzati arriva quotidianamente a contatto (con le TV satellitari, il cinema, i viaggi, la pubblicità delle imprese interessate ad aprire sempre nuovi sbocchi e nuovi mercati ai loro prodotti, Internet) con miliardi di persone dei paesi di nuova industrializzazione dove il nostro modello di vita e di consumo viene promosso come obiettivo e modello di riferimento.
In questo modo, un modello di consumo insostenibile, ad alto spreco di risorse, viene promosso presso altri miliardi di persone con gli esiti che non è difficile prevedere.
Il tema del consumo sostenibile è, ormai, un tema cruciale.
La Commissione Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite ha elaborato la seguente definizione di consumo sostenibile: “L’utilizzo di beni e servizi che rispondano alle esigenze fondamentali e determinano una migliore qualità della vita, minimizzando l’uso delle risorse naturali, dei materiali tossici, della produzione di rifiuti e di sostanze inquinanti durante il ciclo di vita, in modo da non sconvolgere le esigenze delle generazioni future”.
Che attenzione viene oggi prestata ai consumi sostenibili, nei termini indicati?
Pochissima, per non dire nulla. Si bada un po’ di più alla qualità dei consumi alimentari e poco altro: il tema della sostenibilità dei consumi è praticamente ignorato.
Per recuperare questo ritardo c’è molto da fare: estendere l’analisi del ciclo di vita dei prodotti, promuovere l’eco-progettazione, adeguare le etichettature, correggere ed integrare la pubblicità, formare ed informare il pubblico, promuovere servizi di supporto di consumi sostenibili, valorizzare le nuove opportunità di business.
Per esempio, incoraggiando la tendenza a sostituire la vendita di un prodotto con quella del servizio fornito, in modo da razionalizzare l’impiego dei prodotti che durano a lungo (per esempio, auto in leasing o col servizio di car sharing).
Il consumo sostenibile non può essere, né deve essere percepito, come “neopauperismo”: è un modello di consumo più sobrio, ma che propone un miglioramento della qualità della vita.
Pare a me evidente il fatto che, se tale modello di consumo non fosse in grado di proporre, contemporaneamente, sostenibilità e miglior benessere, non avrebbe molta fortuna.
Nemmeno si può pensare ad una soluzione puramente tecnologica e/o economica del problema: il consumo sostenibile richiede attenzione alle diversità, territoriali e culturali e cambiamenti antropologici, di convinzioni, di comportamenti, di abitudini.
Sono i cambiamenti veri, proprio per questo i più difficili da realizzare.