DPR 23 maggio 2003
Approvazione del Piano sanitario
nazionale 2003-2005.
(GU
n. 139 del 18-6-2003- Suppl. Ordinario n. 95)
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Art. 1.
1. È approvato il Piano sanitario nazionale 2003-2005 nel testo risultante dall'atto di intesa tra Stato e Conferenza unificata, di cui all'allegato.
Allegato
PIANO SANITARIO NAZIONALE 2003-2005
(Omissis)
4. L'ambiente
e la salute
Sono in molti casi ben accertate le interazioni fra i fattori di
rischio ambientali e la salute, anche se la ricerca delle possibili
soluzioni resta talvolta problematica particolarmente per le
complesse implicazioni socio-economiche sottostanti. In questo
settore importanti benefici sono prevedibili attraverso l'efficace
collaborazione fra i settori che, a livello nazionale e territoriale,
sono responsabili per la salute o per l'ambiente.
4.1. I cambiamenti climatici e le radiazioni ultraviolette
La difesa dalle eccessive radiazioni UV e dalle variazioni nelle
condizioni climatiche che possano colpire particolari gruppi
vulnerabili, rende prioritaria l'attuazione di programmi di
informazione ed educazione sanitaria.
Inoltre, vi è la forte necessità di ulteriori ricerche per
valutare meglio:
l'effetto del riscaldamento globale sui trends stagionali delle
maggiori cause di malattia e mortalità;
l'effetto del riscaldamento globale sulla variabilità
climatica e valutazione delle capacità di adattamento specialmente
tra le fasce di popolazione particolarmente vulnerabile come gli
anziani;
l'effetto del riscaldamento globale sulle patologie trasmesse
da virus e batteri e stima degli andamenti dell'incidenza di queste
malattie;
l'impatto potenziale della radiazione UV-B in relazione alla
deplezione dell'ozono in termini di aumento dell'incidenza dei casi
di cataratta, delle affezioni cutanee e del cancro della pelle;
il rischio di riduzione di risposta immunitaria ai vaccini ed
alle malattie infettive a causa dell'aumento della radiazione UV-B.
Per quanto riguarda gli aspetti connessi all'«effetto-serra» e
alla deplezione dell'ozono stratosferico, è indispensabile, da una
parte, continuare la politica di collaborazione internazionale
dell'Italia a sostegno degli sforzi congiunti per rimuovere le cause
di queste modificazioni climatiche, e dall'altra, operare a livello
territoriale per il conseguimento degli obiettivi di abbattimento
delle emissioni nocive concordati a livello internazionale.
4.2. L'inquinamento atmosferico
L'inquinamento atmosferico derivante dal traffico veicolare,
impianti di riscaldamento e sistemi di produzione industriale, è un
noto fattore di rischio per la salute (vedi tabella 1, pag. 99 e 100
- tratta dal Prof. Antonio Ballarin Denti «Aggiornamenti Sociali» n.
3, 2002, pag. 209-220).
Secondo una serie di studi e valutazioni condotte dalle agenzie
ambientali europee e nazionale, il trasporto su strada contribuisce
mediamente in Europa al 51% delle emissioni degli ossidi di azoto, al
34% di quelle composti organici volatili e al 65% di quelle del
monossido di carbonio.
I due principali inquinanti secondari, le polveri fini e l'ozono,
che sono prodotti, attraverso una serie complessa di reazioni
chimiche, dai tre inquinanti prima citati, sono pertanto imputabili,
anch'essi in misura preponderante, al traffico su strada.
Le emissioni prodotte dagli autoveicoli (al di là del loro
contributo complessivo) sono inoltre fortemente dipendenti dal tipo
di motore. A parità di condizioni di manutenzione, un motore diesel
tradizionale (come quello di gran parte dei veicoli commerciali) può
emettere una quantità di polveri fini anche dieci volte superiore a
quelle emesse da un diesel «ecologico»; e questo è a sua volta molto
più inquinante di un motore a benzina. Un veicolo non catalizzato
emette fino a dieci volte più di un'auto con marmitta catalitica. Un
motore a due tempi (come quello dei ciclomotori) emette molto più di
un analogo motore a quattro tempi: pertanto un motorino medio può
inquinare più di un'auto di grossa cilindrata di recente
omologazione. Anche tra le automobili catalizzate ci sono forti
differenze (a prescindere da quelle determinate da una cattiva
carburazione del motore) dovute alle diverse classi di omologazione
dei motori in funzione delle loro emissioni che l'Unione Europea sta
imponendo da qualche anno alle industrie automobilistiche. Ad esempio
un veicolo classificato EURO 3 (del tipo cioè oggi in commercio)
emette fino a quattro volte di meno di un veicolo, pur catalizzato,
del tipo EURO 1 (cioè prodotto e venduto più di sei anni fa).
Asserire quindi che globalmente il comparto del trasporto su
strada contribuisce in misura maggioritaria all'inquinamento è
affermazione vera, ma, come tale, troppo generica per farne scaturire
adeguate politiche di intervento, a meno che si entri nel merito
delle singole tipologie di motore e sulle loro condizioni di
esercizio.
Il peso del traffico non deve comunque far dimenticare che un
contributo all'inquinamento atmosferico urbano, minore in valore
percentuale ma pur sempre alto in valore assoluto, deriva dagli
impianti di riscaldamento; questo comparto, ora che l'industria
pesante ha praticamente abbandonato l'ambiente urbano, resta, insieme
al traffico, di fatto l'unica sorgente di inquinamento. In questo
settore il diffondersi degli oli combustibili leggeri e soprattutto
del metano (che, a parte gli ossidi di azoto, non emette praticamente
altri inquinanti) e il rafforzamento delle politiche di controllo
sugli impianti in esercizio da parte delle Autorità istituzionali
(Province e Comuni) hanno portato a marcati miglioramenti, anche se
molto ancora potrebbe e dovrebbe essere fatto (è oggi
realisticamente immaginabile, grazie ad una ulteriore estensione
dell'impiego del metano e a politiche di obblighi di manutenzione, un
dimezzamento delle emissioni da impianti di riscaldamento entro un
periodo di 3-5 anni).
Il particolato atmosferico, indicato con il termine di
particolato totale sospeso (PTS), è un inquinante la cui origine è
molto diversificata derivando dall'erosione del suolo e degli
edifici, dall'attività umana (agricoltura, edilizia, industrie), dai
processi di combustione (impianti di riscaldamento e traffico
autoveicolare) e da reazioni chimiche di processi gassosi. Nelle aree
urbane l'aereosol atmosferico è costituito dal 30% circa di
particelle naturali e dal 60% di particelle derivanti dalla
combustione delle quali più del 50% attribuibili al traffico. La
composizione del particolato è estremamente variabile in base
all'origine delle particelle (piombo, nichel, zinco, rame, cadmio,
fibre di amianto, solfati, nitrati, idrocarburi policiclici pesanti,
polvere di carbone e cemento). La frazione di polveri considerata
più pericolosa per l'uomo è quella in grado di superare le barriere
delle vie aeree superiori ovvero i PM10 e i PM2,5, particelle di
polvere con diametro inferiore a 10 e a 2,5 micron rispettivamente.
È stato dimostrato da vari studi che il particolato PM10 origina
soprattutto dalla combustione, permane nell'aria qualche giorno e la
sua concentrazione viene abbattuta solo per dilavamento da parte
della pioggia. Questo inquinante reagisce chimicamente nell'atmosfera
con altre sostanze.
I danni addebitabili alle particelle inalate sono dovuti al fatto
che tali particelle, raggiungendo gli alveoli polmonari, rilasciano
sostanze tossiche e possono ostruire gli alveoli stessi. Ne consegue
un effetto irritante per le vie respiratorie e la possibilità di
indurre alterazioni nel sistema immunitario, favorendo il
manifestarsi di malattie croniche, quali maggior sensibilità agli
agenti allergizzanti. L'effetto irritante è strettamente dipendente
dalla composizione chimica del particolato. È anche ormai accertato
il diretto rapporto tra elevata concentrazione di particolato e tasso
di mortalità per complicanze polmonari che si verificano nei giorni
successivi ad elevate concentrazioni: sono soprattutto gli anziani, i
bambini e le persone con malattie croniche dell'apparato respiratorio
ad essere maggiormente colpite. Inoltre, alcuni studi epidemiologici
hanno dimostrato che elevate concentrazioni di PM10 non solo
determinano anticipi sulla mortalità (ovvero decessi in soggetti
compromessi che sarebbero comunque avvenuti a breve) ma causano in
soggetti sani patologie polmonari che possono cronicizzare e portare
a morte i soggetti stessi. L'aumento della morbilità inoltre porta
ad un incremento della spesa sanitaria (maggiore numero di visite
mediche, di ricoveri ospedalieri, di assenze dal lavoro per
malattia).
Recenti studi epidemiologici indicano che l'inquinamento
atmosferico nell'ambiente esterno delle 8 maggiori città italiane ha
un impatto sanitario rilevante in termini di mortalità, ricoveri
ospedalieri per cause cardiovascolari e respiratorie e prevalenza di
malattie respiratorie (WHO-ECEH, 2000). I dati raccolti su numerosi
inquinanti (monossido di carbonio, biossido di azoto, biossido di
zolfo, ozono, benzene e polveri sospese) sono stati impiegati per
misurare il trend dell'inquinamento negli anni, mentre per la stima
dell'impatto sulla salute l'OMS si è avvalsa delle concentrazioni di
PM10. Le concentrazioni medie di PM10 misurate nelle città oggetto
di studio sono superiori all'attuale obiettivo di qualità dell'aria,
che è pari a 40\mu g/m3, valore attualmente in corso di revisione in
diminuzione. Lo studio ha preso in considerazione la mortalità a
lungo termine ed altri effetti a medio e breve termine osservati nel
corso di un anno (come i ricoveri ospedalieri, i casi di bronchite
acuta e gli attacchi d'asma nei bambini) ed è stato stimato il
carico di malattia potenzialmente prevenibile qualora si riuscisse ad
abbattere le concentrazioni medie di PM10 a 30\mu g/m3. È stato
stimato che riducendo il PM10 ad una media di 30\mu g/m3 si
potrebbero prevenire circa 3.500 morti all'anno nelle 8 città
studiate. Inoltre, riducendo le concentrazioni medie di PM10 a 30\mu
g/m3, migliaia di ricoveri per cause respiratorie e cardiovascolari,
e decine di migliaia di casi di bronchite acuta e asma fra i bambini
al di sotto dei quindici anni, potrebbero essere evitati. In aggiunta
all'onere legato al ricovero e cura dei casi di malattia legati
all'inquinamento, il numero stimato di giorni di attività
compromessa a causa di disturbi respiratori (per persone di età
superiore ai venti anni) è di oltre 2,7 milioni, cioè il 14,3% del
totale.
Anche la qualità dell'aria negli ambienti confinati ha
ripercussioni per la salute, in particolare nei bambini, negli
anziani e per persone già affette da alcune patologie croniche.
Molti materiali da costruzione liberano nell'ambiente il gas radon,
sorgente di radiazioni ionizzanti, con una stima di possibile
riduzione di 2-3% di casi di tumore polmonare a seguito di bonifica.
Un'indagine campionaria nazionale ha stimato un valore medio nelle
abitazioni italiane (e scuole) di 70-75 Bq/mc, più alta che negli
USA (46 Bq/mc) e in Germania (50 Bq/mc). Valori di 200 e 100 Bq/mc
erano raggiunti rispettivamente nel 4% e nell'1% delle abitazioni. Si
stima che alle esposizioni a radon in Italia siano attribuibili
1.500-6.000 casi annui di cancro polmonare. Le evidenze di effetti
cancerogeni su altri organi bersaglio sono contraddittorie e non
consentono alcuna stima.
Oltre a ciò, in Italia sono stimati in:
oltre 200.000 i casi prevalenti di asma bronchiale in bambini e
adolescenti, causati da allergeni (acari, muffe, forfore animali) e
da esposizione a fumo di tabacco ambientale;
oltre 50.000 i casi incidenti di infezioni acute delle vie
aeree (principalmente da fumo di tabacco ambientale);
circa un migliaio gli infarti del miocardio da fumo di tabacco
ambientale;
oltre 200 i decessi per intossicazione acuta da CO.
Materiali da arredo e un grande numero di prodotti di consumo
liberano sostanze tossiche, come i composti organici volatili, e
possono essere causa di fenomeni allergici. Anche il microclima
caldo-umido delle abitazioni, favorisce la crescita degli acari e dei
funghi nella polvere domestica. Infine, alcuni composti chimici,
anch'essi presenti negli ambienti confinati, sono noti o sospettati
quali cause di irritazione o stimolazione dell'apparato sensoriale e
possono dare vita ad una serie di sintomi comunemente rilevati nella
cosiddetta «Sindrome da Edificio Malato» .
Per quanto riguarda gli aspetti essenziali di prevenzione e
protezione ambientale nelle aree urbane è prioritario assicurare il
rispetto delle vigenti normative in materia di livelli consentiti di
inquinanti atmosferici e adoperarsi per abbattere ulteriormente i
livelli del PM10 e degli altri inquinanti. Il conseguimento di questo
obiettivo richiede una serie complessa di interventi essenzialmente
relativi al traffico automobilistico e agli impianti di
riscaldamento.
In particolare, è importante:
ridurre l'inquinamento atmosferico da fonti mobili, utilizzando
strumenti legislativi e fiscali, migliorando le caratteristiche
tecniche dei motori dei veicoli e la qualità dei carburanti;
ridurre l'inquinamento atmosferico da fonti fisse,
identificando le fonti inquinanti, migliorando i processi tecnici e
cambiando i combustibili.
A causa della struttura particolare delle città italiane, questi
due tipi di interventi dovrebbero prevedere restrizioni severe e
regolamentazione del traffico nelle aree urbane, tenendo in
considerazione tutte le tipologie di veicoli esistenti compresi i
ciclomotori. Questi ultimi contribuiscono significatamene all'aumento
delle concentrazioni di inquinanti pericolosi, come il benzene.
Per quanto riguarda l'inquinamento dell'aria negli ambienti
confinati, significativi benefici per la salute sono prevedibili
dall'attuazione di programmi di riduzione all'esposizione al radon,
basati prioritariamente sull'aumento del numero di edifici pubblici
sottoposti a misurazioni e a bonifica.
Il recente accordo approvato dalla Conferenza Stato-Regioni
(27 settembre 2001, n. 252) indica le Linee Guida per la tutela e la
promozione della salute negli ambienti confinati, e rappresenta
quindi il documento di riferimento per gli obiettivi e gli interventi
in questo settore.
Tabella 1
Gli inquinanti dell'aria: origini, sorgenti, effetti
sulla salute e sull'ambiente
Benzene: da un punto di vista tossicologico è classificato come
un potente cancerogeno. Viene emesso quasi integralmente dal
trasporto su strada, per lo più direttamente (85%) e in parte per
evaporazione durante il rifornimento di benzina o dai serbatoi delle
automobili.
Biossido di zolfo: noto anche come anidride solforosa, si forma
per reazione tra lo zolfo contenuto in alcuni combustibili fossili
(carbone, oli minerali pesanti) e l'ossigeno atmosferico. Le fonti di
emissione sono soprattutto gli impianti industriali o di
riscaldamento. Il composto irrita e, ad alte concentrazioni,
danneggia gli epiteli delle vie respiratorie superiori predisponendo
ad episodi infettivi acuti e cronici.
Idrocarburi non metanici (composti organici volatili): nascono da
processi di combustione incompleta o sono emessi da molti prodotti
chimici (ad esempio solventi e vernici). I contributi principali
vengono dal traffico veicolare e dalle industrie. Alcune classi di
composti hanno marcati effetti cancerogeni (ad esempio gli
idrocarburi policiclici aromatici).
Monossido di carbonio: si forma per combustione incompleta dei
combustibili a base carboniosa (naturali e fossili). Deriva da
sorgenti industriali, ma soprattutto dal traffico (marmitte non
catalizzate). È un potente agente tossico perchè blocca la
capacità di trasporto di ossigeno nel sangue. Ad alte concentrazioni
provoca dapprima malessere, disorientamento e infine stato di coma e
morte.
Ossidi di azoto: sono composti di azoto e ossigeno generati nei
processi di combustione ad alta temperatura, per reazione dell'azoto
e dell'ossigeno naturalmente presenti in atmosfera. Vengono prodotti
dagli impianti di riscaldamento, dai cicli termici industriali, dalle
centrali termoelettriche e, in misura oggi considerevole dagli
autoveicoli. Provocano disturbi alle vie respiratorie profonde e
causa maggiore predisposizione alle infezioni soprattutto nei
soggetti affetti da patologie polmonari.
Ozono: si origina per processi fotochimica (dipendenti cioè
dalla radiazione solare) partendo da ossidi di azoto e da composto
organici volatili (idrocarburi non metanici). È un inquinante
secondario cioè non è emesso in quanto tale, ma si forma a partire
da altri inquinanti (primari). Essendo un potente ossidante attacca i
tessuti delle vie aree, provoca disturbi alla respirazione, aggrava
gli episodi di asma. È particolarmente dannoso alla vegetazione,
producendo cali di rese in molte colture agricole e defoliazione
nelle foreste.
Particolato aerodisperso: conosciuto anche come «polveri totali
sospese» (PTS); può avere origini naturali (erosione dei suoli) o
antropiche (combustibili legneo-cellulosici o fossili, eccetto il gas
naturale). Il particolato entra nelle vie respiratorie spingendosi
tanto più verso quelle profonde quanto minore è il diametro delle
particelle che lo costituiscono. Ha azione irritante nelle vie
respiratorie superiori (faringe), ma nel sistema broncopolmonare può
rilasciare composti tossici producendo o aggravando patologie
respiratorie o svolgendo anche azione cancerogena.
Piombo: veniva impiegato come additivo delle benzine tradizionali
sotto forma di composti metallo-organici (piombo tetraetile) usati
come anti detonanti. Il piombo viene rintracciato nel particolato
aerodisperso e proviene in prevalenza dalle vecchie benzine «rosse».
È un elemento tossico e provoca alterazioni nel sistema nervoso e
patologie neurologiche.
PM10: Le cosiddette «polveri fini» sono costituite dalle
particelle aerodisperse di diametro inferiore ai 10 micrometri (10
millesimi di millimetro) e pertanto classificate come PM10 (da
Particulate Matter < 10 micrometri). Data la loro piccola massa
restano più a lungo sospese in atmosfera e, a causa del loro piccolo
diametro, sono in grado di penetrare nelle vie aeree profonde
(bronchi e polmoni) depositandovi gli elementi e i composti chimici
da cui sono costituite, quali metalli pesanti e idrocarburi. Il
rischio tossicologico associato al PM10 è perciò elevato. Da un
recente studio epidemiologico condotto su un campione di città
statunitensi è emerso che un incremento di 10 microgrammi/metro cubo
nella concentrazione atmosferica di PM10 provoca un aumento dallo
0,5% allo 0,7% delle cause generali di morte. È un corrispondente
incremento dei decessi dovuti a patologie cardio respiratorie.
Analoghi studi condotti su città europee, hanno evidenziato dati che
se applicati (con tutte le incertezze e cautele del caso) a una
città media europea di un milione di abitanti che registri una
concentrazione media di polveri fini di 50 microgrammi/metro cubo
rispetto al valore limite indicato dalla recente direttiva europea di
40 microgrammi/metro cubo (tale è il caso di alcune tra le
principali città italiane), implicherebbero un incremento di 500
decessi annui e un controvalore economico per le giornate lavorative
perdute di almeno 20 milioni di euro per anno.
4.2.1. L'amianto
Ogni anno circa 1000 italiani muoiono per mesotelioma pleurico o
peritoneale causati prevalentemente dall'esposizione ad amianto e
altri 1000 per cancro polmonare attribuibile all'amianto. Nello
stesso periodo di tempo si verificano circa 250 casi di asbestosi. È
documentata anche la comparsa di mesoteliomi a seguito di esposizione
ambientale non lavorativa in residenti in aree prossime a pregressi
impianti di lavorazione dell'amianto o a cave in soggetti che non
sono mai stati addetti alla lavorazione dell'amianto. Dati i lunghi
periodi di latenza, gli effetti dell'amianto, in misura simile a
quella riscontrata negli anni '90, sono destinati a prolungarsi nel
tempo anche se, per effetto della legge 27 marzo 1992, n. 257, in
Italia non sono più consentite attività di estrazione,
importazione, commercio e esportazione di amianto e materiali
contenenti amianto.
Vi è, poi, un numero difficilmente stimabile di lavoratori
esposti per la presenza di amianto come isolante in una molteplicità
di luoghi di lavoro (quali ad esempio industria chimica, bellica,
raffineria, metallurgia, edilizia, trasporti, produzione di energia),
ed un numero anch'esso difficilmente stimabile di soggetti residenti
in prossimità di stabilimenti nei quali è stato lavorato l'amianto.
Il censimento di queste situazioni, previsto dalla citata legge del
1992, procede con lentezza, ed in assenza di dati attendibili sulla
mappa delle esposizioni, anche le attività di risanamento ambientale
procedono in modo relativamente frammentario ed episodico.
È quindi prioritaria una più idonea strategia per la bonifica
dei siti dove si lavorava amianto e una verifica della presenza di
residui di amianto nelle vicinanze degli stessi.
È necessario, poi, elaborare ed adottare d'intesa con le
Regioni, Linee Guida che indirizzino l'attività delle strutture
sanitarie a fini di prevenzione secondaria e sostegno psico-sociale
delle persone esposte in passato ad amianto. Presentano anche
carattere prioritario l'aggiornamento e l'estensione degli studi
epidemiologici che, insieme alla mappatura delle esposizioni attuali
e pregresse, possano fornire basi più solide agli interventi di
risanamento ambientale e criteri per il sostegno sanitario e
psicologico alle popolazioni esposte.
4.2.2. Il benzene
Per quanto riguarda il benzene, nota sostanza cancerogena per
l'uomo, l'esposizione avviene principalmente nell'ambiente esterno
urbano a causa degli scarichi dei motori a combustione a benzina. Il
benzene può essere emesso sia come prodotto di combustione (che si
forma a partire dai componenti della benzina, in particolare
idrocarburi aromatici), sia in forma di sostanza incombusta, per
evaporazione dal carburatore, dal serbatoio e da altre parti dei
veicoli.
Un'altra sorgente di rilievo in ambito urbano è rappresentata
dalla distribuzione, dall'immagazzinamento e dalla manipolazione di
carburanti contenenti benzene.
Per quanto concerne specificamente gli ambienti interni degli
edifici, le sorgenti di maggior rilievo risultano essere alcuni
prodotti di consumo, come adesivi, materiali di costruzione e
vernici. L'emissione di tali prodotti è funzione della temperatura
e, in particolare nel caso delle vernici, decresce con il tempo.
Inoltre, il fumo di sigaretta contiene quantitativi di benzene
significativi e considerevolmente variabili.
L'evaporazione del benzene ha anche influenza sulle
concentrazioni indoor attribuibili a parcheggi interni agli edifici e
sull'esposizione all'interno delle auto. Uno dei problemi tipici
degli ambienti urbani italiani è quello della elevatissima densità
di auto parcheggiate in quasi tutte le strade, a cui corrisponde una
considerevole emissione evaporativa dai serbatoi e altre parti delle
auto.
Ulteriori condizioni nelle quali si può realizzare l'esposizione
al benzene sono quelle particolari di alcuni ambienti di lavoro
quali, ad esempio, l'industria della gomma.
L'obiettivo di ridurre l'esposizione al benzene è stato
perseguito con successo attraverso la riduzione del benzene nella
benzina, ma è indispensabile continuare con determinazione gli
sforzi intrapresi. I dati disponibili non indicano in modo chiaro
quanto la catalizzazione delle auto abbia contribuito a ridurre
l'emissione di benzene, anche se certamente vi sono stati dei
significativi benefici. Una valutazione appropriata della possibile
riduzione futura delle emissioni in rapporto al cambiamento del parco
auto è essenziale a fini strategici per comprendere quali obiettivi
siano effettivamente conseguibili in tal modo. Appare, comunque,
importante prevedere un qualche sistema di controllo della
funzionalità dei dispositivi di abbattimento. In base ai dati oggi
forniti dai sistemi di monitoraggio, non sembra al momento possibile
prescindere da una riduzione e razionalizzazione del traffico,
quantomeno nelle aree critiche.
Le concentrazioni indoor, oltre che dall'ovvia eliminazione del
fumo di tabacco dagli ambienti di vita e di lavoro, potrebbero essere
prevedibilmente ridotte da un'ottimizzazione dei sistemi di
parcheggio delle auto all'interno degli edifici, con sistemi di
ventilazione ed aerazione e altri metodi utili a ridurre la
penetrazione del benzene nelle abitazioni a partire dai luoghi in cui
sono posteggiate le auto.
È, infine, indispensabile realizzare idonee reti di rilevazione
per il benzene con particolare riferimento alle aree urbane.
4.3. La carenza dell'acqua potabile e l'inquinamento
In Italia solo i due terzi della popolazione riceve quantità
sufficienti di acqua per tutto l'anno, circa il 13% degli Italiani
non riceve sufficienti quantità di acqua per un quarto dell'anno e
circa il 20% per due/tre quarti dell'anno.
Inoltre, in molte parti d'Italia, per le quali vi sono dati
disponibili, i caratteri organolettici dell'acqua come torbidità,
colore, odore o sapore sono di bassa qualità. La proporzione della
popolazione che non beve o beve raramente acqua di rubinetto è
elevata in tutte le aree, soprattutto nelle Isole e nel Nord-Ovest.
Per quanto riguarda l'inquinamento, sono quasi scomparse le
epidemie idriche causate dai tradizionali patogeni quali Salmonella,
Shigella e Vibrio, ma permane problematica la valutazione del rischio
microbiologico di altri agenti biologici patogeni diffusibili
attraverso l'acqua potabile. Inoltre, la popolazione italiana resta
esposta, attraverso l'acqua potabile, a bassi livelli di numerosi
composti chimici, fra i quali vi sono i residui dei prodotti
fitosanitari, i nitrati, i sottoprodotti della disinfezione delle
acque a fini di potabilizzazione e le cessioni da parte dei materiali
con i quali sono state realizzate le reti di captazione, adduzione e
distribuzione dell'acqua all'utenza.
Problemi di miglioramento delle caratteristiche delle acque si
pongono, inoltre, per il parametro boro e per il parametro arsenico
poichè in alcune situazioni, peraltro limitate e localizzate, è
accertata la presenza di dette sostanze nelle acque in concentrazioni
superiori alle concentrazioni massime ammissibili, per cause connesse
alla natura geologica dei suoli.
Per il prossimo futuro occorrerà promuovere le seguenti azioni:
riduzione della quantità di prodotti impiegati in agricoltura
e autorizzazione dei preparati fitosanitari a minor impatto
sull'ambiente e sulla salute umana;
adozione di norme per la buona pratica agricola, al fine di
ottimizzare l'impiego dei fertilizzanti e minimizzare il loro impatto
sull'ambiente;
promozione di un adeguato monitoraggio ambientale ed indagini
epidemiologiche mirate, con particolare riferimento ai potenziali
effetti dei contaminanti chimici dell'acqua potabile sulle funzioni
riproduttive umane;
miglioramento delle tecnologie acquedottistiche;
ottimizzazione della gestione e incentivazione della ricerca di
disinfettanti integrativi/alternativi del cloro e suoi composti;
incremento della tutela delle acque dai processi di
contaminazione urbana, agricola o industriale;
intensificazione dell'attività di controllo dei contaminanti
chimici, fisici e biologici delle acque potabili con l'esclusione
dell'erogazione delle acque non conformi.
4.4. Le acque di balneazione
La normativa italiana relativa al controllo delle acque di
balneazione ha fissato, per gli indicatori microbiologici di
contaminazione fecale, valori limite più restrittivi rispetto alla
direttiva europea attualmente in vigore. Inoltre, la normativa
italiana considera «acque di balneazione» le acque nelle quali la
balneazione è espressamente autorizzata dalle Autorità e non
vietata, mentre la direttiva europea stabilisce che «acque di
balneazione» sono da considerarsi quelle dove la balneazione è
praticata da «un congruo numero di bagnanti». Questo comporta che in
Italia, tranne le zone non idonee per motivi diversi
dall'inquinamento e quelle verificate non idonee per inquinamento,
tutte le acque siano considerate «acque di balneazione».
A causa di ciò il nostro Paese ha un numero di punti di
campionamento controllati di gran lunga superiore a qualsiasi altro
Paese dell'Unione Europea.
L'osservazione dei dati raccolti negli ultimi anni, durante le
campagne di controllo svolte in base al Decreto del Presidente della
Repubblica 8 giugno 1982, n. 470, porta a riconoscere un generale
miglioramento della qualità delle acque delle zone costiere
italiane, valutato in funzione dei chilometri di costa controllata.
L'ulteriore miglioramento della qualità delle acque di
balneazione passa attraverso la riduzione della contaminazione
ambientale, un opportuno ed idoneo trattamento di tutti gli scarichi,
urbani e non, un'adeguata progettazione degli impianti di
depurazione, ed il censimento regolare e continuativo degli scarichi.
4.5. L'inquinamento acustico
L'inquinamento acustico causato dal traffico, dalle industrie,
dalle attività ricreative interessa circa il 25% della popolazione
europea, provocando sia disagi che danni alla salute. Infatti, anche
se le conseguenze dell'esposizione al rumore a bassi livelli variano
da individuo ad individuo, un'esposizione prolungata nel tempo, che
raggiunge determinati valori di pressione sonora, è causa, in tutta
la popolazione, di effetti nocivi sull'organo dell'udito e
sull'intero organismo. Per un'esposizione ad elevati livelli,
protratta per anni, quale può riscontrarsi in alcuni ambienti di
lavoro, si registra un abbassamento irreversibile della soglia
uditiva. Anche in relazione a esposizione a più bassi livelli di
rumore si registrano nell'intero organismo, secondo il perdurare
dello stimolo, una serie di modificazioni a carico di vari organi ed
apparati.
Numerose indagini dimostrano che nella maggior parte delle città
italiane esaminate i livelli di rumore sono superiori ai livelli
massimi previsti dalle norme vigenti sia di giorno che di notte. Per
quanto riguarda l'esposizione al rumore negli ambienti di lavoro, si
può stimare, in maniera conservativa, che la popolazione dei
lavoratori esposti a più di 90 dB(A) di Leq (Livello Equivalente di
pressione sonora) sia pari almeno alle 100.000 unità, e le ipoacusie
professionali rimangono di gran lunga la prima tecnopatia in Italia,
contribuendo con più del 50% al totale delle malattie professionali
indennizzate.
Da quanto esposto scaturisce con urgenza la necessità di
interventi, sia negli ambienti di lavoro che negli ambienti di vita,
finalizzati alla riduzione dell'esposizione al rumore.
Per quanto riguarda gli ambienti di vita, la limitazione del
traffico veicolare è soltanto uno degli strumenti per migliorare la
qualità ambientale, e deve essere integrata con altre azioni
individuabili a livello locale, nazionale, comunitario: dalla
pianificazione urbanistica, alla viabilità e conseguente
regolamentazione dei flussi di traffico, al potenziamento
dell'attività di controllo e repressione dei comportamenti
eccessivi, agli incentivi economici per lo svecchiamento dei mezzi di
trasporto pubblici e privati, al finanziamento dell'attività di
ricerca per lo sviluppo di veicoli a basse emissioni di inquinanti,
alla zonizzazione acustica (classificazione del territorio comunale
in 6 classi in base ai livelli di rumore), al piano di risanamento
acustico comunale.
Per quanto riguarda l'esposizione negli ambienti di lavoro,
quattro sono i livelli di azione da intraprendere per ridurre
l'incidenza sulla salute di questo fattore di rischio:
migliorare gli standard di sicurezza e tutela aziendali tramite
una più corretta e puntuale applicazione della vigente legislazione;
incrementare l'azione di vigilanza a livello territoriale sulla
corretta applicazione della vigente legislazione in materia;
completare l'emanazione dei decreti attuativi previsti dal
Decreto Legislativo 15 agosto 1991, n. 277;
attuare una politica di incentivazione e di sostegno alle
aziende che vogliono attuare interventi di riduzione della
rumorosità negli ambienti di lavoro.
I macrosettori produttivi ai quali dovrebbero essere indirizzati
i maggiori sforzi sono quello metalmeccanico, quello edile e quello
estrattivo.
4.6. I campi elettromagnetici
Negli ultimi anni si è verificato un aumento senza precedenti
del numero e della varietà di sorgenti di campi elettrici, magnetici
ed elettromagnetici utilizzate a scopo individuale, industriale e
commerciale. Tali sorgenti comprendono, oltre le linee di trasposto e
distribuzione dell'energia elettrica, apparecchiature per uso
domestico, personal computers (dispositivi operanti tutti alla
frequenza di 50 Hz), telefoni cellulari con le relative stazioni
radio base, forni a microonde, radar per uso civile e militare
(sorgenti a radio frequenza e microonde), nonchè altre
apparecchiature usate in medicina, nell'industria e nel commercio.
Tali tecnologie, pur di grande utilità, generano continue
preoccupazioni per i possibili rischi sanitari della popolazione.
Per quanto riguarda i campi a frequenza estremamente bassa (ELF),
l'esposizione dell'uomo è principalmente collegata alla produzione,
alla distribuzione ed all'utilizzazione dell'energia elettrica. Nel
1998, il gruppo di esperti internazionali del National Institute of
Environmental Health Sciences (USA) ha affermato che, usando i
criteri stabiliti dalla Agenzia Internazionale per la Ricerca sul
Cancro (IARC), i campi ELF dovrebbero essere considerati come
«possibili cancerogeni». Possibile cancerogeno per l'uomo significa
che esistono limitate evidenze scientifiche sulla possibilità che
l'esposizione a campi ELF possa essere associata all'insorgenza dei
tumori. Sulla base di queste valutazioni di esposizioni e della stima
del livello di rischio di leucemia per l'infanzia, è stato calcolato
che ogni anno si potrebbero verificare 1,3 (95% intervallo di
certezza: 0 - 4,1) casi aggiuntivi di leucemia infantile collegabili
alla vicinanza delle abitazioni a linee elettriche ad alta tensione e
26,7 casi (95% intervallo di certezza: 3,9 - 57,3) collegabili
all'esposizione nelle case. Tali dati corrisponderebbero
rispettivamente a valori che variano da 0,3% a 6,1% del totale dei
432 casi di leucemia infantile che si verificano ogni anno in Italia.
Restano, tuttavia, ovvie incertezze sul rapporto causa-effetto.
4.7. Lo smaltimento dei rifiuti
Il rischio per la salute si manifesta anche quando risultano
assenti o inadeguati i processi di raccolta, trasporto, stoccaggio,
trattamento o smaltimento finale dei rifiuti, nonchè quando lo
smaltimento avviene senza il rispetto delle norme sanitarie rigorose
previste dalle norme vigenti. La mancata raccolta dei rifiuti
costituisce una causa importante di deterioramento del benessere e
dell'ambiente di vita. I rifiuti, qualora non vengano adeguatamente
smaltiti, possono contaminare il suolo e le acque di superficie.
L'esalazione di metano dai siti di interramento non idonei
rappresenta un rischio di incendio ed esplosioni. Tuttavia, se
trattati adeguatamente, i rifiuti possono costituire una fonte
combustibile. Le emissioni in atmosfera in strutture atte alla
produzione di compost e negli impianti di incenerimento dei rifiuti,
qualora non opportunamente abbattute, sono state identificate quali
fattori di rischio per la salute dei lavoratori addetti.
La discarica rimane il sistema più diffuso di smaltimento dei
rifiuti, sia perchè i costi sono ancora oggi competitivi con quelli
degli altri sistemi sia perchè l'esercizio è molto più semplice.
La discarica controllata, se ben condotta, non presenta particolari
inconvenienti, purchè sia ubicata in un idoneo sito e sia dotata
degli accorgimenti atti ad evitare i pericoli di inquinamento che i
rifiuti possono provocare in via diretta ed indiretta.
I principali obiettivi in questo settore sono:
l'adozione di un regime di smaltimento dei rifiuti urbani ed
industriali, che minimizzi i rischi per la salute dell'uomo ed
elimini i danni ambientali;
l'attivazione di azioni educative per ridurre la produzione dei
rifiuti;
l'incentivazione della gestione ecocompatibile dei rifiuti, con
particolare riferimento al riciclaggio;
l'incremento delle attività di tutela ambientale per
l'individuazione delle discariche abusive e delle altre forme di
smaltimento non idonee;
il monitoraggio accurato delle emissioni inquinanti degli
impianti di incenerimento.
4.8. Pianificazione e risposta sanitaria in caso di eventi
terroristici ed emergenze di altra natura
Negli ultimi anni, ed in particolare nel corso del 2001, si è
presentato in forme nuove la minaccia del terrorismo con uso di armi
non convenzionali. Gli episodi di bioterrorismo sono diventati un
rischio più plausibile per molti Paesi occidentali, ivi inclusa
l'Italia.
Risposte rapide ed efficaci a questo tipo di emergenze, come
d'altra parte ad altre emergenze associate, ad esempio, a gravi
incidenti chimici o a disastri naturali, non possono essere
assicurate se non esiste un'attività di preparazione continua a
monte dell'evento. Questo è particolarmente vero per il Servizio
Sanitario, specie nelle grandi città ove è più elevato il rischio,
e dove i servizi sono, di norma, già saturi di richieste e spesso
troppo rigidi per adattarsi in tempi brevi alle emergenze.
Anche se la risposta ad eventuali attacchi terroristici e ad
altre emergenze non è solo di competenza del settore sanitario, è
ovvia la necessità di preparare e, quando necessario, mobilitare il
servizio sanitario alla cooperazione con le forze di soccorso, di
difesa e di ordine interno, a seconda del caso.
Il sistema di emergenza 118, gli Ospedali e le ASL, i
dipartimenti di prevenzione, i laboratori diagnostici, i Centri
anti-veleni e le Agenzie regionali per l'ambiente, unitamente all'ISS
ed all'ISPESL, sono alcuni dei soggetti che devono collaborare per
sviluppare un'adeguata rete di difesa e protezione sanitaria. In sede
locale, un piano di interventi sanitari contro il terrorismo ed altri
gravi eventi non può pertanto che risultare dalla progettualità di
ciascuna Regione e dall'efficacia e dall'efficienza delle attività
svolte dalle diverse articolazioni in ciascuna Azienda Sanitaria.
Per garantire una pronta risposta sanitaria di fronte a possibili
aggressioni terroristiche di natura chimica, fisica e biologica ai
danni del nostro Paese sono state già assunte iniziative a livello
centrale e locale, che hanno consentito di superare il primo momento
dell'emergenza.
Fra le iniziative più importanti assunte immediatamente a
ridosso dei tragici eventi dell'11 settembre 2001:
è stata costituita, con Decreto Ministeriale 24 settembre 2001
un'apposita Unità di crisi che, fra l'altro, ha elaborato il
protocollo operativo per la gestione della minaccia terroristica
derivante da un eventuale uso del bacillo dell'antrace;
sono stati individuati, d'intesa con le Regioni, l'ISS e
l'ISPESL, come Centri di consulenza e supporto, rispettivamente, per
gli eventi di natura biologica e chimico-fisica e per gli ambienti di
lavoro; l'Ospedale L. Sacco di Milano, l'IRCSS L. Spallanzani di
Roma, il Policlinico di Bari e il Presidio Ascoli Tomaselli di
Catania, quali Centri nosocomiali di riferimento per il supporto
clinico nonchè l'Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Foggia
quale centro di riferimento per il controllo analitico del materiale
sospetto (alla data del 15 febbraio 2002 sono stati analizzati 1876
campioni di materiale sospetto);
è stato istituito un numero telefonico verde dedicato tanto
agli operatori sanitari quanto ai singoli cittadini che, alla data
del 15 febbraio 2001, ha dato riscontro a 4.239 richieste pervenute;
si è provveduto al reperimento dei vaccini e altri medicinali
ritenuti essenziali;
si è fattivamente collaborato in sede UE e G8 al necessario
coordinamento per la costruzione di una elevata capacità di risposta
sanitaria.
Contestualmente, si è reso necessario predisporre altre misure
sanitarie utili per far fronte ad altre situazioni ipotizzabili,
stabilendo l'idonea pianificazione degli interventi.
In linea con il Piano nazionale di difesa da attacchi
terroristici di tipo biologico, chimico e radiologico, emanato dalla
Presidenza del Consiglio dei Ministri, è stato, perciò, redatto un
documento di Piano che si articola in due parti: nella prima è presa
in considerazione la minaccia biologica; nella seconda, è trattata
la minaccia chimica e radiologica. Ognuna di dette parti può, a sua
volta, essere considerata come sostanzialmente suddivisa in due
capitoli. Nel primo, di tipo divulgativo, vengono fornite
informazioni sui criteri essenziali per l'identificazione di eventi
dannosi a seguito di atto terroristico, sui siti bersaglio, sugli
aggressivi presumibilmente utilizzabili in tali scenari, sulle
modalità patogenetiche di detti aggressivi, ipotizzando, in ultimo,
una scala di gravità riferita alle caratteristiche specifiche di
ciascun aggressivo e rapportata alle varie tipologie di siti
bersaglio ed al numero di individui colpiti; nel secondo, a carattere
eminentemente operativo, vengono enunciate considerazioni di massima
di tipo organizzativo in base alle quali possono essere sviluppate in
sede locale le procedure di intervento più idonee. Nell'allegato
sono riportate le schede tecniche relative ad agenti biologici,
chimici e fisici nonchè approfondimenti su alcuni temi
particolarmente critici, che riprendono, sviluppano ed integrano
argomenti ed informazioni già esposti nella prima e nella seconda
parte del Piano.
Il documento di Piano, redatto con l'apporto dell'ISS,
dell'ISPESL e della Direzione generale della Sanità Militare, tiene
conto della linea organizzativa prevista dalle vigenti disposizioni
in materia di gestione delle crisi, che individuano nel Presidente
del Consiglio dei Ministri, nel Consiglio dei Ministri e nel Comitato
Politico Strategico gli organismi decisionali nazionali, nel Nucleo
Politico Militare il massimo organo di coordinamento nazionale, nella
Commissione Interministeriale Tecnica per la Difesa Civile l'organo
di coordinamento tecnico delle attività di difesa civile al momento
dell'emergenza e nel Prefetto l'autorità di coordinamento della
difesa civile a livello periferico. Nel rispetto dell'autonomia
organizzativa e gestionale delle Istituzioni centrali e territoriali
che potrebbero essere chiamate ad attivare operazioni di soccorso ai
cittadini, il documento di Piano vuole offrirsi come un punto di
riferimento per le successive fasi di pianificazione e di messa in
atto, a livello territoriale, delle azioni volte alla tutela della
salute.
Gli obiettivi strategici in questo settore sono sostanzialmente
riconducibili a:
programmare le misure preventive;
definire le misure di sorveglianza, ovvero attivare
preventivamente le funzioni specifiche e modellarle rispetto alla
minaccia;
pianificare le misure di soccorso e trattamento, al fine di
ripristinare le condizioni di salute dei soggetti eventualmente
colpiti, bonificare gli ambienti colpiti e/o i materiali contaminati
nonchè contenere e/o inattivare il rischio residuo;
diffondere la cultura dell'emergenza e migliorare la capacità
degli operatori a risposte pronte ed adeguate;
incrementare la capacità informativa a favore della
popolazione (anche attraverso l'accesso al numero telefonico verde),
al fine di accrescere la fiducia del cittadino e la conoscenza dei
comportamenti più opportuni da adottare.
Conseguentemente, le principali azioni da realizzare sono:
predisporre piani operativi regionali, articolati in ciascuna
Azienda Sanitaria, che individuino le funzioni da esperire,
specifichino le modalità di svolgimento ed identifichino i diversi
livelli di responsabilità;
approntare adeguate attrezzature, risorse e protocolli per
affrontare i diversi scenari di emergenza;
adottare procedure operative standard per la risposta a falsi
allarmi;
intensificare l'aggiornamento e la formazione di operatori
sanitari;
sviluppare le indagini epidemiologiche e potenziare il
collegamento e l'integrazione tra diversi sistemi informativi.
4.9 Salute e sicurezza nell'ambiente di lavoro
Una profonda trasformazione delle condizioni di lavoro è in atto
in tutti i settori lavorativi a causa dell'impiego di nuove
tecnologie e del conseguente cambiamento dei modelli di produzione.
Inoltre la competitività del mercato ha determinato la graduale
introduzione di nuovi modelli organizzativi e operativi.
Nel settore della sicurezza e della salute occupazionale ciò sta
determinando la comparsa di nuovi rischi e induce una progressiva
modificazione dei modelli tradizionali di esposizione al rischio.
La mutata organizzazione del lavoro (telelavoro,
esternalizzazione della produzione), la comparsa e il rapido
incremento di nuove tipologie di lavoro flessibile (lavori atipici,
lavoro interinale) e le diverse caratteristiche della forza lavoro,
introducono modifiche nella distribuzione e diffusione dei rischi.
Nel frattempo permangono in numerosi settori lavorativi i rischi
tradizionali, non sempre e non diffusamente risolti.
Negli ultimi anni si è inoltre profondamente modificata la
normativa di riferimento, con l'avvento delle direttive comunitarie
ed in particolare con il decreto legislativo n. 626 e successive
modifiche che hanno introdotto varie innovazioni nell'organizzazione
della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro ma la cui
applicabilità non sempre è risultata agevole, soprattutto nella
Piccola e Media Impresa (PMI). Ciononostante il ruolo centrale
dell'impresa nei processi di valutazione dei rischi e di
organizzazione e gestione della sicurezza è risultato rafforzato.
Ciò comporta quindi nuove dinamiche anche nei rapporti tra il
sistema delle imprese e quello dello Stato e delle Regioni. Per
quanto concerne il primo, è necessario che sia completato il
processo di adeguamento alle norme e siano potenziati gli strumenti
della partecipazione previsti dal decreto legislativo n. 626.
Per quanto concerne il sistema pubblico, cui compete il ruolo di
promozione, regolazione, verifica e controllo, si pone l'esigenza di
una strategia di pianificazione e intervento in ordine a una reale
promozione della sicurezza e della salute nelle Piccole e Medie
Imprese. Altrettanto significativa è la necessità di una migliore
integrazione con l'attività delle Agenzie Regionali per l'ambiente.
Gli infortuni
Il fenomeno infortunistico, nonostante mostri una complessiva
affermazione se osservato sul lungo periodo, appare ancora rilevante
in termini sia di numero di eventi sia di gravità degli effetti
conseguenti. L'andamento infortunistico dell'anno 2000 mostra una
modesta crescita del numero degli infortuni nell'Industria e Servizi
(+1,2%), con riduzione peraltro degli infortuni mortali, e una
diminuzione in Agricoltura (-7,4%). Tale andamento è in linea con la
crescita occupazionale registrata nell'ultimo periodo.
I settori a maggior incidenza infortunistica (tenendo conto sia
della frequenza sia della gravità delle conseguenze), pur con
andamenti non costanti in tutte le regioni, rimangono l'industria del
legno, quella dei metalli, l'industria della trasformazione ed il
settore delle costruzioni.
A conferma di una tendenza degli ultimi anni, una parte assai
rilevante (più del 50%) dei 1.354 infortuni mortali e degli
infortuni particolarmente gravi è stata legata a mezzi di trasporto
e ad incidenti stradali.
Per quel che riguarda il 2001, i dati relativi al primo
trimestre, mostrano un ulteriore crescita degli infortuni
nell'industria e nei servizi, in prevalenza nella popolazione
femminile. Permane il decremento generalizzato in agricoltura.
Altro aspetto rilevante è quello relativo alla sicurezza dei
lavoratori in «nero». Applicando gli indici infortunistici della
popolazione regolarmente occupata ai dati ISTAT sull'occupazione non
regolare (anno '97) è stato stimato che il numero degli infortuni
nel «sommerso» sia pari a 165.000 casi. Tale stima appare
conservativa in quanto è presumibile che le attività non regolari
vengano svolte senza alcuna applicazione delle norme di prevenzione.
I dati relativi agli infortuni, su base regionale mostrano il
seguente andamento (Tab. 2):
Tabella 2
Frequenze relative di infortunio (x 1.000 addetti) per
regione e tipo di conseguenza (media triennio 1997-1999)
=====================================================================
Tipo di conseguenza
=====================================================================
| Inabilità | |
Regioni | temporanea |Inabilità permanente|Morte
=====================================================================
Industria e Servizi | | |
---------------------------------------------------------------------
Umbria | 52.92 | 3.82 |0.08
---------------------------------------------------------------------
Emilia | 49.63 | 2.21 |0.09
---------------------------------------------------------------------
Marche | 48.81 | 3.01 |0.10
---------------------------------------------------------------------
Friuli-Venezia | | |
Giulia | 49.12 | 2.10 |0.09
---------------------------------------------------------------------
Basilicata | 46.94 | 2.80 |0.14
---------------------------------------------------------------------
Veneto | 47.90 | 1.60 |0.09
---------------------------------------------------------------------
Abruzzo | 43.83 | 2.55 |0.12
---------------------------------------------------------------------
Liguria | 42.57 | 2.69 |0.06
---------------------------------------------------------------------
Puglia | 42.27 | 2.83 |0.15
---------------------------------------------------------------------
Toscana | 41.53 | 2.44 |0.08
---------------------------------------------------------------------
Trentino-Alto Adige | 41.36 | 1.74 |0.07
---------------------------------------------------------------------
Molise | 37.83 | 2.43 |0.15
---------------------------------------------------------------------
Sardegna | 34.81 | 2.21 |0.12
---------------------------------------------------------------------
Valle d'Aosta | 33.92 | 1.51 |0.11
---------------------------------------------------------------------
Piemonte | 33.69 | 1.44 |0.07
---------------------------------------------------------------------
Lombardia | 33.07 | 1.40 |0.06
---------------------------------------------------------------------
Calabria | 28.89 | 2.38 |0.14
---------------------------------------------------------------------
Sicilia | 26.64 | 1.92 |0.10
---------------------------------------------------------------------
Campania | 25.12 | 2.55 |0.13
---------------------------------------------------------------------
Lazio | 25.45 | 1.41 |0.07
---------------------------------------------------------------------
Italia | 37.99 | 1.90 |0.09
Le malattie professionali
Per quanto riguarda le malattie professionali, la loro
valutazione include un rapporto stretto tra lo studio dei rischi
attuali e pregressi e le tendenze in atto nelle patologie legate al
lavoro.
Accanto alle patologie da rischi noti (prevalentemente in
attenuazione), acquistano sempre maggior rilievo le patologie da
rischi emergenti, non necessariamente legate a rischi nuovi, rispetto
alle quali sono iniziati approfondimenti soprattutto negli ultimi
anni. Tra queste si segnalano le patologie dell'arto superiore da
sovraccarico meccanico, le patologie da fattori psico-sociali
associate a stress e la cancerogenesi professionale Tab. 3). Per
quanto riguarda quest'ultima, il recente studio multicentrico europeo
CAREX stima che i lavoratori potenzialmente esposti in Italia a
sostanze cancerogene siano pari al 24% degli occupati, ed è stimato
in 160.000 il numero di morti per anno dovute a cancro e correlabili
a esposizioni lavorative.
Tabella 3a
Patologie da rischi noti
=====================================================================
Industria | Agricoltura
=====================================================================
Ipoacusie da rumore |Broncopneumopatie
Malattie cutanee |Asma bronchiale
Pneumoconiosi |Alveoliti allergiche
Tabella 3b
Patologie da rischi emergenti
Patologie dell'arto superiore da sovraccarico meccanico
Patologie da fattori psico-sociali associate a stress (burn-out,
mobbing, alterazioni delle difese immunitarie e patologie
cardiovascolari)
Patologie da sensibilizzazione
Patologie da agenti biologici
Patologie da composti chimici (effetti riproduttivi e cancerogeni)
Tumori di origine professionale
Effetti sulla salute dei fattori organizzativi del lavoro
Obiettivi:
riduzione dei rischi per la sicurezza in particolare in quei
settori contrassegnati da un maggior numero di eventi infortunistici
e da una maggiore gravità degli effetti;
riduzione dei rischi per la salute e progressivo miglioramento
delle condizioni di lavoro;
riduzione dei costi umani ed economici conseguenti ai danni
alla salute dei lavoratori;
riordino, coordinamento e semplificazione in un testo unico
delle norme vigenti in materia di igiene e la sicurezza del lavoro,
nel rispetto delle normative comunitarie e delle prerogative
regionali, al fine dello snellimento delle procedure di applicazione;
promozione di linee guida per l'applicazione della normativa in
settori specifici (PMI, agricoltura, lavori atipici);
potenziamento e coordinamento delle attività di prevenzione e
vigilanza rispetto ai processi ed alle procedure di lavoro anche
attraverso il monitoraggio dell'applicazione del decreto legislativo
n. 626;
programmazione delle priorità d'intervento nei settori più a
rischio in funzione degli studi epidemiologici e dei dati provenienti
da un adeguato sistema informativo;
attuazione di programmi per il contrasto del lavoro sommerso e
la tutela della sicurezza e la salute sul lavoro degli impiegati in
lavori atipici;
azioni per la specificità di genere sul lavoro a tutela delle
lavoratrici;
azioni per l'inserimento o reinserimento lavorativo di
particolari tipologie di lavoratori come i minori, i disabili, i
tossicodipendenti, gli immigrati;
integrazione dei sistemi informativi;
azioni per la formazione dei soggetti deputati alla attuazione
della sicurezza nei luoghi di lavoro (datori di lavoro, addetti alla
sicurezza, medici competenti rappresentanti dei lavoratori) ivi
compreso il personale del Servizio Sanitario Nazionale addetto alla
prevenzione e vigilanza nei luoghi di lavoro;
promozione di programmi di formazione nella scuola;
miglioramento progressivo dei processi di verifica della
qualità e dell'efficacia delle azioni di prevenzione basata
sull'evidenza;
miglioramento dell'accertamento e dell'evidenziazione delle
malattie professionali;
individuazione di strumenti adeguati di carattere informativo,
tecnico ed economico per la corretta implementazione delle norme.
5. La
sicurezza alimentare e la sanità veterinaria
L'impatto della globalizzazione dei mercati sia sulla sicurezza
degli alimenti sia sulla salute delle popolazioni animali è stato
considerevole. Il sistema Italia ha registrato notevoli difficoltà
di adattamento rispetto agli scenari che si sono venuti delineando in
seguito alla stipula dell'Accordo sulle misure sanitarie e
fitosanitarie (Accordo SPS) nell'ambito dell'Organizzazione Mondiale
del Commercio. Questi accordi hanno modificato de facto in modo
radicale una serie di impostazioni tradizionali nella gestione della
sicurezza igienico-sanitaria. Tali difficoltà sono, per certi
aspetti, comuni a tutta l'Unione europea, ma in Italia l'adattamento
è risultato, sotto diversi aspetti, più difficile.
Molte energie sono state assorbite dalla necessità di gestire
una serie di emergenze che si sono succedute negli ultimi anni.
Zoonosi causate da nuovi patogeni ed, in particolare, l'encefalopatia
spongiforme bovina (BSE) hanno costituito un serio problema negli
ultimi anni in Italia e in numerosi altri Stati europei. Altre
recenti crisi sanitarie hanno investito il sistema
agrozootecnico-alimentare, quali la contaminazione da PCB, diossina e
altre sostanze chimiche, nonchè la febbre catarrale degli ovini, la
peste suina classica e l'influenza aviaria.
Nonostante i successi registrati nel fronteggiare questi ed altri
problemi, la realizzazione di una rete di sorveglianza epidemiologica
nazionale (come componente primaria di una politica di gestione del
rischio adeguata alla sfida posta dall'internazionalizzazione dei
mercati), malgrado l'impegno profuso da parte di diverse componenti
del sistema di Sanità pubblica veterinaria nazionale, non è ancora
sufficientemente sviluppata.
Una politica di sicurezza degli alimenti, soprattutto per un
Paese come l'Italia, che è membro della Unione Europea e forte
importatore sia di animali e loro derivati sia di vegetali da tutto
il mondo, deve assumere come riferimento imprescindibile la realtà
del mercato globale delle materie prime e dei prodotti trasformati.
Inoltre, le grandi trasformazioni dei sistemi di produzione e
distribuzione degli alimenti richiedono anche sul piano nazionale e
locale che i metodi e l'organizzazione dei controlli si rinnovino e
si adeguino continuamente.
Il controllo igienico-sanitario degli alimenti, in un contesto di
questo tipo, assume connotati completamente diversi rispetto alla
realtà esistente fino alla metà degli anni '90. In particolare, i
controlli non sono più concentrati sul prodotto, ma sono distribuiti
lungo tutto il processo di produzione «dall'aratro al piatto» e le
garanzie date dal produttore sono parte non esclusiva, ma certamente
determinante del sistema della sicurezza.
In questo senso deve essere inquadrato il recente accordo tra il
Ministro della Salute e la Federazione Italiana Pubblici Esercizi -
Confcommercio, che ha portato alla elaborazione di Linee Guida per la
Certificazione delle imprese di somministrazione di alimenti e
bevande, con l'obiettivo di garantire una maggiore e più diffusa
sicurezza alimentare. L'accordo prevede che le aziende di
ristorazione commerciale e collettiva si sottopongano ad una
periodica verifica di conformità da parte di organismi accreditati,
al cui superamento consegue il rilascio di un marchio, denominato
«Bollino Blu»: questo certifica il rispetto dei requisiti di
sicurezza alimentare e di igiene sanciti dall'accordo, nonchè
l'attivazione della Carta dei Servizi nel cui contesto rientra
l'informazione puntale sugli alimenti nonchè la disponibilità ad
adattare le preparazioni a corretti stili di vita per la prevenzione
delle malattie metaboliche e delle intolleranze alimentari.
La sicurezza degli alimenti, pertanto, assume in concreto una
dimensione internazionale e può essere assicurata solo attraverso
un'azione che non solo si basi su accordi commerciali bi- o
multi-laterali, ma sia capace di influire sulle istanze comunitarie
ed internazionali dove si discutono e si approvano le norme che
regolano la sicurezza e la tutela igienico-sanitaria, degli scambi di
animali, vegetali e prodotti derivati. Paradossalmente, a fronte di
una sempre più marcata domanda di autonomia istituzionale dei
livelli locali dei sistemi di controllo, la sicurezza degli alimenti
diventa sempre più dipendente dalla capacità di azione a livello
internazionale.
Per l'Italia che fonda parte importante del successo economico
delle proprie imprese agro-alimentari sulla capacità di trasformare
materie prime nazionali e di importazione in prodotti di alto pregio
qualitativo da collocare sul mercato dei Paesi più avanzati, la
capacità di assicurare alti livelli di sicurezza delle filiere
produttive diventa non solo elemento determinante per la sicurezza
dei propri consumatori, ma anche per lo sviluppo economico. La
mancanza o la percezione di mancanza di sicurezza igienico-sanitaria
degli alimenti può indurre, infatti, sconvolgimenti profondi del
mercato agro-alimentare. La mancanza di fiducia dei consumatori, nel
contesto di una forte competizione, può portare a perdite
significative di quote di mercato.
Il sistema dei controlli deve assicurare nel concreto delle
azioni quotidiane la qualità dei processi, dalla produzione delle
materie prime alla somministrazione, per consentire la libera
circolazione delle merci e la concorrenza sui mercati. In
particolare, i pericoli insiti nei sistemi di produzione devono
essere individuati e eliminati o minimizzati mediante processi
trasparenti e documentati di analisi e gestione del rischio secondo
le norme internazionali e comunitarie che regolano in modo molto
puntuale il controllo della sicurezza degli alimenti, della salute e
del benessere degli animali.
La strategia e gli obiettivi da perseguire, in materia di
sicurezza degli alimenti e delle popolazioni animali, dunque, devono
necessariamente tener conto del contesto internazionale, comunitario
e nazionale. Essi, pertanto, da un lato devono essere tali da
garantire che i fornitori comunitari ed internazionali di animali,
materie prime e prodotti, operino secondo criteri di sicurezza
equivalenti a quelli attesi dai produttori e consumatori italiani.
Dall'altro, l'Italia deve essere in grado di garantire ai consumatori
nazionali ed a quelli dei Paesi che importano le derrate alimentari
prodotte in Italia livelli di sicurezza omogenei del più alto
tenore, su tutto il territorio nazionale.
La sicurezza degli alimenti oggi può essere assicurata solo
attraverso azioni di prevenzione, eliminazione e mitigazione del
rischio che iniziano nella fase di produzione agricola e si estendono
in modo integrato nelle fasi di trasformazione, distribuzione,
conservazione e somministrazione. Livelli di sicurezza adeguati non
sono raggiungibili se non si adottano misure operative integrate
concertate e verificate a livello internazionale, comunitario,
nazionale e locale.
Gli obiettivi prioritari sono i seguenti:
definire una politica della sicurezza degli alimenti e della
salute e del benessere degli animali basata sulla valutazione e la
gestione del rischio che consenta di uscire gradualmente dalla logica
dell'emergenza, realizzando una politica fondata su obbiettivi di
sicurezza e di salute misurabili e verificati;
ridurre i rischi connessi al consumo degli alimenti ed alle
zoonosi, assicurando alti livelli di sicurezza igienico-sanitaria
degli alimenti ai consumatori italiani;
ridurre l'incidenza delle zoonosi e delle malattie diffusive
nelle popolazioni degli animali domestici, con particolare
riferimento alle infezioni della lista A dell'OIE, alla brucellosi
bovina, ovi-caprina e bufalina ed alla tubercolosi, nonchè alle
encefalopatie spongiformi trasmissibili.
Il perseguimento degli obiettivi posti richiede l'attenzione agli
strumenti organizzativi e l'attuazione di numerosi programmi
operativi. In particolare, è necessario garantire un sistema che:
fornisca la consulenza ed il supporto tecnico e scientifico per
le attività di pianificazione e legislazione nei settori che hanno
un impatto diretto o indiretto sulla sicurezza degli alimenti
destinati all'uomo ed agli animali, nonchè sulla salute ed il
benessere degli animali;
rappresenti l'interfaccia operativa nazionale dell'Autorità
europea degli alimenti, che ha visto l'avvio con l'inizio del 2002, e
costituisce un importante modello di coordinamento istituzionale dei
diversi soggetti tenuti a collaborare in vista del raggiungimento
dell'obiettivo di sicurezza alimentare nell'Unione Europea.
All'Autorità europea, soggetto indipendente che agisce secondo il
principio dell'elevata qualità scientifica e della trasparenza, è
attribuito il compito fondamentale dell'analisi scientifica del
rischio su cui fondare le decisioni politiche e amministrative.
L'Autorità Europea cura in particolare l'analisi scientifica e la
valutazione del rischio, la comunicazione del rischio per consentire
una chiara comprensione dello stesso e delle implicazioni sottostanti
e il sistema di allerta;
raccolga e analizzi i dati che permettono la caratterizzazione
ed il monitoraggio dei rischi per la sicurezza alimentare che hanno
un impatto diretto o indiretto sulla sicurezza degli alimenti
destinati all'uomo ed agli animali e sulla salute ed il benessere di
questi ultimi;
assicuri le analisi e valutazioni scientifiche che servono come
base scientifica per l'azione legislativa e regolamentare nei campi
della sicurezza degli alimenti, della salute e del benessere degli
animali;
realizzi un sistema di auditing per la verifica dell'efficacia
del sistema nazionale del controllo ufficiale degli alimenti e delle
popolazioni animali, conformemente ai requisiti stabiliti da norme
riconosciute a livello internazionale (OIE, Codex, ISO EN) che
permettono di misurare la qualità del servizio/prodotto;
organizzi un sistema per la gestione delle emergenze
veterinarie, soprattutto per quelle ad andamento prevalentemente
diffusivo, coordinato a livello nazionale ed in grado di mobilitare
le risorse necessarie ove occorrano, nei tempi e nei modi adeguati
alle esigenze. Particolare attenzione dovrà essere rivolta agli
strumenti di mobilitazione delle risorse umane ed al reperimento
delle attrezzature necessarie, anche, ove indispensabile, mediante la
mobilitazione della protezione civile ed ai sistemi di abbattimento e
distruzione delle carcasse animali;
migliori in modo significativo il sistema di sorveglianza
epidemiologica nazionale nel settore della sicurezza degli alimenti,
della salute e del benessere degli animali e delle zoonosi,
attui concretamente un programma di formazione straordinario
per favorire la realizzazione di sistemi di gestione ed assicurazione
della qualità nell'ambito del Servizio Sanitario Nazionale e
assumere comportamenti che assicurino omogeneità di prestazioni su
tutto il territorio nazionale. In particolare deve essere assicurato
l'accreditamento dei servizi di Sanità pubblica secondo norme di
assicurazione della qualità riconosciute a livello internazionale.
L'accreditamento è indispensabile per poter continuare nel
medio-lungo termine le attività di certificazione, indispensabili
per la libera circolazione degli animali e degli alimenti in ambito
internazionale. Le attività di formazione devono, inoltre, essere
indirizzate all'introduzione e utilizzazione della sorveglianza
epidemiologica e dell'analisi del rischio.
Nel settore della sicurezza alimentare, più che in molti altri
settori, il raggiungimento degli obbiettivi posti è fortemente
condizionato dal contesto internazionale e comunitario. È
indispensabile, pertanto, creare le condizioni, sia a livello
nazionale che a livello comunitario ed internazionale, che consentano
il perseguimento degli obbiettivi e delle azioni identificate. In
particolare:
gli obiettivi di sicurezza degli alimenti e di salute e
benessere degli animali devono essere individuati in modo esplicito e
trasparente e verificati sistematicamente, assicurando l'efficace
integrazione del controllo pubblico con l'effettiva attribuzione di
responsabilità agli operatori economici della produzione primaria,
della trasformazione, e del commercio degli alimenti;
l'attuale revisione delle politiche di sicurezza degli
alimenti, in ambito dell'Unione Europea deve tenere conto delle
peculiarità del sistema di produzione agro-alimentare dell'Italia;
la partecipazione dell'Italia alle attività delle
Organizzazioni internazionali che operano nel campo della sicurezza
degli alimenti e della salute e al benessere degli animali deve
essere rafforzata;
la collaborazione dell'Italia con i Paesi dai quali il sistema
agro-industriale italiano si approvvigiona, deve essere rafforzata,
dando alla cooperazione internazionale un ruolo più importante ed
organico.
(Omissis)