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Superamento limiti di emissione per lo scarico: quali metodiche di prelievo e campionamento?

Categoria: Acqua
Autorità: Cass. Pen., Sez. IV
Data: 16/04/2018
n. 16715

Nell’ipotesi di superamento dei limiti di emissione per lo scarico di acque reflue recapitati in pubblica fognatura, sanzionato dall’art. 137 del D.L.vo 152/2006, le indicazioni sulle metodiche di prelievo e campionamento del refluo, contenute nell'allegato 5 alla Parte II del medesimo decreto (campione medio prelevato nell'arco di tre ore), non costituiscono un criterio legale di valutazione della prova. In presenza di particolari esigenze individuate, e motivate, dall'organo di controllo, tali metodiche possono, infatti, essere derogate, anche con campionamento istantaneo, e non è neppure precluso l'esame visivo, purché affiancato dal campionamento. Anche laddove la normativa extrapenale prevede specifiche presunzioni legali (come l'ordinamento tributario), il giudice penale resta tenuto alla valutazione dei dati di fatto, da considerare unitamente ad elementi di riscontro che diano certezza dell'esistenza della condotta criminosa.


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Estratto*

 

Ritenuto in fatto

 

1. Le imputazioni

 

P.G [e altri] venivano tratti a giudizio dinanzi al Tribunale di Mantova per rispondere dei delitti di omicidio colposo plurimo aggravato, di lesioni personali colpose e di omessa collocazione di impianti, apparecchi e segnali diretti a prevenire infortuni sul lavoro, aggravato dalla verificazione dell'infortunio, in relazione alla prolungata esposizione professionale dei lavoratori dello stabilimento petrolchimico di Mantova (in proprietà di differenti soggetti giuridici nel corso del periodo considerato dalle contestazioni) a sostanze nocive per l'uomo e alle conseguenze della stessa su taluni degli esposti.

 

In particolare, le contestazioni mosse agli imputati, alcuni dei quali indicati come amministratori delegati della società proprietaria, altri come direttori dello stabilimento, succedutisi nelle cariche durante l'ampio arco temporale assunto dagli addebiti, sono state distinte in tre capi:

 

-nel capo 1) sono state descritte le trasgressioni cautelari che, perché determinanti l'esposizione dei lavoratori dello stabilimento a benzene, stirene, acrilonitrile, dicloretano, sono state ritenute causative delle morti dei lavoratori C.A. [e altri] esitate da patologie a carico del sistema emolinfopoietico (i primi quattro) o del pancreas (i restanti), venendo quindi contestati i delitti di cui agli artt. 81 cpv. e 113 cpv., in relazione all'art. 112 n. 3, 61 n.3, 589 co. 2 e 3 cod. pen., commessi in Mantova dal 1970 al 9.5.1989;

 

-nel capo 2) sono state descritte le trasgressioni cautelari che, perché determinanti l'esposizione dei lavoratori dello stabilimento a fibre di amianto aerodisperse, sono state ritenute causative delle morti dei lavoratori B.N. [e altri] esitate per i primi otto da mesotelioma pleurico e per gli ultimi tredici da tumore polmonare, venendo quindi contestati i delitti di cui agli artt. 81 cpv. e 113 cpv. in relazione all'art. 112 n. 3, 61 n.3, 589 co. 2 e 3, 590, co. 1, 2, 3, 4 cod. pen., commessi in Mantova dal 1970 al 9.5.1989;

 

-nel capo 3) sono state descritte le plurime condotte che, concretizzando l'omessa adozione di impianti, apparecchi e cautele destinate a prevenire "le malattie - infortunio professionali" patite dai lavoratori presi in considerazione dai precedenti capi ed altresì l'insorgenza delle patologie negli ulteriori lavoratori indicati in separato elenco (All. D), hanno dato luogo alla contestazione del delitto di cui agli artt. 81 cpv., 110, 112 n. 1 e 3, 437, co. 1 e 2 cod. pen.
[omissis]

 

Considerato in diritto

 

[…] La Corte di Appello ha poi preso in esame l'ulteriore rilievo difensivo, secondo il quale l'entità dell'esposizione di ciascun lavoratore non può essere accertata 'per testi', respingendolo.

 

Orbene, che l'esistenza e più ancora l'entità dell'esposizione possa essere dimostrata anche attraverso la prova testimoniale è fuor di dubbio. Sul piano generale è noto che il vigente sistema processuale non conosce ipotesi di prova legale; anche nei settori nei quali risultano indicazioni normative per uno speciale rilievo di valori soglia e peculiari previsioni per il relativo accertamento, viene escluso che la prova possa essere data esclusivamente secondo tali metodiche. In tema di accertamento dello stato di ebbrezza da assunzione di sostanze alcoliche è ius receptum che l'esame strumentale non costituisce una prova legale e che l'accertamento della concentrazione alcolica può avvenire in base ad elementi sintomatici per tutte le ipotesi di reato previste dall'art. 186 cod. strada (cfr. ex multis, Sez. 4, n. 26562 del 26/05/2015 ,dep. 24/06/2015, Bertoldo, Rv. 263876).

In relazione al reato di cui all'art. 137, comma 5, d.lgs. n. 152 del 2006, concernente il superamento dei limiti di emissione per lo scarico di acque reflue recapitati in pubblica fognatura, si insegna che le indicazioni sulle metodiche di prelievo e campionamento del refluo, contenute nell'allegato 5 alla Parte II del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 (campione medio prelevato nell'arco di tre ore), non costituiscono un criterio legale di valutazione della prova e possono essere derogate, anche con campionamento istantaneo, in presenza di particolari esigenze individuate dall'organo di controllo, delle quali deve essere data motivazione (Sez. 3, n. 30135 del 05/04/2017, dep. 15/06/2017, Boschi, Rv. 270325). Non è precluso neppure l'esame visivo, ancorchè esso non sia da solo sufficiente, richiedendo di essere affiancato dal campionamento (cfr. Sez. 3, n. 12471 del 15/12/2011, dep. 03/04/2012, Bocini, Rv. 252226).

Anche laddove la normativa extrapenale prevede specifiche presunzioni legali (come l'ordinamento tributario), il giudice penale resta tenuto alla valutazione dei sottostanti dati di fatto, da considerare unitamente ad elementi di riscontro che diano certezza dell'esistenza della condotta criminosa (Sez. 3, n. 30890 del 23/06/2015 Ud. (dep. 16/07/2015, Cappellini e altro, Rv. 264251).

 

Escluso pertanto che possa anche solo ipotizzarsi una qualche violazione di legge (i ricorrenti richiamano la violazione degli artt. 40 e 41 cod. pen.), per non aver il giudice utilizzato dati registrati attraverso misurazioni, campionamenti e quant'altro, gli assunti della Corte di Appello vanno vagliati secondo i consueti canoni, onde accertare se la motivazione sia omessa, contraddittoria rispetto alle emergenze processuali o manifestamente illogica.

 

Orbene, dopo aver convenuto sulla indisponibilità di un qualche campionamento (ha spiegato perché non potesse farsi riferimento alle misure effettuate negli anni '90, in sede di bonifica), la Corte di Appello ha motivatamente escluso che in assenza di 'stime particolaristiche' non possa darsi dimostrazione dell'esistenza di esposizioni idonee a causare il tumore polmonare. A dimostrazione di ciò il Collegio distrettuale ha sviluppato una dettagliata ricostruzione delle condizioni degli ambienti di lavoro, convenendo con il Tribunale sul sicuro massivo utilizzo dell'amianto all'interno dello stabilimento e segnatamente nei reparti SA1, ST9, PR7, CS, DL, DIS, CR, CER Laboratori, ST8-ST10; ha con ampia e coerente argomentazione disatteso la tesi difensiva della presenza di quantità di amianto inferiore a quella ritenuta dal primo giudice, richiamando anche una pluralità di testimonianze, dalle quali ha tratto il convincimento che nello stabilimento, negli anni di interesse, vi fosse stata una consistente presenza di fibre di amianto, o nei materiali isolanti, o nelle finiture isolanti, o nelle coperte, o nei dispositivi personali di protezione, o negli apparecchi (trecce, corde, nastri, manufatti tessili, cartoni isolanti, coppelle, guarnizioni, fettucce per baderne ed altro); che da tali materiali poteva verificarsi la liberazione in aria di fibre di amianto per le lavorazioni su di essi o per consumo o degrado; che erano state totalmente assenti nel periodo di interesse cautele volte ad evitare o almeno a ridurre l'aerodispersione delle fibre ovvero evitare o ridurre il numero dei lavoratori esposti alle stesse.

 

Il percorso tracciato dalla Corte di Appello è sostanzialmente ignorato dai ricorrenti, i quali hanno nuovamente posto la questione teorica della ammissibilità del ricorso alla 'prova per testi' per l'accertamento prova dell'esistenza di esposizioni 'sopra soglia', pur in assenza di 'stime particolaristiche'.

 

Il motivo è quindi manifestamente infondato.

 

Va poi escluso che ricorra una manifesta illogicità nell'affermare la valenza anche di esposizioni a bassi dosi e l'accertare elevati livelli di esposizione all'amianto: all'inverso, tale procedere è del tutto coerente, poiché (lo ha detto a chiare lettere la Corte di Appello richiamando quanto versato in atti dagli esperti) esiste una relazione lineare tra dose e (rischio di) malattia; ragion per cui la dimostrazione di elevati livelli di esposizione rende ancor più ragionevole l'affermazione del nesso causale.

 

Circa l'accertamento dell'esposizione individuale, i rilievi della difesa poggiano ancora una volta sul presupposto della necessità di una 'stima particolaristica', che la Corte di Appello, come già esposto, ha con motivazione non censurabile escluso sia la sola utile ai fini dell'accertamento dei fatti che le sono stati sottoposti, dando poi coerente seguito a tale affermazione con l'esame delle particolari condizioni di lavoro di ciascuno dei lavoratori il cui decesso era ascritto agli imputati.

[omissis]

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