La
certificazione della qualità igienica degli alimenti:
una
nuova opportunità per le industrie alimentari (*)
di Vito Rubino
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Con l’elaborazione della norma UNI
10854 relativa alla progettazione e realizzazione di un sistema di autocontrollo
basato sul metodo haccp le industrie alimentari hanno acquisito un nuovo
strumento per la promozione della propria immagine sul mercato, particolarmente
importante in un periodo come questo dominato dalla diffidenza del consumatore
disorientato dai molti e ben noti recenti scandali. Attraverso l’applicazione
delle linee–guida tracciate dall’UNI le imprese alimentari possono ottenere
una «certificazione» della igienicità del processo produttivo, strumento
inedito e particolarmente importante nella prospettiva della evoluzione della
legislazione comunitaria (e nazionale) sull’igiene degli alimenti attualmente
in fase di discussione al Parlamento europeo[1]
.
Per comprendere appieno la portata di
questa innovazione occorre tracciare brevemente le linee di sviluppo del
concetto di certificazione nel settore alimentare. Come è noto la «certificazione»
è uno strumento volontario definito dalla norma EN 45000 come «l’atto
mediante il quale una terza parte attesta con sufficiente livello di fiducia che
un determinato prodotto, processo o servizio è conforme ad una data norma o
regola tecnica». Le regole tecniche sono norme concordate a livello
internazionale da organismi riconosciuti[2] mediante le quali vengono
definite le caratteristiche di standardizzazione elaborate da un comitato
tecnico costituito appositamente e supportato da comitati in ambito regionale
(es. Europa) e nazionale (es. Italia). La situazione così descritta va
rapportata all’ambito alimentare le cui peculiarietà dettate dall’estrema
varietà dei prodotti e dalla difficoltà di assoggettare ciascuno di essi a
regole fisse (lo «standard» appunto)[3],
hanno orientato gli imprenditori a partire dai primi anni ‘90, allorquando si
è cominciato a parlare in modo diffuso di certificazioni nell’industria
alimentare, a scegliere la «certificazione di sistema» secondo gli standard
ISO in luogo di quella di prodotto[4]
.
L’utilizzo dello strumento della
normazione volontaria è stato fortemente incentivato dallo stesso Legislatore
comunitario allorquando, a seguito della giurisprudenza «Cassis de Dijon» e
dell’introduzione del principio del mutuo riconoscimento fra norme di Stati
membri, prendendo atto delle oggettive difficoltà di creare un sistema completo
di norme cogenti che disciplinassero ogni aspetto della produzione di ciascun
singolo alimento (c.d. «leggi-ricetta che inseguivano il sogno di un «europrodotto)
ha tracciato con la comunicazione della Commissione sulla legislazione
comunitaria dei prodotti alimentari[5]
e con la risoluzione del Consiglio relativa ad una nuova strategia in materia di
armonizzazione tecnica e normalizzazione[6]
una bipartizione netta fra gli aspetti fondamentali della salubrità –
sicurezza, per loro natura destinati comunque ad essere oggetto di una attività
normativa cogente il cui rispetto discende da una obbligatoria osservanza delle
leggi inadatta a dare luogo da una «certificazione», e gli altri aspetti della
qualità (composizione, caratteristiche fisiche ed organolettiche, modalità di
lavorazione etc…) lasciati alla sfera di autonomia della normazione tecnica
volontaria. Si comprende dunque per quale motivo l’igiene delle produzioni
alimentari non sia stata oggetto in passato di una autonoma attività di
certificazione[7]: vero è che, come l’UNI
stessa ha fatto notare, non sono mancati casi di certificazione delle produzioni
alimentari ai sensi del d.lgs 155/97, ma si è trattato di chiare distorsioni
del concetto di «certificazione» che rientra in un esclusivo campo volontario
e non può essere attuata sulla base di norme cogenti.
L’igiene degli alimenti è dunque
rientrata sempre fra i fattori oggetto di valutazione nell’ambito della
certificazione di sistema secondo le norme ISO 9000[8]
in quella logica integrata che vede nella igienicità del processo produttivo il
pre-requisito su cui costruire tutti gli altri aspetti della «qualità». La
norma UNI 10854 si inserisce in
questo contesto consentendo legittimamente la certificazione del solo aspetto
igienico sulla base dell’assoggettamento volontario alle linee guida per
l’implementazione di un sistema di autocontrollo aziendale basato sul metodo
«haccp»[9].
Le linee guida indicate dall’UNI
integrano il metodo haccp con i principi e le norme della serie ISO 9000
estendendo la sua applicabilità a tutte le fasi della produzione, compresa
quella primaria[10]. Il sistema di
autocontrollo previsto dalla norma UNI sarà dotato innanzitutto di alcuni
prerequisiti fra cui particolarmente importanti risultano la divisione chiara
delle responsabilità relative alle diverse attività dell’autocontrollo
stesso nonché la disponibilità di conoscenze e risorse tecniche
extra-aziendali e aziendali. Naturalmente per poter predisporre un sistema di
autocontrollo efficace l’azienda dovrà preventivamente essere dotata di tutti
i requisiti che la legge impone, a partire da quanto espressamente disposto dal
d. lgs. 155/97. Una volta adeguati come descritto i pre-requisiti l’azienda
alimentare può predisporre il sistema di autocontrollo secondo il metodo haccp
come indicato dalla norma UNI. Tale sistema si compone come è noto di 7
principi fondamentali che la norma UNI raggruppa in 3 paragrafi: «analisi dei
pericoli«, «individuazione dei sistemi di controllo» ed «elementi di
gestione del sistema». L’analisi dei pericoli comprende il primo principio
del metodo haccp (analisi dei potenziali rischi per gli alimenti) e prescrive
l’effettuazione di una accurata valutazione dei rischi chimici, fisici e
microbiologici legati tanto al prodotto quanto al processo produttivo mediante
la predisposizione a tal fine di accurate descrizioni . La valutazione così
effettuata dovrà fondarsi sui due parametri della gravità (possibili agenti
contaminanti) e del rischio (probabiblità di insorgenza del fenomeno).
Il paragrafo 6 della norma UNI si occupa della individuazione dei sistemi
di controllo e comprende i principi 2, 3 , 4 e 5 del metodo haccp che concernono
rispettivamente l’individuazione dei «punti critici di controllo» (CCP) la
definizione dei limiti di tolleranza nei CCP, la definizione del sistema di
monitoraggio e la predisposizione delle azioni correttive in caso di superamento
della soglia di rischio. L’attività di identificazione dei punti critici di
controllo è fondamentale per il buon funzionamento del sistema e consiste nella
identificazione in concreto lungo tutto il processo produttivo dei punti in cui
i pericoli preventivamente determinati possono concretizzarsi secondo uno schema
probabilistico. A tal fine la norma UNI detta alcuni principi base utili per una
corretta attività di identificazione dei CCP suggerendo una attività di
pianificazione il più ampia possibile mediante diagrammi ad albero o altro
sistema. Una volta individuati i CCP si passa alla fase della gestione mediante
un sistema documentato basato sui principi essenziali di gestione per la qualità
(integrazione norme ISO). La gestione dei CCP porterà l’azienda alla
definizione di una serie di parametri di controllo (limiti critici – principio
3 haccp) alla predisposizione di adeguati sistemi di monitoraggio (principio 4
haccp) e di azioni correttive da
adottare in caso di superamento della «soglia di rischio» (principio 5 haccp).
Di particolare importanza appare in questa fase la c.d. «gestione
della non conformità» che prescrive l’individuazione chiara delle azioni
da porre in essere quando si verifichi il superamento di un parametro. Il
paragrafo 7 della norma UNI descrive gli elementi di gestione del sistema
raggruppando le attività di documentazione delle procedure (principio 6 haccp)
e di verifica periodica del sistema (principio 7 haccp) stabilendo in modo
analitico quali procedure debbano essere definite per verificare che il sistema
di autocontrollo venga attuato correttamente e che corrisponda sempre ai
principi di adeguatezza ed efficacia propri dello «stato dell’arte».
La certificazione della qualità igienica
che può discendere dalla corretta applicazione della norma UNI 10854
rappresenta per le industrie alimentari una nuova opportunità per offrire al
consumatore la sicurezza sulla qualità dell’alimento prodotto, e vincere le
diffidenze sempre più pronunciate negli ultimi tempi a causa dei molti recenti
scandali. Tenuto conto del fatto che le operazioni descritte sono in gran parte
già adottate dalle industrie alimentari per effetto delle norme di legge
vigenti l’opportunità si presenta anche come facilmente
accessibile ed economicamente remunerativa. Uno stimolo in più dunque
verso quella evoluzione «qualitativa» che anche il Legislatore comunitario
intende promuovere mediante i regolamenti di riforma della legislazione
alimentare attualmente in discussione al Parlamento europeo.
(*) Articolo estratto dalla rivista “diritto e
diritti” pubblicata on line all’indirizzo www.diritto.it
[1]
Le proposte di riforma in materia sono state avanzate dalla Commissione
europea a seguito del Libro bianco del 2000 (COM (2000) 719 def.) e mirano a
dare coerenza organica al settore riordinando le disposizioni esistenti e
introducendo principi nuovi quali la «rintracciabilità di filiera
obbligatoria», il principio di precauzione, l’estensione degli obblighi
di sicurezza anche alla produzione primaria secondo la logica «dalla
fattoria alla tavola».
[2]
Si veda ad esempio l’allegato I alla direttiva
83/189/CEE pubblicata in GUCE L 109 del 26.04.1983.
[3]
Non è un caso infatti che delle oltre 100 norme
UNI dedicate al settore alimentare solo una «sparuta pattuglia» offra
disciplinari di produzione di specifici prodotti. Fra queste ricordiamo le
norme relative ai salumi (UNI 10267/96 per il salame «Felino», 10268/96
per il salame «Milano») e ai formaggi (UNI 10537/95 per la mozzarella
tradizionale, 10710/98 per il mascarpone, UNI EN ISO 1854/99 per il
formaggio da siero UNI ISO 5534/94 per il formaggio fuso). Un discorso a
parte andrebbe fatto per il «marchio collettivo» sviluppatosi quale
strumento di promozione commerciale per garantire le caratteristiche di un
determinato prodotto con funzioni per certi aspetti simili alla
certificazione. Il marchio collettivo, disciplinato dal Cod. Civ. attesta
infatti che le aziende, legalmente associate ad Enti con finalità di
garanzia circa l’origine, la natura o la qualità di un determinato
prodotto, si sono impegnate ad assoggettare il proprio processo produttivo
alle prescrizioni statutarie ed ai controlli dell’ente titolare.
[4]
La spinta decisiva in questo senso è giunta proprio dal Legislatore
comunitario laddove nell’art. 6 della dir. 93/43 raccomandava agli Stati
membri di incentivare le imprese alimentari ad adottare le norme europee
della serie EN 29000 onde attuare le norme generali di igiene e corretta
prassi operativa.
[5]
COM (85) 603 def.
[6]
Risoluzione del Consiglio 7 Maggio 1985 in GUCE C 136 del 04.06.1985.
[7]
Per completezza va tuttavia segnalato che sono esistite ed esistono forme di
“validazione di conformità” a protocolli e standard definiti in altre
sedi, quali il SAGI (Sistema Aziendale di Garanzia di Igiene
nell’industria agroalimentare)
[8]
ISO = International Organization for Standardization, costituita a Londra
nel 1947, cui aderiscono gli enti normatori nazionali di un centinaio di
Paesi, fra i quali l’UNI per l’Italia.
[9] haccp = Hazard Analysis and Critical Control Points, metodo basato su un approccio sistematico e scientifico alle problematichedella igienicità delle produzioni alimentari, internazionalmente riconosciuto e raccomandato dal Codex Alimentarius. Nacque negli stati Uniti ad opera della soc. Pillsbury che chiamata dalla Nasa ad individuare un sistema in grado di garantire l’assoluta salubrità degli alimenti destinati all’alimentazione nello spazio senza sottoporre tutte le derrate ad analisi sistematiche identifico nei 7 principi di prevenzione e gestione del rischio la soluzione più efficace per garantire l’assoluta igienicità dei processi produttivi e con essi dei prodotti finiti. Il metodo haccp, presentato nel 1971 alla Conferenza Nazionale per la protezione degli alimenti negli Stati Uniti venne due anni dopo adottato dalla FDA (Food and Drug Administration) come standard per gli alimenti inscatolati e successivamente dal Codex Alimentarius per tutti gli alimenti. Il metodo haccp si fonda su una corretta attività di prevenzione dei rischi mediante l’individuazione a priori dei possibili pericoli connessi alla produzione di determinati alimenti (contaminazioni microbiologiche, chimiche, fisiche, deterioramento etc...) e l’adozione di opportuni correttivi che consentao di evitare la concretizzazione di tali pericoli. Attraverso il monitoraggio continuo di “punti critici” del processo produttivo l’haccp offre idonee garanzie di salubrità del prodotto finito.