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Avvelenamento di acque, quali presupposti?

Categoria: Acqua
Autorità: Cass. Pen. Sez. IV
Data: 24/10/2018
n. 48548

In tema di avvelenamento di acque, l’art. 439 del codice penale sanziona chiunque avvelena acque o sostanze destinate alla alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per il consumo; tale avvelenamento è punito, per effetto dell'art. 452 anche quando sia colposo. Trattasi di un reato di pericolo astratto o presunto: la norma colpisce, infatti, la diffusività del pericolo nei confronti di un numero indeterminato di persone, con la conseguenza che ricade in tale fattispecie l'avvelenamento compiuto in qualsiasi fase anteriore alla destinazione dell'acqua o della merce ad uno specifico acquirente, poiché è in quel momento, e più precisamente solo in quel momento, che il pericolo collettivo si puntualizza in un pericolo individuale, sanzionato da altre disposizioni. In ogni caso, pur ribadendo che trattasi di reato di pericolo presunto, per la configurabilità del reato di avvelenamento di acque o sostanze destinate all'alimentazione è necessario che un avvelenamento di per sé produttivo, come tale, di pericolo per la salute pubblica, vi sia comunque stato. Ciò richiede che vi sia stata immissione di sostanze inquinanti di qualità ed in quantità tali da determinare il pericolo, scientificamente accertato, di effetti tossico-nocivi per la salute: pericolosa per il bene giuridico tutelato è, cioè, quella dose di sostanza contaminante alla quale le indagini scientifiche hanno associato effetti avversi per la salute. Detta pericolosità deve potersi ritenere scientificamente accertata quando possa dirsi riferita a dose di sostanza contaminante alla quale le indagini scientifiche hanno associato effetti avversi per la salute. In tal senso, non è sufficiente il mero superamento dei limiti soglia di carattere precauzionale, che costituiscono una prudenziale indicazione sulla quantità di sostanza, presente in alimenti, che l'uomo può assumere senza rischio, quotidianamente e sul lungo periodo; l'avvelenamento delle acque destinate all'alimentazione non deve avere necessariamente potenzialità letale, essendo sufficiente che abbia la potenzialità di nuocere alla salute.


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Ritenuto in fatto

 

1.La Corte di Appello di Lecce con sentenza del 26/2/2016 confermava la sentenza con cui in data 29/11/2013 il Tribunale di Lecce aveva condannato S.G.per i reati di cui:

•Decreto di citazione del 13.11.2009:
a. del reato p. e p. dagli artt. 439-452 c.p. per avere, quale legale rappre-sentante e Presidente del Consiglio di Amministrazione della "R. e G. S.C. spa" poi denominata "R&G S.S.p.A" nonché legale rappresentante e Presidente del Consiglio di Amministrazione della A. s.p.a. e proprietario del terreno sito in Lecce tra l'attuale Via Taranto e Via Vecchia Surbo.
Prima omettendo di adottare, in violazione delle norme contenute nel D.P.R. 915/82 e nel D.L.gs 22/97, tra il novembre 1985 e il dicembre 1997, le dovute misure perché gli idrocarburi (in particolare idrocarburi 12, benzene, toluene, xileni, etilbonzene, stirene) oggetto di manipolazione e conte-nuti nei serbatoi metallici e in cemento armato ubicati all'interno del deposito si-to tra le Via D'Aurio ora Via Taranto e Via Vecchia Surbo, che si assume essere stati rimossi nell'anno 1998, non si disperdessero nel terreno sottostante; poi non adottando, in violazione del disposto di cui all'art. 17 del D.L.gs. 22/97 le misure necessarie per la immediata bonifica del sito ormai contaminato, e per-tanto non impedendo che gli idrocarburi sopra specificati, sversati dal serbatoi, non si disperdessero ulteriormente sul terreno sottostante e poi nella falda, cagionato la contaminazione del terreno di sua proprietà nonché quelli circostanti per una estensione di oltre 6.000' mq., e" l'avvelenamento delle acque delle fal-de sottostanti superficiali e profonde destinate all'irrigazione e, potenzialmente, anche alla alimentazione diretta, atteso che i predetti idrocarburi nocivi per la salute pubblica, giornalmente filtravano, attraverso il terreno, nelle falde di cui sopra rendendo le acque non idonee a qualsiasi uso.
Accertato in Lecce sino alla data odierna con permanenza.
b. Della contravvenzione p. e p. dagli artt. 257 primo comma ultimo inciso - 242 del D.Lgs n. 152/06 per aver omesso di comunicare, ai sensi e con le modalità prescritte dall'art. 304 comma secondo del D.L.vo 152/06, tempestivamente al Comune e alla Provincia di Lecce, quale responsabile dell'inquinamento dell'area sita in Lecce tra la Via D'Aurio, ore Via Taranto e la Via Vecchia Surbo in passato destinato a deposito di carburanti nonché delle aree circostanti, la presenza della "storica" contaminazione del sito con il rischio di aggravamento della stessa. Ac-certato in Lecce dall'agosto del 2007 con permanenza.

 

•Decreto di citazione del 20.3.2012:
c.del reato di cui agli artt. 439, 452 c.p. per avere quale legale rappresen-tante della A. s.r.I e della "R&G' S.s.p.a.", "N., H. s.p.a. e A.A. P. I. S.P.S.", società proprietarie del terreno adi-bito a deposito carburanti della ditta A. s.r.l. omesso di adottare 'le dovute misure perché gli idrocarburi non si disperdessero nel terreno sottostante e nelle falde acquifere. In particolare, a differenza di quanto dichiarato nell'atto di di-smissione dell'impianto e cioè di rimuovere tutte le attrezzature costituenti l'opi-ficio, come specificato nella DIA 11.03.98 e di procedere alla rimozione dì tutte le tubature di collegamento sotterranee e dei serbatoi interrati, con ripristino dello stato dei luoghi, sotterrava e comunque non rimuoveva il fondo delle vasche di cemento costituenti la base di contenimento e di sicurezza dei serbatoi, nelle quali si accumulavano consistenti quantità di residui di idrocarburi, cosicché il periodico aumento di livello della portata della falda superficiale ne cagionava il progressivo ed ulteriore dilavamento contribuendo con le altre carenze del ripri-stino e di tutte le fasi delle operazioni di bonifica, descritte al capo b), all'avvele-namento delle falde acquifere, (fino a raggiungere limiti nei quali la fase idrocar-burica era maggiore e preponderante rispetto alla quantità di acqua), che risul-tavano contaminate da sostanze idrocarburiche quali idrocarburi, benzene, to-luene, xileni etilbenzene, naftaline e MTBE (rendendole non utilizzabili né per usi potabili né irrigui né ad altro fine), inquinamento che si diffondeva nelle aree cir-costanti attingendo oltre alla proprietà F., anche l'area di proprietà dell'Università del Salento, destinato a cantiere edile denominato "S. " per la realizzazione di opere dell'Ateneo, nonché in parte dell'area del par-co "Torre di Belluogo", attingendo tra l'altro la proprietà di P. S. e .C M.G. ubicata in Via Taranto civico 39/f.
In Lecce, sino alla data odierna con permanenza.

 

2.Il giudice di primo grado condannava l'odierno ricorrente alla pena di anni 2 e mesi 2 di reclusione per i reati sopra indicati sub a. e sub c., nonché alla pe-na di mesi 4 di arresto per quello di cui sub b., oltre al pagamento spese proces-suali. Pena condizionalmente sospesa, a condizione che il S.G.adempia all'obbligo di eliminazione delle conseguenze dannose del reato median-te l'integrale bonifica e ripristino dello stato dei luoghi nelle aree di proprietà del-la R&G S.spa, dell'Università del Salento, di F. S. e del Comune di Lecce' nel termine di 90 giorni dal passaggio in giudicato della sentenza, e a condizione che provveda, nel medesimo termine, al pagamento delle provvi-sionali in favore delle .pp.cc. F.S., Università del Salento, Regione Puglia, Associazione Legambiente Onlus, Associazione Codacons Onlus.
Il S.veniva altresì condannato al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali in favore delle costituite pp.cc . F.S., Università del Salento, Regione Puglia, Associazione Legambiente Onlus e Associazione Codàcons Onlus, in persona dei rispettivi legali rappresentanti p.t., da liquidarsi in Separata sede, venendo assegnata a suo carico una provvisionale di C 100.000,00 a favore di F.S., di C 35.201,00 a favore dell'Università del Salento, di C 15.000,00 a favore della Regione Puglia e di C 5.000,00 ciascu-na in favore delle associazioni Legambiente e Codacons. L'imputato veniva altresì condannato al pagamento delle spese processuali in favore delle pp.cc . F. S.. Università del Salento, Regione Puglia, Associazione Legambiente On-lus e Associazione Codacons Onlus,in persona dei rispettivi legali rappresentanti p.t., che venivano liquidate in C 6.800,00 oltre IVA e CAP in favore di F.S., e in C 4.800,00, oltre IVA e CAP in favore di ciascuna delle altre pp.cc .
Il giudice di prime cure, invece, visto l'art. 530 cod. proc. pen. assolveva il S.perché il fatto non è previsto dalla legge come reato per il reato, di cui al decreto di citazione del 20.3.2012:

 

d.di cui all'art. 257 co. 1 e 2 in relazione all'art. 242 D.L.vo 152/06 per aver cagionato l'inquinamento del suolo relativo ai terreni meglio descritti al capo a) e delle acque sotterranee con il superamento delle concentrazioni soglia di conta-minazione omettendo tempestivamente di effettuare una adeguata messa in si-curezza urgente nonostante l'impegno assunto solo in data 25.01.2008 con la comunicazione a Comune. Provincia e Regione di attivare interventi dì messa in sicurezza di emergenza.
Nonostante la presenza delle condizioni di emergenza di cui all'art. 240 lett. t) del D.L.vo 152/06 non poteva in essere immediatamente tutti gli interventi previsti dall'art. 240 lett. m) del citato decreto omettendo, in particolare,. di ef-fettuare interventi di sconfinamento dell'area e della falda con barriere adeguate, l'installazione di trincee drenanti di recupero e controllo ed altre misure di conte-nimento previste dall'allegato 3 al titolo V del D.L.vo 152/06 tanto che la Confe-renza dei Servizi del 13.03.09, in sede di caratterizzazione dell'area, rappresen tava come gli interventi di M.LS.E., fossero stati finalizzati al solo recupero del prodotto libero e non a limitare la propagazione della contaminazione verso aree esterne al sito; non adottando altresì un adeguato piano di caratterizzazione del sito non rilevando la particolare gravità delle quantità di idrocarburi presenti, né l'ampiezza reale dell'area oggetto di contaminazione in base ad ipotesi cautelati-ve, anche in considerazione del precedente omesso confinamento dell'inquina-mento e ponendo in essere procedure e comportamenti formalmente e sostan-zialmente non adeguati e non conformi agli obblighi dì legge, così determinando la contaminazione del sito da sostanze idrocarburiche quali idrocarburi, benzene, toluene xileni, etilbenzene, naftaline e MTBE anche con superamento dei valori limiti stabiliti dal D.L.vo 152/06, AII.5 IV Tab. I e 2.
In Lecce, sino alla data odierna con permanenza.
Il Tribunale di Lecce trasmetteva poi gli atti al Pubblico Ministero per le eventuali determinazioni di competenza nei confronti di S.G.in re-lazione al reato di cui all'art. 674 c.p. nonché del Sindaco e del Dirigente dell'Uf-ficio Ambiente del Comune di Lecce, dei Dirigenti del Servizio gestione rifiuti e bonifica della Regione Puglia e del funzionario della Regione Puglia responsabile del procedimento amministrativo per il reato di cui all'art. 328 c.p. e 41, 439, 452 c.p.

 

3.Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso per Cassazione, a mezzo del proprio difensore di fiducia, S.G., deducendo undici motivi di impugnazione, di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la moti-vazione, come disposto dall'art. 173, comma 1, disp. att., cod. proc. pen.:
a. Con un primo motivo vengono dedotti violazione ed errata applicazione dell'art. 162bis cod. pen. nonché carenza e manifesta illogicità della motivazione, in relazione alla ordinanza del Tribunale dell'11/5/2010 con la quale è stata di-sattesa la richiesta - relativamente al capo b) del procedimento n. 10483/2007 RGNR - di ammissione al pagamento della oblazione.
Ci si duole che il primo giudice abbia disatteso la richiesta di ammissione alla oblazione, non avendo ritenuto accertata la eliminazione delle conseguenze dan-nose della condotta illecita.
Ebbene, si rileva che, con l'atto di gravame si era evidenziato come il reato per il quale era stata chiesta l'oblazione fosse quello previsto dagli artt. 257 e 242 del D.L.vo 152/2006 - il quale riguarda la mancata comunicazione dell'avve-nuto inquinamento - e non quello più grave di avvelenamento delle acque, con-testato invece al capo a) del medesimo decreto di citazione, con l'ovvia conse-guenza che i danni indicati nella censurata ordinanza non potessero riferirsi al reato per il quale si è chiesta la definizione con l'oblazione, non essendo stata accertata alcuna conseguenza dalla mancata tempestiva comunicazione della contaminazione, tant'è che nella imputazione si parla solo di "rischio di aggra-vamento" della contaminazione e non di danni riscontrati.

La censurata decisione, in ordine alla dedotta questione, si sarebbe limitata -ci si duole- a riproporre gli stessi argomenti del primo giudice, senza tuttavia considerare ciò che era stato evidenziato con l'atto di gravame, aggiungendo so-lo alcune - forse anche poco conferenti - osservazioni circa i termini di presenta-zione dell'istanza di oblazione. Peraltro la Corte territoriale non avrebbe conside-rato che i periti nominati dal GIP in sede di incidente probatorio - nell'ambito del procedimento n. 10483/07 - avevano ritenuto "corretta la messa in sicurezza di emergenza consistente nell'estrazione di contaminanti oleosi/idrocarburi dal pelo della falda, per come effettuata da S.S.D.A. prima del sequestro del sito" (il richiamo è a pag. 9 della perizia a firma C. ed altri, che viene allegata).
Per tutti questi motivi, sarebbe evidente per il ricorrente la palese illegittimi-tà della decisione con la quale è stata disattesa la richiesta di definizione del pro-cedimento - limitatamente a quel capo di imputazione - con l'estinzione del reato per intervenuta oblazione.

 

b.Con un secondo motivo vengono dedotti violazione ed errata applicazione dell'art. 335 cod. proc. pen.. nonché carenza e manifesta illogicità della motiva-zione, in relazione alla dedotta inutilizzabilità degli atti di indagine successivi alla prima proroga del termine.
Il difensore ricorrente ricorda che, con riferimento al procedimento n. 10483/2007, era stato chiesto al primo giudice di dichiarare la inutilizzabilità de-gli atti di indagine successivi alla prima proroga di indagine, in conseguenza della tardiva iscrizione nel registro degli indagati dell'odierno ricorrente G. S., ma il Tribunale - con l'ordinanza dell'11.5.2010 - ha rigettato la dedotta questione preliminare.
Con l'atto di gravame nel merito si era allora evidenziato come sin dall'origi-ne del procedimento fosse stato identificato, quale presunto autore del reato, il legale rappresentante della RG S., tant'è che la prima iscrizione era stata effettuata - sia pur l'acronimo da/id da intendersi "da identificare" - nel registro Modello 21 (contraddistinto dal fascicolo giallo), cioè il registro generale notizie di reato della Procura che riguarda i procedimenti a carico di persone note (cfr. verbale udienza 13.4.2010). Solo il 6 febbraio 2008 il nome di G. S. era stato inserito nel registro degli indagati, e pertanto la richiesta di proroga dei 22 giugno 2008 ad avviso del ricorrente doveva ritenersi intempestiva, con la conseguente inutilizzabilità di tutti gli atti di indagine svolti sino a quel momento.

Sempre con l'atto di appello era stato ribadito come il caso de quo rappre-sentasse una fattispecie diversa da quella trattata da questa Corte, con decisione delle SS.UU. (riportata dal primo giudice) - la quale ha stabilito che gli eventuali ritardi nella iscrizione nel registro degli indagati non comportano alcuna conse-guenza ai fini processuali (al più vi possono essere ripercussioni, di natura disci-plinare, per il magistrato) -, dal momento che sin dal primo atto di indagine era stato individuato il possibile indagato nel legale rappresentante della RG S. (mancavano solo nome e cognome), la cui iscrizione doveva essere necessa-riamente efficace ab initio visto che la notizia di reato era stata inserita tra quelle relative a soggetti noti (e non tra gli ignoti, come si è verificato nella vicenda trattata da questa Corte).
La censurata decisione, perciò, avrebbe omesso qualsivoglia considerazione in ordine alla peculiarità del caso che ci occupa, limitandosi a riproporre gli orien-tamenti giurisprudenziali già indicati dal primo giudice, aggiungendo solo una in-conferente pronunzia della Corte Costituzionale.

 

c. Con un terzo motivo vengono dedotti violazione ed errata applicazione dell'art. 74 cod. proc. pen. nonché carenza e manifesta illogicità della motivazio-ne, in relazione alla mancata esclusione dal processo - quali parti civili - delle as-sociazioni Codacons e Legambiente, della Regione Puglia e dell'Università del Sa-lento; carenza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione [art. 606, comma 1, lett. c) ed e), cod. proc. pen.
Il ricorrente ricorda che, come è noto, con il D.Igs. n.152 del 2006 il legisla-tore ha attribuito in via esclusiva al Ministero dell'Ambiente la richiesta risarcito-ria per il danno ambientale, con la conseguenza che tutti gli altri enti ed associa-zioni possono costituirsi parti civili non per il risarcimento del danno ambientale, ma solo al fine di ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali (viene richiama-ta, ex multis, Sez. 3 n.41015/2010).
Evidenzia che con l'atto di gravame aveva osservato come Codacos e Le-gambiente non avessero in alcun modo fornito indicazioni concrete circa il danno subito, che potessero giustificare la loro costituzione di parte civile, la quale po-teva essere ammessa solo per gli eventuali danni patrimoniali diretti eventual-mente subiti; nell'atto di costituzione, invece, erano state utilizzate formule di stile in ordine ai presunti danni "patrimoniali e non patrimoniali", tant'è che nes-suna prova è stata poi portata in dibattimento al fine di giustificare quella prete-sa risarcitoria. Sarebbe evidente, pertanto, come tale richiesta risarcitoria non contenesse gli elementi minimi attraverso i quali poter giustificare la propria par-tecipazione al processo.
Sempre con l'atto di impugnazione il ricorrente ricorda di avere evidenziato come anche la Regione Puglia - pur avendo descritto la pretesa risarcitoria in maniera un po' più dettagliata rispetto a Codacons e Legambiente - non avesse addotto elementi utili da cui evincere la sua legittimazione a costituirsi parte civi- le; di certo, la "lesione agli scopi statutari" e la "lesione all'immagine" non costi-tuiscono danni risarcibili in questa sede. Evidenzia poi che per tutti gli enti e le associazioni costituite parti civili - oltre a quelle citate, anche l'Università del Sa-lento -, in ogni caso non vi era una delibera dell'organo di gestione da cui sus-sumere la volontà dell'ente o della associazione di procedere ad una azione giu-diziaria, soprattutto in considerazione della rilevanza economica e mediatica del-la presente vicenda.

Ci si duole perciò che la censurata decisione abbia ritenuto legittime tutte le citate costituzioni di parti civili, avendo individuato nel danno all'immagine il pre-giudizio che tutte le parti civili costituite avrebbero ricevuto dall'attività illecita che sarebbe stata posta in essere dall'odierno ricorrente; in particolare, la con-dotta illecita dell'imputato avrebbe creato nella collettività e negli stessi aderenti ad associazioni ed enti citati, l'idea della loro scarsa efficienza ed utilità.
Sarebbe evidente la irragionevolezza di tale motivazione, dal momento che l'eventuale convincimento da parte dell'opinione pubblica circa la scarsa efficien-za ed utilità delle citate associazioni ed enti, non può che scaturire dalla loro stessa attività (evidentemente poco efficace sotto il profilo dei controlli e della prevenzione), e giammai dall'operato di terze persone (in questo caso il preve-nuto) come invece ritiene la Corte territoriale; e comunque non tutte le costitu-zioni di parte civile contengono la descritta richiesta risarcitoria.
Peraltro, la censurata decisione sarebbe totalmente priva dì motivazione in ordine alla questione riguardante la mancanza di apposite delibere - da parte degli stessi enti ed associazioni - che autorizzassero i loro legali rappresentanti a costituirsi parti civili nel presente processo.

 

d.Con un quarto motivo vengono dedotti violazione ed errata applicazione degli artt. 234, 238 e 268 cod. proc. pen., nonché carenza e manifesta illogicità della motivazione, in relazione all'ordinanza di ammissione delle prove dell'11.5.2010, con la quale sono stati acquisiti alcuni certificati di analisi a cura del Dott. G. non effettuate in contraddittorio (quali documenti), ed alle or-dinanze con le quali sono state acquisite le consulenze a firma O. e F. e le analisi effettuate dai tecnici di parte S. e M.; da ultimo si censura l'acquisizione - avvenuta all'udienza del 4.7.2013 - dei certificati di ana-lisi (e relativi campionamenti) redatti dall'Arpa Puglia non in contraddittorio con l'imputato.
Il primo giudice - in varie fasi - aveva ritenuto di acquisire al fascicolo del dibattimento tutti i certificati di analisi su descritti (sia da soli, che quali allegati a consulenze tecniche), sebbene fossero atti irripetibili - non assunti in contraddit-torio con l'imputato, ma al più con RG S.-, per i quali sono anche neces-sarie specifiche conoscenze tecniche; tali certificati si sarebbero potuti acquisire non come prova di quanto in essi descritto, ma al solo fine di dimostrare l'avve-nuto accertamento. Non avendo, il primo giudice, specificato che l'acquisizione avveniva con quelle finalità, la stessa doveva ritenersi irrituale e tanto si ricorda essere stato evidenziato con l'atto di impugnazione.
Sempre con l'atto di gravame si era eccepita la irrituale nomina - quali con-sulenti tecnici della parte civile F. - dei professionisti O., F., S. e M., in quanto la loro attività non era legata alla consulenza dei periti nominati dal Gip, o a quella dei consulenti del Pm S.-G., ma aveva ad oggetto esami e valutazioni effettuati prima dell'inizio del procedimento pena-le - peraltro nell'ambito di un diverso giudizio civile - , quindi su attività svolta fuori dal processo, irripetibile e - come detto - non effettuata in contraddittorio con l'imputato, bensì con la società proprietaria del terreno.
Nonostante tali osservazioni, ci si duole che la sentenza impugnata si sia li-mitata a ribadire l'iter dell'accertamento tecnico preventivo, recependo acritica-mente le erronee considerazioni del primo giudice in ordine al fatto che le analisi e gli accertamenti svolti in sede di ATP sarebbero state svolte in contraddittorio con S., per poi concludere sostenendo che i risultati degli accertamenti in questione sarebbero stati confermati dai consulenti tecnici del Pubblico ministero S.-G., argomento sicuramente inconferente rispetto alla questione della legittimità delle acquisizioni delle consulenze tecniche e delle analisi effettuate da O., F., S. e M.. Peraltro la sentenza è totalmente silente in ordine all'acquisizione di alcuni certificati di analisi quali documenti.
e.Con un quinto motivo vengono dedotti violazione ed errata applicazione dell'art. 360 cc. 4 e 5 cod. proc. pen., nonché carenza e manifesta illogicità della motivazione, in relazione alla dedotta inutilizzabilità della consulenza tecnica di parte a firma M. S. e B. G. , redatta su incarico del Pubblico Mini-stero del 10.6.2011.
Il ricorrente ricorda che il primo giudice, con vari provvedimenti (e da ultimo con la sentenza impugnata), ha stabilito che la consulenza tecnica disposta dal Pm sia utilizzabile in ogni sua parte, sebbene essa difesa - in occasione del con-ferimento di incarico ai sensi dell'art. 360 cod. proc. pen. - avesse fatto riserva di chiedere l'incidente probatorio.
Il Pubblico ministero, al fine di procedere ai sensi dell'art. 360 e non con l'in-cidente probatorio, aveva eccepito la indifferibilità dell'accertamento tecnico (ed aveva conferito l'incarico in data 10.6.2011).

Con l'atto di appello si era evidenziato come tale ricostruzione non trovasse riscontro negli atti processuali, dal momento che parte della zona oggetto di ve-rifica era stata già sottoposta a sequestro diversi mesi prima (ottobre 2010) sen-za alcuna conseguenza per l'esito delle indagini; gli stessi Pm avevano iniziai- mente conferito l'incarico ex art. 359 c.p.p., per poi trasformarlo in 360. Peral-tro, si fa rilevare che la CTP S. -G. è stata depositata solo in data 26.10.2011, quindi a distanza di oltre quattro mesi dall'assunzione dell'incarico.
Sempre nell'ambito dell'atto di gravame nel merito, il ricorrente ricorda che si era ritenuta irragionevole la distinzione (evidenziata nella ordinanza del Tribu-nale del 29.11.12) tra attività di sopralluogo e prelievo di campioni da una parte, e gli accertamenti tecnici veri e propri (in questo caso analisi dei campioni) dall'altra, visto che comunque le prima attività sono propedeutiche alla valuta-zione tecnica, e da questa non possono prescindere; il sopralluogo ed il prelievo dei campioni sono esse stesse attività irripetibili, ed è irragionevole pensare - come pure ipotizzato nel censurato provvedimento - che non debbano essere svolte in contraddittorio con l'indagato (perché altrimenti ci sarebbe una macro-scopica violazione del diritto di difesa).
Voler scindere le due fasi innanzi descritte, per il ricorrente, è come se si ri-tenesse possibile separare - nella autopsia - l'estrazione degli organi dalla loro valutazione medico-legale. Si ritiene, perciò, che solo le valutazione tecniche dei due consulenti possono non rientrare tra gli atti irripetibili, ma le stesse - se si eliminano i riferimenti al sopralluogo ed all'esito delle analisi - sono prive di qual-sivoglia valenza probatoria.

Anche il riferimento alla necessità di effettuare le analisi chimiche entro 24-48 ore dal prelievo - per evitare la dispersione di parte del materiale idrocarburi-co, che porterebbe ad un risultato falsato - sarebbe privo di pregio dal momento che - si fa notare- la riserva di incidente probatorio è stata effettuata prima del sopralluogo e dei relativi prelievi (che sono stati fatti ai sensi dell'art. 360), con la conseguenza che non c'è alcuna connessione con la necessità di effettuare le analisi entro le 24-48 ore. E comunque, la indifferibilità di cui parla il quarto comma non riguarda un singolo accertamento tra i tanti possibili (come le analisi di un campione), ma la impossibilità di procedere all'accertamento tecnico nel suo complesso (nel nostro caso avente ad oggetto l'inquinamento delle zone in-teressate). Senza trascurare - si osserva ancora in ricorso-che il terreno era sot-toposto a sequestro, e quindi non vi erano pericoli di dispersione della prova.
Il ricorrente ricorda che si è anche osservato, sempre con l'atto di impugna-zione nel merito, che in uno dei due procedimenti (poi riuniti) si era proceduto con incidente probatorio, senza alcuna conseguenza negativa per gli accertamen-ti probatori. La tesi proposta è che, se si fosse addivenuti ad una declaratoria di inutilizzabilità della consulenza S. (unitamente a quella dei consulenti della parte civile, evidenziata al punto precedente), non vi sarebbe stata prova circa l'effettivo stato di inquinamento dell'area interessata, la sua entità, la risalenza nel tempo e la sua estensione; è evidente come in assenza di tutti questi ele- menti, non si sarebbe potuti giungere ad una affermazioni di responsabilità in sede penale quantomeno in ordine al reato di avvelenamento delle acque (che al più sarebbe potuto derubricare in quello p.e.p. dall'art. 257 del D.L.vo n.152/2006). Ed infatti l'unico accertamento tecnico utilizzabile sarebbe stato quello a firma C. /F./G./P., disposto dal Gip, in sede di incidente probatorio, il quale risale al 2009 ed indica un livello di inquinamento sicuramente contenuto, e che comunque lo stesso consulente ritiene emendabile attraverso un appropriato procedimento tecnico (anche per ciò che concerne gli idrocarburi); peraltro, si evidenzia che i periti del Gip hanno adottato un sistema di prelievo del liquido dai pozzi - c.d. "dinamico" - che sebbene riconosciuto pure dalla legge, stranamente è stato ritenuto inadeguato dai consulenti S. -G. .

 

Con riferimento poi alle analisi effettuate dalla G. A. (azienda in-caricata dalla RG S.della messa in sicurezza), pure valorizzate dal primo giudice a fini accusatori, il difensore ricorrente ricorda che con l'atto di gravame si era evidenziato come le stesse non potessero essere attribuite automatica-mente al S., dal momento che la citata società ha avuto solo un incarico - peraltro ben remunerato dalla RG S., ed astrattamente (e neanche poi tanto) potrebbe potuto avere interessi in conflitto con la loro dante causa, visto che i compensi variano a seconda dell'entità dell'inquinamento. E con riferimento ai risultati degli accertamenti, viene evidenziato che non vi sarebbe alcuna cer-tezza, sia normativa che scientifica, circa il carattere nocivo - e soprattutto can-cerogeno - dell'MTBE, cui pure è stato dato tanto risalto nel corso del dibattimen-to. Così come non sarebbe stata dimostrata la potenziale nocività per la salute del materiale inquinante, visto che il Dott. Fedele - testimone sicuramente quali-ficato ed attendibile in quanto responsabile della ASL di Lecce - ha spiegato che gli idrocarburi solo se ingenti in quantità significative possono provocare danni alla salute.

Da ultimo, il difensore ricorrente evidenzia che si era segnalata la mancanza di certezza circa la effettiva profondità dei due pozzi siti in proprietà F. ed I. - nel corso del processo indicati quali pozzi "profondi" -, non potendo-ci accontentare di generici riferimenti di testimoni sicuramente interessati all'esi-to del processo (in particolare F.). Dinanzi a tali significativi argomenti prospettati con l'atto di impugnazione, ci si duole che la Corte territoriale si sia limitata a riportare testualmente (utilizzando ben quattro pagine della sua parte motiva) i passi della sentenza del primo giudice riguardanti le citate questioni, per poi concludere sostenendo che - pur prescindendo dai risultati delle analisi eseguite nel corso dell'accertamento tecnico da S. e G. - in ogni caso il reato di avvelenamento sarebbe provato sulla scorta delle ulteriori risultanze processuali. Ma, si domanda il ricorrente, come si può condannare se non si co-nosce l'entità dell'inquinamento?
Sarebbe perciò evidente la violazione di legge nella quale sarebbe incorso il primo giudice, avendo fornito una interpretazione dell'articolo 360 co. 4 cod. proc. pen. sicuramente in contrasto con il dato normativo e con l'interpretazione che di essa ne dà la giurisprudenza in materia. E sarebbe altresì evidente l'asso-luta carenza di motivazione, avendo la Corte territoriale omesso qualsivoglia considerazione in ordine alle questioni testé trattate; e la sentenza sarebbe an-che illogica nella parte in cui ritiene - pur senza confutare gli argomenti prospet-tati con l'atto d'impugnazione - che comunque vi sarebbe la prova dell'inquina-mento a prescindere dalla consulenza S. -G. , cosa non corrispondente al vero se solo si considerano le notevoli differenze (già innanzi evidenziate) esi-stenti fra le varie consulenze versate in atti.

 

f.Con un sesto motivo vengono dedotti violazione ed errata applicazione degli artt. 439 e 452 cod. proc. pen., nonché carenza e manifesta illogicità della motivazione, in relazione alla ritenuta sussistenza del reato di avvelenamento colposo delle acque.
Il difensore ricorrente ricorda che con l'atto di gravame nel merito aveva evidenziato come dagli atti processuali non fosse emerso, con chiarezza, a che titolo il S.dovesse rispondere del reato di avvelenamento colposo delle acque, visto che nel capo di imputazione vi era generico riferimento a ben quat-tro cariche sociali: legale rappresentante della A., della RG S., della N. H. e addirittura della "A. A. P. I.". Al proposito, evidenzia di avere anche precisato come l'odierno ricorrente non fosse stato mai socio o legale rappresentante né della N. Holding, né tantomeno di A. (che appartiene alla famiglia B.-P. di Roma). Per ciò che concerne, invece, A. - più volte citata in sentenza - ribadisce poi che la stessa non si è mai occupata dei depositi oggetto del procedimento, in quanto interessata unicamen-te alle attività di commercio di carburanti attraverso la rete dei distributori di sua proprietà (tra cui quello confinante con proprietà RG S.).
Il S.- si legge ancora in ricorso- è legale rappresentante della RG S., società proprietaria del terreno su cui insistevano i serbatoi di carbu-ranti ritenuti causa dell'inquinamento.
In conclusione, con il citato atto di impugnazione si era chiesto alla Corte territoriale di chiarire - ma così non è stato- a che titolo il ricorrente dovesse ri-spondere penalmente.
Inoltre, la censurata decisione, secondo la tesi sostenuta in ricorso, sarebbe priva di motivazione anche in ordine ad altro importante argomento (di cui al punto 52 dell'atto di appello), rappresentato dalla riconducibilità dell'inquinamen- to dei terreni e della sottostante falda acquifera (in parte accertato, sia pure con i limiti di inutilizzabilità già evidenziati) al deposito carburanti di proprietà della RG S., tant'è che anche nella sentenza del primo giudice si leggeva che non è stata individuata una specifica condotta di sversamento colposo degli idro-carburi nel terreno e nella falda" (il richiamo è a pag. 101 della sentenza di pri-mo grado).

 

Il ricorrente sostiene che tutti i consulenti tecnici abbiano fatto solo delle ipotesi circa le cause dell'inquinamento, sicuramente insufficienti in sede penale; ed infatti la sola passata presenza di alcuni serbatoi nella sua proprietà, poi ri-mossi, non comporterebbe l'automatica attribuibilità dell'inquinamento alla RG S.. ED invece con l'atto di gravame si ricorda di avere anche evidenziato un'altra importante circostanza, rappresentata dal fatto che nelle vicinanze della proprietà RG S.vi erano due distributori di carburante (uno proprietà A. e l'altro P.), dai cui serbatoi è possibile che siano derivate delle perdite; la loro collocazione sul territorio - rispetto all'andamento della falda (pe-raltro non accertato con margini di certezza, come indicato dalla insolenza di parte C./B.) - era sicuramente compatibile con la contaminazione delle proprietà S.e F..
Peraltro, si fa rilevare che tracce di MTBE sono state rilevate anche a monte della proprietà RG S.(cfr. perizia C. , F. ed altri), ad ulteriore dimostrazione del fatto che le cause dell'inquinamento possono essere diverse da quelle oggetto di contestazione.
Tali pur significativi elementi - ci si duole- sarebbero stati completamente ignorati dalla decisone impugnata.
Sempre con riferimento alle cause dell'inquinamento, viene riportato il con-tenuto delle note d'udienza del 25.2.2016 sottoposte alla attenzione della Corte territoriale, con riferimento alla CTU F., su cui pure la Corte territoriale sa-rebbe rimasta silente. E si ricorda che l'atto di appello aveva dedicato un intero capitolo - totalmente ignorato dalla Corte territoriale - che viene riportato inte-gralmente in ricorso, lamentando che, in tutta risposta, la Corte territoriale si sa-rebbe limitata a riportare passi della sentenza del primo giudice (che proprio gli argomenti testé riportati tendevano a confutare), aggiungendo solo qualche con-siderazione in ordine alla presunta falsità delle comunicazioni inviate dalla R.G. S.al Comune di Lecce nel 1998 (riguardanti la rimozione dei serbatoi in-terrati e delle tubazioni relative, con conclusivo ripristino dello stato dei luoghi).

Orbene, per il ricorrente sarebbe evidente come l'impugnata decisione incor-rerebbe in un grossolano errore, avendo confuso la rimozione dei serbatoi in ce-mento - avvenuta nel 1983 ad opera di Q. S., padre dell'odierno ri-corrente ed all'epoca amministratore della società -, con la rimozione dei serba- toi in metallo di cui si parla nelle comunicazioni del 1998 citate in sentenza; il S., infatti, solo nel 2011 a seguito dell'accertamento ex art. 360 cod. proc. pen. promosso dalla Procura di Lecce - sarebbe venuto a conoscenza dell'esistenza dei frammenti dei serbatoi in cemento, che ha provveduto tempe-stivamente a rimuovere (cfr. DIA del 8.5.2012).

Né corrisponderebbe al vero, come si legge a pag. 25 della sentenza impu-gnata, che al S.siano addebitabili ritardi negli interventi di MISE o l'ina-deguatezza degli stessi, visto che i periti nominati dal GIP in sede di incidente probatorio hanno ritenuto "corretta la messa in sicurezza d'emergenza consisten-te nell'estrazione dei contaminanti oleosi/idrocarburi dal pelo della falda, per co-me effettuata da S. S.p.A. prima del sequestro del sito" (si richiama in proposito pag. 9 della perizia a firma C. , F. ed altri, allegata).
Pertanto, non sarebbe dato sapere di quali omissioni debba rispondere il S.- tali da aver almeno provocato un aumento anche temporaneo dell'inquinamento - così come si sostiene nella decisione impugnata.

Con riferimento alla perizia redatta in sede di incidente probatorio, per il ri-corrente non si comprenderebbero le ragioni per le quali la stessa sia stata to-talmente ignorata dai giudici di merito (primo e secondo grado), pur essendo l'u-nico accertamento probatorio effettuato con le regole tipiche del dibattimento, e da professionisti di grande valore ed esperienza (di cui uno anche docente uni-versitario, il Prof. F.).

 

Si evidenzia, peraltro, come le considerazioni dei periti nominati dal GIP tro-vino conforto nelle dichiarazioni rese in dibattimento dal dottor M. - il funzio-nario della Provincia di Lecce Responsabile dei procedimenti di bonifica dei siti inquinati, il quale ha seguito per conto del citato ente l'attività di messa in sicu-rezza posta in essere dalla R.G. S., dalle cui dichiarazioni, si evincerebbe come l'attività di messa in sicurezza intrapresa dalla R.G. S.(con pom-paggio e trattamento del materiale inquinante) avesse - creando una depressio-ne - bloccato la migrazione degli inquinanti, e ciò ad ulteriore dimostrazione del fatto che non vi era stata alcuna inerzia da parte dell'odierno ricorrente (come invece si sostiene nelle decisioni dei giudici di merito).
Tale circostanza si sostiene essere sicuramente importante anche al fine di stabilire l'epoca di cessazione della condotta - ritenuta illecita - da parte del Se-meraro, ma anche su tale importante elemento di prove, ci si duole che la Corte territoriale sia rimasta silente.

 

Vengono quindi riportati ampi stralci dell'atto di appello, riguardanti l'iter seguito dall'odierno ricorrente dopo la scoperta dell'inquinamento, per come ri-costruito anche nella consulenza tecnica di parte a firma dei professionisti C./B. che sarebbero stati completamente ignorati dalla Corte territoria-le.
Altro argomento totalmente ignorato dalla Corte territoriale, con riferimento sempre al reato di cui all'art. 439-452, riguarderebbe la circostanza - pacifica-mente accertata nel corso del dibattimento secondo la quale l'acqua di falda, prima ancora di essere attinta dal materiale idrocarburico, era già contaminata per la presenza di nitrati ed altro materiale batteriologico, tanto da non poter es-sere destinata ad uso potabile e probabilmente neanche irriguo. Peraltro, viene evidenziato che la proprietà F. rientra in zona cimiteriale, con tutte le conseguenze che ne derivano.
Viene richiamato, come già fatto nell'atto di appello, il dictum della sentenza 6651/1985 di questa Corte secondo cui, in caso di precedente contaminazione dell'acqua può ugualmente sussistere il reato, ma è pur sempre necessario che le acque siano "idonee e potenzialmente destinabili all'uso alimentare", mentre nel caso che ci occupa sarebbe evidente come le acque in questione non fossero neanche potenzialmente destinabili all'uso alimentare.

 

Inoltre il ricorrente ricorda di avere anche segnalato come solo con il D.Igs 31/2001 sia stata regolamentata la materia delle acque con l'indicazione degli inquinanti e dei relativi limiti, e con la specificazione di che cosa si debba inten-dere per acque destinate al consumo umano (sono quelle destinate ad uso pota-bile, per la preparazioni di cibi e bevande o altri usi domestici ...). Quindi, suc-cessivamente la materia è stata ulteriormente regolamentata con il D.Igs n.152/2006; ma al di là delle contraddizioni esistenti tra le due leggi, il dato in-controvertibile evidenziato riguarda il fatto che la normativa è sicuramente suc-cessiva alla chiusura del deposito di RG S.(e quindi alla condotta di di-spersione del materiale inquinante), con la ovvia conseguenza che gli elementi contenuti in quelle disposizioni di legge non possono essere utilizzati per attribui-re responsabilità penali al S.(neanche sotto il profilo colposo), fermo re-stando il dovere di bonifica in capo alla società proprietaria del terreno.

 

Peraltro, secondo il Piano di Tutela della Acque della Regione Puglia (PTA) e la normativa vigente, i pozzi scavati a mano in falda superficiale ed i pozzi trivel-lati profondi (del tipo di quelli insistenti in proprietà I. e F.) non so-no dotati delle misure idonee all'utilizzo della risorsa idrica per qualsiasi uso (il richiamo è alla CTP C.- B., ed anche esame Fedele).
Ai fini della sussistenza del reato de quo -si sostiene in ricorso, ove, quanto alla utilizzabilità delle acque di falda, si ripropongono anche le osservazioni pro-poste in appello con le note d'udienza del 25/2/2016 e si richiamano ampi stralci dell'atto di appello- non si potrebbe prescindere da tali determinanti elementi, che però ci si duole siano stati totalmente ignorati dalla censurata decisione.

 

Il ricorrente lamenta anche di non avere avuto idonea risposta al profilo di doglianza circa il fatto che nel caso che ci occupa l'avvelenamento delle acque potesse essere ricondotto al più (secondo quanto indicato nel capo di imputazio-ne, confermato da S. , e recepito in sentenza) alle perdite dei serbatoi in ce-mento un tempo interrati nella proprietà RG S., in quanto per quelli in metallo non vi era prova di perdita alcuna; ma i serbatoi in cemento, come è sta-to documentalmente dimostrato, sono stati rimossi quando il S.non era ancora legale rappresentante della RG S., con la logica conseguenza che non potrebbe essere addebitato all'odierno ricorrente il fatto che alcune parti siano rimaste nel terreno (cosa che l'imputato ha appreso solo con gli accerta-menti svolti da S. , in quanto neanche la precedente perizia C. /F. aveva rilevato nulla in proposito).

 

La tesi riproposta, quando al S., è che quando allo stesso è stata re-sa nota la situazione pericolosa del pozzo insistente in proprietà I., sicura-mente l'avvelenamento delle acque si era già abbondantemente consumato, e pertanto l'attività (o la presunta inattività) del S.non può aver inciso sul-la consumazione del reato.
A proposito della proprietà I., viene ricordato che con l'atto di gravame nel merito si era anche segnalato come non risultasse da nessun atto processua-le che il S.avesse comprato il terreno e la casa - come pure si legge nel-la prima sentenza - per evitare la denunzia da parte del proprietario, così come non vi è prova in atti che il S.abbia tentato di acquistare anche la pro-prietà del F., senza tuttavia riuscirvi, come pure indicato nella sentenza del primo giudice).
Viene poi riproposto integralmente il contenuto delle più volte citate note d'udienza del 25.2.2016, in particolare quanto alle osservazione in ordine alla mancanza di prove circa l'entità dell'inquinamento.

 

g.Con un settimo motivo vengono dedotti violazione ed errata applicazione degli artt. 257 e 242 D.Igs 152/2006., nonché carenza e manifesta illogicità della motivazione, in relazione alla ritenuta sussistenza del reato contestato.
Il ricorrente ricorda che il primo giudice ha ritenuto accertata la penale re-sponsabilità del prevenuto, anche con riferimento al reato indicato in epigrafe, in quanto non sarebbe stata mai inviata la comunicazione prevista dall'art. 242 del D.Igs 152/2006, quale responsabile dell'inquinamento.
Ricorda, tuttavia, che con l'atto di impugnazione nel merito si era evidenzia-to come il S.avesse inviato - quale legale rappresentante della RG S. - una comunicazione alle autorità competenti, in data 28/1/2008, per se-gnalare la contaminazione in atto del terreno di proprietà di detta società, in vir-tù di quanto era emerso nell'ambito dell'Accertamento tecnico preventivo pro- mosso dal F.; tale comunicazione però non era stata ritenuta sufficiente dal primo giudice, in quanto effettuata non come responsabile della contamina-zione, ma in quanto proprietario del terreno.
Tali considerazioni, ad avviso del ricorrente, non possono ritenersi condivisi-bili, dal momento che comunque il S.ha adempiuto all'obbligo di dare comunicazione alle autorità interessate della esistenza dell'inquinamento, e, quello che più conta ha iniziato le operazioni di messa in sicurezza avvalendosi della G. Associate (per la verità iniziate anche prima della comunicazione, come ha riferito l'Ing. C.).

Sarebbe evidente, poi, come non si possa rimproverare ad un soggetto di non essersi autoproclamato "responsabile" di un inquinamento di cui non si ritie-ne responsabile, in quanto ciò avrebbe comportato - praticamente - una autode-nunzia; se la norma dovesse essere interpretata in tali termini, vi potrebbero es-sere anche profili di incostituzionalità.
In ordine all'accertamento circa la sussistenza dell'elemento psicologico del reato contestato, non potrebbe dirsi che il S.non abbia avuto la certezza di aver adempiuto al suo dovere di comunicazione con l'invio della nota del 28.1.2008, anche perché lo scopo tutelato dalla norma è stato comunque rag-giunto essendo state allertate tutti gli organi preposto alla tutela ambientale (Comune, Provincia e Regione). E d'altronde, la medesima interpretazione in or-dine all'invio della comunicazione sembrerebbe, ad avviso del ricorrente, essere stata data anche dalla Procura della Repubblica - titolare dell'azione penale -, al-lorquando ha contestato al S.(nel decreto di citazione del 13.11.2009) di "non aver tempestivamente comunicato al Comune e Provincia della storica con-taminazione del sito", con ciò dimostrando di voler censurare il comportamento tenuto dal S.prima del 2008 e quindi in epoca anteriore all'invio della ci-tata nota; diversamente, avrebbe dovuto fare riferimento alla lettera inviata, chiarendo anche di non averla ritenuta sufficiente in quanto non inviata quale autore dell'inquinamento. E ulteriore conferma deriverebbe dall'indicazione nel citato capo di imputazione - dell'art. 304 e non dell'art. 242.
Una diversa interpretazione si scontrerebbe, ad avviso del ricorrente, anche con le norme del codice di rito in materia di correlazione tra imputazione e sen-tenza.

 

h.Con un ottavo motivo vengono dedotti violazione ed errata applicazione degli artt. 158, 438 e 452 cod. proc. pen., nonché carenza e manifesta illogicità della motivazione, in relazione, in relazione alla mancata dichiarazione di inter-venuta prescrizione del reato.
Secondo il ricorrente la sentenza impugnata deve essere censurata anche con riferimento al punto in cui, sul presupposto dell'asserita natura permanente del reato addebitato, viene rigettata la prospettazione difensiva per la quale tale reato si sarebbe ormai estinto per intervenuta prescrizione.
Ricordata la prospettazione del giudice di prime cure sul punto, si sostiene che la Corte territoriale non abbia risposto ai motivi di appello e si sottolinea: 1. che le pronunce riportate nella sentenza impugnata nulla avrebbero a che vedere con il caso concreto, riguardando esse la natura permanente della distinta cate-goria dei reati omissivi propri, in cui, cioè, ad essere incriminato è l'inadempi-mento di un dovere, il quale, tuttavia, non è istantaneo, bensì si protrae nel tempo, con la conseguente rilevanza della permanente condotta di inadempi-mento dell'agente; e sarebbe di immediata evidenza come tali arresti non possa-no essere di aiuto alcuno nella soluzione delle problematiche sollevate dal caso in esame, in cui ad esser contestato non è un reato omissivo proprio, dunque di mera condotta, bensì un reato d'evento a forma libera, compatibile con la clau-sola d'equivalenza contenuta nell'art. 40 cpv cod. pen.2;. che andavano applica-ti al caso che ci occupa, come richiesto ai giudici di merito, i principi enunciati nella c.d. "sentenza Eternit" (Sez. 1, n. 7941/2015) ove questa Corte, chiamata a pronunciarsi sul caso di contaminazione ambientale per effetto della dispersio-ne di fibre di amianto, avrebbe per il ricorrente dettato le fondamentali linee gui-da in materia di durata del reato.
Secondo la tesi proposta in ricorso, invece, il caso che ci occupa e quello preso in esame da questa Suprema Corte nella vicenda Eternit ci sarebbe, ai fini della soluzione della questione in parola, una piena sovrapponibilità, tanto sul piano dell'astratta formulazione normativa quanto su quello della concreta realiz-zazione del fatto tipico.
Sotto il primo profilo, ritiene il ricorrente come sia il delitto (aggravato dall'evento) di disastro innominato (art. 434 c. 2 cod. pen.) che quello di avvele-namento (colposo) di acque (artt. 439 e 452 cod. pen.) siano reati d'evento a forma libera, in cui la descrizione della condotta tipica è rimessa alla concreta estrinsecazione del nesso causale con l'evento, con quanto ne discende in termi-ni di potenziale rilevanza, ai sensi dell'art. 40 c. 2 cod. pen., delle condotte omis-sive causative dell'evento stesso. Quanto, poi, a tale elemento costitutivo del fat-to, si potrebbe rilevare l'esistenza di un rapporto di somiglianza così spiccata da poter esser configurato in termini di specialità, in ragione del quale l'avvelena-mento delle acque apparirebbe una species del più ampio genus del disastro am-bientale-innominato.

 

Di fronte a questa ricostruzione, del tutto conforme agli arresti giurispruden-ziali resi con riguardo alle due fattispecie, secondo il ricorrente non paiono co-gliere nel segno gli assunti contenuti nella sentenza impugnata, che sarebbero errati, nella misura in cui riconoscerebbero, in maniera del tutto apodittica, nel delitto di disastro una «caratterizzazione commissiva», di cui sarebbe viceversa privo il delitto di avvelenamento; in realtà, secondo il ricorrente dalla lettura del-le norme non emerge alcun profilo differenziale in ordine alla natura delle con-dotte incriminate.
Stabilito, dunque, che i reati di disastro innominato ed avvelenamento, del tutto analoghi sul piano della struttura delle fattispecie, hanno assunto fattezze in concreto assai simili nei due casi messi a paragone, con quanto ne consegue in punto di piena (doverosa) estensibilità al caso di specie dei principi statuiti da questa Corte di legittimità nella "sentenza Eternit", che vengono ricapitolati in ri-corso al fine di dimostrarne le ricadute applicative rispetto al caso che ci occupa.
Quanto alla condotta tipica attiva del S.e all'evento di avvelenamen-to, il ricorrente deduce che la condotta contestata allo stesso sia senza dubbio attiva, consistendo nell'aver immesso, per mezzo di una colposa manipolazione delle sostanze pericolose stoccate nei contenitori, gli agenti inquinanti nel suolo, innescando così una catena causale che conduce all'evento/risultato della conta-minazione delle acque della falda profonda, con cui prende corpo il pericolo per la salute pubblica. Con ciò il reato sarebbe giunto alla perfezione.

 

Ed allora, per determinare il tempus commissi dellcti occorrerebbe, ad avvi-so del ricorrente, in ossequio ai principi enucleati da questa Corte regolatrice, collocare nel tempo sia la condotta (attiva) che l'evento, in quanto soltanto la concomitante persistenza di entrambi tali due elementi potrebbe protrarre il pe-riodo consumativo oltre il momento della perfezione - inizio della consumazione - coincidente con la verificazione dell'evento.

Quanto alla condotta, in base agli accertamenti tecnici svolti, la tesi più pro-babile parrebbe quella che riconduce lo sversamento degli idrocarburi al periodo in cui gli stessi erano allocati in contenitori in cemento, dismessi tra il 1980 e il 1982 e sostituiti con quelli in metallo, da cui il ricorrente ritiene essere inverosi-mile ipotizzare una fuoriuscita delle sostanze che qui interessano. In ogni caso, non vi sarebbe dubbio che dopo il 1998, anno in cui viene chiuso il deposito ed interrotta l'attività, non vi possa esser stata alcuna nuova condotta (attiva) di immissione di ulteriori agenti inquinanti del terreno. Né potrebbe essere ricono-sciuto alcun rilievo alla circostanza secondo cui tali elementi, già penetrati nel terreno o assorbiti dai residui dei serbatoi di cemento interrati, avrebbero conti-nuato ad essere rilasciati in conseguenza di un processo di dilavamento ingene-rato da agenti atmosferici o, comunque, da fenomeni naturali. Si tratterebbe, in-fatti, di un accadimento - perfettamente sovrapponibile a quello della perdurante dispersione delle polveri di amianto rilasciate dai siti non bonificati - determinato da un automatismo fisico, che nulla ha a che vedere con la condotta umana atti- va rimproverabile all'imputato, il quale ha ormai completamente esaurito il suo apporto comportamentale al fatto.

 

Sotto tale profilo, ci si duole che la Corte d'appello, per estendere oltre mi-sura il periodo consumativo, utilizzerebbe l'illegittimo espediente della valorizza-zione della condotta omissiva, cui è dedicata gran parte dello sforzo motivazio-nale.
Si lamenta che La Corte territoriale non si confronti con le indicazioni offerte da questa Corte di legittimità in punto di completa irrilevanza dell'omessa bonifi-ca, sull'erroneo presupposto della inapplicabilità delle stesse al caso che ci occu-pa e che incorra nell'equivoco derivante dal fatto che, se è vero che la formula-zione della fattispecie di avvelenamento è tale de esser compatibile con una rea-lizzazione sia attiva che omissiva, occorre considerare che, nel caso concreto, al S.è addebitato di aver causato l'evento mediante l'attiva immissione di sostanze venefiche, condotta cessata, al più tardi, nel 1998.

 

Quanto, poi, al successivo contegno inerte, esso, da un canto, non potrebbe integrare, sic et simpliciter, il delitto contestato, la cui area di operatività si arre-sta al momento della produzione dell'evento, non incriminando invece l'omessa bonifica e, dall'altro, non potrebbe essere confuso con la - ben distinta - condot-ta omissiva che rileva ai sensi dell'art. 40 cov cod. pen. in quanto cagioni, omet-tendo d'impedirlo, l'evento naturalisticamente provocato dalla condotta altrui.
Collocata la condotta, al più tardi nel 1998, occorrerebbe allora spostare l'attenzione sull'evento, il cui momento di verificazione segna la perfezione del reato.Ebbene, secondo il ricorrente, sul punto, risulta pacificamente che nel 2005 viene alla luce la contaminazione delle acque contenute nel pozzo 'F.", accadimento questo senza dubbio successivo rispetto all'evento rilevante, consi-stente nell'avvelenamento della falda profonda sottostante al terreno adibito a deposito di idrocarburi.
Tale avvenimento, anche considerando la lentezza con cui, secondo tutti i consulenti tecnici, si muovono gli agenti inquinanti in questione, potrebbe allora essere collocato al più tardi intorno ai primi anni 2000, momento in cui si realiz-za l'evento di pericolo incriminato ed in seguito al quale si verifica, con il naturale flusso delle acque, l'interessamento delle falde superficiali che alimentano i vari pozzi circostanti.

Ebbene, rileva il ricorrente che è con l'evento che il reato è perfetto e con-sumato, risultando del tutto irrilevante la persistenza dell'avvelenamento, ormai non più sostenuto dall'unica condotta tipica - quella attiva di immissione delle sostanze inquinanti - posta in essere dall'imputato certamente non oltre il 1998.
Pertanto, prendendo come dies a quo nel computo del termine di cui all'art. 157 cod. pen. il momento di verificazione dell'evento, il reato contestato risulte-rebbe estinto per esser intervenuta la prescrizione.

 

i. Con un nono motivo vengono dedotti violazione ed errata applicazione dell'art. 81 cod. pen. nonché carenza e manifesta illogicità della motivazione, in relazione alla ritenuta insussistenza della continuazione tra i reati contestati.
Il ricorrente ricorda che, con l'atto di impugnazione nel merito, era stata censurata la mancata applicazione dell'istituto della continuazione ai due reati per i quali si à giunti ad una sentenza di condanna; infatti, pur in presenza di un reato colposo (avvelenamento di acque) con previsione dell'evento, e di una con-travvenzione dolosa (quello di cui agli artt. 257 e 242 del d.lgs. 152/2006) - per come ritenuti dal primo giudice -, non si era applicato l'istituto della continuazio-ne, ex art. 81 c.p., sicuramente più favorevole all'imputato sotto il profilo del trattamento sanzionatorio. Si erano anche citati precedenti di questa Corte (Sez. 4 n. 16993/2005 e Sez. 4 n. 3579/2007) secondo i quali è possibile applicare la continuazione tra un reato doloso ed uno colposo, a condizione che nell'ambito di quest'ultimo l'imputato abbia agito nonostante la previsione dell'evento.
Si ribadisce che la sentenza del primo giudice era anche contraddittoria sul punto, avendo da un lato ritenuto che l'avvelenamento delle acque si fosse veri-ficato nonostante la previsione dell'evento, e dall'altro non applicato ai due reati in contestazione la continuazione per la unicità del disegno criminoso (laddove sarebbe evidente che la mancata comunicazione dell'inquinamento sarebbe con-seguenza diretto del suo verificarsi).
Ebbene, si lamenta che la decisione impugnata, pur in presenza di tali signi-ficativi argomenti, ha ritenuto non condivisibile la richiesta dell'odierno ricorrente in quanto mancherebbe la prova certa da cui poter desumere la sussistenza della unicità del disegno criminoso. Ma tale conclusione sarebbe chiaramente irragio-nevole, dal momento che la prova dell'esistenza dell'unicità del disegno crimino-so la si evincerebbe dalla stessa sentenza di primo grado, dove si legge che "la mancata comunicazione dell'inquinamento sarebbe conseguenza diretta del suo verificarsi"; sarebbe evidente, pertanto, come la mancata comunicazione dell'in-quinamento - per come intesa dal primo giudice - non potrebbe che rientrare nel disegno criminoso consistente nell'omessa bonifica del sito inquinato (sempre secondo l'impostazione accusatoria).

 

I. Con un decimo motivo vengono dedotti violazione ed errata applicazione dell'art. 163 cod. pen., nonché carenza e manifesta illogicità della motivazione, in relazione alla illegittimità della condizione cui la sospensione condizionale è stata subordinata.
Il ricorrente rileva che le pene inflitte sono state sospese ex art. 163 cod. pen.., a condizione che l'imputato adempia all'obbligo di eliminazione delle con-seguenze del reato mediante bonifica e ripristino dello stato dei luoghi, si rileva che con l'atto di gravame nel merito si era segnalato come fosse stata posta una condizione impossibile da parte del primo giudice, dal momento che i tempi per una bonifica non possono certo dipendere dalla volontà - e soprattutto dalla dili-genza - dell'odierno ricorrente; e sicuramente non possono essere quelli indicati in sentenza (entro novanta giorni dal passaggio in giudicato della sentenza), in quanto, per comune conoscenza, le opere di bonifica durano diversi anni e di-pendono dall'effettivo stato di inquinamento, che però emerge in tutta la sua in-terezza solo dopo l'inizio delle opere di bonifica; ma cosa ancor più importante, è che i tempi della bonifica dipendono anche dai sistemi utilizzati.
Peraltro, nella statuizione impugnata, non si considererebbero anche i tempi necessari ad ottenere tutte le autorizzazioni del caso.
A meno che si voglia seguire il ragionamento - che sicuramente presenta profili di illegittimità - del primo giudice, secondo il quale la bonifica dovrebbe essere portata a compimento a prescindere da uno specifico piano, e quindi (da quello che si può intuire), indipendentemente dalla approvazione delle compe-tenti autorità.
La censurata decisione -ci si duole- si è limitata a sostenere che il condan-nato potrà invocare l'impossibilità ad adempiere per caso fortuito ovvero per for-za maggiore dinanzi al giudice dell'esecuzione, senza considerare che è in questa sede che va stabilita la legittimità della condizione posta. Peraltro la Corte terri-toriale non avrebbe considerato un recente orientamento di questa Corte di legit-timità (Sez. 6, n. 25413/2016), evidentemente applicabile al caso che ci occupa, secondo il quale "il giudice, pur non essendo tenuta a svolgere un preventivo ac-certamento delle condizioni economiche dell'imputato deve effettuare un motiva-to apprezzamento di esse se degli atti emergono elementi che consentono di du-bitare della capacità di soddisfare la condizione imposta".

 

Il ricorrente segnala, infine, che alle citate note d'udienza del 26/2/2016, era stato allegato un documento riepilogativo del programma di messa in sicu-rezza e bonifica (che comprende sia la parte da realizzare che quella già realizza-ta), da cui si poteva evincere chiaramente come i tempi per il completamento delle operazioni di bonifica siano totalmente indipendenti dalla volontà dell'impu-tato. E anche sotto questo profilo la sentenza è carente di motivazione.

 

m. Con l'undicesimo e ultimo motivo vengono dedotti violazione ed errata applicazione degli artt. 62bis e 133 cod. pen, nonché carenza e manifesta illogi-cità della motivazione, in relazione al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche.
Ci si duole che al S.non siano state concesse le circostanze atte-nuanti generiche, sebbene alla sua età sia ancora incensurato, e ciò nonostante le numerose attività economiche che ha svolto nel corso della lunga carriera im-prenditoriale. Non si sarebbe tenuto conto, poi, del fatto che uno dei due reati è colposo e l'altro una semplice contravvenzione. E non si sarebbe considerato, al-tresì, che per le opere di messa in sicurezza e caratterizzazione, il prevenuto ha già speso quasi un milione di euro, a dimostrazione della sua volontà di eliminare le conseguenze del reato (a prescindere da chi lo abbia commesso).
Sempre con i motivi di gravame nel merito si ricorda poi che si era segnala-to come fosse ingiustificata l'entità delle pene irrogate, visto che la pena base per il reato di avvelenamento colposo delle acque parte da un minimo di sei mesi (e la pena stabilita in sentenza è molto vicina al massimo che è di tre anni).
Peraltro, ci si era lamentati in appello che la pena fosse stata determinata - per ciò che concerne sempre il reato di avvelenamento delle acque - anche dalla presunta sussistenza della colpa con previsione, cosa che sicuramente non è dal momento che quel particolare profilo psicologico del reato si dovrebbe riferire - nel caso de quo - alla condotta di sversamento colposo, e non alle presunte iner-zie successive (come si legge in sentenza).
Ebbene, il ricorrente lamenta che, per tutta risposta, nella sentenza impu-gnata, si legge, in maniera del tutto apodittica, che il trattamento sanzionatorio sarebbe congruo poiché non si discosta sensibilmente dai minimi edittali, cosa che - come appena evidenziato - non corrisponde al vero.
Immotivata sarebbe anche la non menzione della sentenza, ma anche su questo la Corte territoriale sarebbe silente.
Chiede, pertanto, l'annullamento della sentenza impugnata.

 

4.In data 4/12/2017 il difensore del S.depositava motivi nuovi deducendo l'inosservanza dell'art. 548 co. 2 cod. proc. pen. in relazione all'obbligo di notifica dell'avviso di deposito della sentenza al codifensore avv. B..
Il difensore del S.ricordava che la Corte di Appello di Lecce aveva depositato la decisione impugnata in data 4/1/2016 (in realtà, il 4/11/2016), e quindi bel oltre il termine di novanta giorni che si era data - all'udienza del 26/2/2016 - per il deposito della motivazione.

Di tale deposito - si rilevava ancora - era stato dato avviso a tutte le parti, ad eccezione dell'avv. D. B., che insieme al difensore ricorrente difende il S., in quanto subentrato - nella fase d'appello - all'avv. A. P., codifensore in primo grado, ma nelle more purtroppo deceduto.
La nomina dell'avv. B. - veniva ricordato- era stata depositata presso la cancelleria della Corte di Appello, in occasione del deposito di una memoria di-fensiva (in vista dell'udienza del 26/2/2016), cui pure la sentenza impugnata fa cenno nella parte motiva.
Sarebbe stata evidente, pertanto, la violazione dell'art. 548, co. 2, cod. proc. pen., essendo anche l'avv. Brunetti difensore dell'imputato al momento del deposito della sentenza. Con tale omissione, si sarebbe, così, impedito all'avv. B. di poter proporre personalmente un ricorso per cassazione, nell'interesse del comune assistito.
Il ricorrente richiamava il dictum di Sez. 3 n. 42736/2016 secondo cui "la sentenza dì condanna emessa dalla Corte d'Appello nulla se la sentenza di primo grado non viene notificata ad entrambi i difensori dell'imputato. L'omessa notifi-ca all'imputato (e/o al co-difensore) dell'avviso di deposito della sentenza di pri-mo grado, ex art. 548, comma 2, c.p.p., comporta una nullità a regime interme-dio la quale, ove ritualmente eccepita come nel caso di specie, non è sanata dal-la proposizione dell'appello da parte dell'altro difensore dell'imputato".
E rilevava che lo stesso principio è stato espresso da questa Corte di legitti-mità (Sez. 6, n. 30898/2015 con riferimento al caso, del tutto analogo al presen-te, in cui al codifensore non sia stato notificato l'avviso di deposito della sentenza di secondo grado.
Per questi motivi, unitamente a quelli evidenziati con l'atto di impugnazione, deduceva che la sentenza era nulla e deve essere cassata.

 

5.Con memoria difensiva depositata anch'essa in data 4/12/2017 il difen-sore della parte civile F.S. chiede dichiararsi inammissibile o riget-tarsi il proposto ricorso, evidenziando come le doglianze difensive costituiscano una mera riproposizione di questioni già sollevate dinanzi alla Corte leccese e da questa argomentatamente confutate.

In particolare, viene dedotto: a. quanto alla mancata applicazione dell'art. 162 bis cod. pen. l'assenta violazione di legge nell'applicazione dell'art. 162 bis c.p., in realtà sarebbe, però, del tutto insussistente, giacché sarebbe evidente che le conseguenze della mancata tempestiva comunicazione della contamina-zione, ossia il reato di natura contravvenzionale rispetto al quale ci si duole della mancata dichiarazione di estinzione del reato, abbiano comunque ad oggetto la medesima situazione dannosa attribuita all'imputato; b. con riguardo ai vizi di natura processuale, nonché al ruolo del S., si tratta di motivi di ricorso già proposti nel giudizio di merito e rispetto ai quali già hanno avuto modo di pronunciarsi prima il Tribunale e poi la Corte di Appello, con argomentazioni inat-taccabili sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica; c. quanto all'avvelenamento delle acque viene evidenziato come la sentenza impugnata sia stata estremamente scrupolosa e correttamente motivata in diritto nel motivare l'inconsistenza della tesi difensiva del S.circa l'assenta insussistenza del reato e ciò sia rispetto al ragionamento secondo cui, nella fattispecie concreta, l'avvelenamento - indiscutibilmente riscontrato da tutti i consulenti coinvolti nella vicenda, anche da quelli nominati dalla stessa difesa - sia stato una conseguenza solamente indiretta dell'avvelenamento provocato nel sottosuolo, sia rispetto al ragionamento secondo cui non si potrebbe configurare il reato di avvelenamento, trattandosi di acque batteriologicamente non pure dal punto di vista delle leggi sanitarie; d. quanto alla prescrizione del reato vengono ricordate le argomenta-zioni sviluppate sul punto dalla Corte di Appello: "non può in alcun modo condi-vidersi la tesi difensiva secondo la quale vi sarebbe, nel processo che occupa, uno iato tra la condotta del responsabile causativa dell'evento e l'evento stesso, giacché la condotta nel suo molteplice atteggiarsi - come chiaramente spiegato dal giudice di primo grado - è tuttora in atto" (pag. 25 dell'impugnata sentenza).

Il difensore della parte civile F. sul punto, dà atto, peraltro, anche della circostanza che la sentenza pronunciata sul Caso Eternit è intervenuta suc-cessivamente (nel novembre 2014) al pronunciamento della sentenza che ha condannato in primo grado S., con l'ovvia conseguenza che la Corte di Appello di Lecce, nella sentenza oggetto della presente impugnazione, dopo aver ripreso le argomentazioni del tribunale rispetto alla qualificazione del reato di av-velenamento come reato permanente, ha potuto specificare gli argomenti in for-za dei quali non è applicabile alla fattispecie concreta la giurisprudenza sviluppa-ta per l'inquinamento da amianto.
Quanto alla violazione ed errata applicazione degli artt. 257 e 242 D. Lgs. n. 152/2006, in relazione alle ritenuta sussistenza del reato di omessa comunica-zione dell'evento inquinante alle autorità competenti, viene anche per questo evidenziato nella memoria in esame come esso non rappresenti altro che una mera riproposizione di doglianze già sollevate dinanzi al giudice di merito e ri-spetto alle quali la Corte di Appello ha abbondantemente argomentato, richia-mando non solo le corpose argomentazioni sviluppate sul punto dal giudice di primo grado, ma specificando anche come nessun rilievo possa avere, nella fatti-specie concreta, la mera congettura che l'imputato abbia potuto ritenere di aver correttamente adempiuto al suo dovere di comunicazione.
Al riguardo, viene anche evidenziato come si tratti di un reato di natura con-travvenzionale, rispetto al quale, quindi, il soggetto agente può essere chiamato a rispondere, indistintamente, a titolo di dolo o colpa. Pertanto, se anche l'omes-sa comunicazione fosse riconducibile ad una errata valutazione dell'imputato, ciò rileva comunque ai fini della sussistenza della componente soggettiva del reato.
Quanto alla doglianza relativa alla mancata applicazione al S.dell'i-stituto della continuazione di cui all'art. 81 cod. pen. viene rilevato come la sen-tenza impugnata sia rigorosissima anche nel motivare l'inapplicabilità alla fatti-specie concreta di questo istituto di favore, che, com'è noto, collega un tratta-mento sanzionatorio di favore (cumulo giuridico delle pene) al riscontro della presenza di un medesimo disegno criminoso ispiratore delle plurime condotte il-lecite poi poste in essere dall'imputato. Ebbene, si rileva che la Corte leccese di Lecce, sul punto, non solo ha ripreso la giurisprudenza di questa Suprema Corte, volta ad individuare i presupposti applicativi del concetto di medesimo disegno criminoso, ma ha anche evidenziato come l'imputato che invoca l'applicazione della continuazione abbia anche l'onere quantomeno di allegare elementi che possano permettere al giudice di effettuare tale valutazione, non potendosi egli limitare, come è avvenuto nella fattispecie concreta, a fare riferimento sempli-cemente alla contestuale contestazione di più reati per fatti indiscutibilmente col-legati.
Con riguardo, infine, agli ultimi motivi di ricorso presentati dall'imputato e relativi alla ritenuta violazione ed errata applicazione dell'art. 163 cod. pen., in relazione alla illegittimità della condizione cui la sospensione condizionale è stata subordinata, e alla violazione ed errata applicazione nella fattispecie concreta degli art. 62 bis e 133 c.p., evidenzia la memoria in esame come anche in tal ca-so si tratti di motivi palesemente inammissibili, poiché volti a riprendere doglian-ze già ampiamente superate dal giudice di merito con argomentazioni sempre inattaccabili, sia sotto il profilo logico-formale che sotto il profilo della correttezza giuridica.

6.Con memoria difensiva depositata 1'8/12/2017il difensore e procurato-re speciale della parte civile CODACONS Onlus deduce in opposizione ai motivi del ricorrente che:

1)La mancata concessione dell'oblazione in relazione al reato di cui agli artt. 257 e 242 D.L. 152/2006 risulta puntualmente e congruamente motivata con il riferimento alla omessa eliminazione delle conseguenze dannose del reato me-diante bonifica e ripristino dello stato dei luoghi. Evidenzia che la mancata co-municazione di cui ai predetti articoli ha contribuito al consolidarsi di una situa-zione di inquinamento con effetti disastrosi sull'ambiente che non sono stati di-minuiti dagli interventi provvisori di messa in sicurezza di emergenza adottati dal ricorrente come mera soluzione-tampone e, per di più, in maniera tardiva. Pone, inoltre, l'accento sul fatto che lo stesso ricorrente nel ricorso per cassazione rei-tera la richiesta di esclusione dell'obbligo di bonifica e ripristino dei luoghi quale condizione per la sospensione condizionale della pena, ciò che lascia presagire come il ricorrente non intenda adempiere a tali incombenti.
Risulterebbe, dunque, congrua la motivazione in punto di mancata elimina-zione delle conseguenze dannose e pericolose del reato e di giustificazione in or-dine alla gravità dello stesso.
Evidenzia, inoltre, la circostanza che l'istanza di oblazione non è stata tem-pestivamente (ri)proposta in seguito alla regressione del processo per intervenu-to mutamento del giudice, con conseguente decadenza dalla possibilità di acce-dere al beneficio.

 

2)L'utilizzabilità degli atti di indagine successivi alla prima proroga delle in-dagini nel procedimento n. 10483/07 risulta congruamente motivata, dacché viene rilevato come ai fini dell'iscrizione nel registro delle notizie di reato siano necessari elementi che consentano di individuare in maniera obiettiva la persona alla quale il reato è attribuito. D'altra parte, la tardiva iscrizione nel registro di cui all'art. 335 cod. proc. pen. non assume alcuna rilevanza ai fini di quanto pre-visto dall'art. 407 cod. proc. pen.

3)È legittima la condanna del ricorrente al risarcimento del danno in favore delle associazioni ambientaliste.
Al riguardo rileva che per disposizione statutaria il presidente e legale rap-presentante del CODACONS ha il potere di conferire mandato per la costituzione di parte civile senza la necessità che vi sia una preventiva delibera autorizzativa.
Richiama l'art. 16 statuto del CODACONS in atti a norma del quale "il Presi-dente, ciascun membro del comitato di presidenza, i vice presidenti, unitamente e disgiuntamente, hanno la rappresentanza processuale dell'associazione e pos-sono decidere di promuovere liti attive e passive con l'obbligo di riferirne al co-mitato esecutivo".
Evidenzia che i giudici di merito hanno ampiamente motivato in ordine alla possibilità delle associazioni e degli enti di esercitare l'azione civile in sede pena-le per ottenere il risarcimento di un danno, patrimoniale o non patrimoniale con-seguente alla lesione di altri loro diritti particolari diversi dall'interesse pubblico alla tutela dell'ambiente, pur se derivante dalla stessa condotta lesiva (Cass., 24677/2014; 633/2011; 41015/2010). In particolare, il danno diverso da quello ambientale che legittima le associazioni e gli enti territoriali deve derivare dalla lesione di interessi locali specifici e differenziati: tale danno può essere anche di natura non patrimoniale, consistere nel danno all'immagine (Cass. 24619/2014), ed essere riconosciuto per il pregiudizio arrecato alla attività svolta per la valo-rizzazione e la tutela del territorio (Cass. 19439/2012).
Nel caso di specie - aggiunge- il danno risarcibile è stato correttamente in-dividuato nel pregiudizio all'immagine e alla reputazione subito dalle parti civili dacché le condotte del ricorrente hanno creato nella collettività l'idea della scarsa efficienza e della scarsa utilità delle attività svolte dalle associazioni ambientali-ste e dalla Regione, che pure si sono profuse in un largo impegno per la salva-guardia dell'ambiente e del territorio salentino.

4)Contrariamente a quanto si assume nel ricorso per cassazione, i giudici di merito hanno evidenziato con molta chiarezza come G.S.debba rispondere del reato. di cui agli artt. 439 e 452 c.p. in quanto titolare della posi-zione di garanzia derivante dalla sua qualifica di legale rappresentante delle so-cietà RG S.e A. Spa che hanno gestito il deposito di carburanti dal 1983 sino alla dismissione nonché legale rappresentante della società proprieta-ria dell'area del deposito.
La Corte d'appello evidenzia come la riconducibilità dell'inquinamento al de-posito del ricorrente risulti dimostrato dagli atti dell'accertamento tecnico pre-ventivo, dagli atti dell'incidente probatorio, dalla consulenza S. -G. e per-sino dalle procedure eseguite dalla società Golder su incarico dello stesso Seme-raro, come riferito dal consulente della difesa C..
I giudici di merito danno atto che G. S.venne informato dall'Indrizzi che dal pozzo profondo esistente nella sua proprietà, immediatamen-te a ridosso del deposito di carburanti, fuoriusciva acqua marrone scura di evi-dente odore e colore idrocarburico.
In memoria si pone l'accento sul fatto che la Corte territoriale evidenzia, inoltre, che le acque considerate dall'art. 439 sono quelle destinate all'alimenta-zione umana, indipendentemente dal fatto che abbiano i caratteri biochimici della potabilità previsti dalla legge e dalla scienza. Sicché il reato. si configura anche quando l'avvelenamento abbia riguardato acque batteriologicamente non pure.

 

5)Il reato di omessa comunicazione di cui all'art. 257 comma 1 D.Lgs 152/2006 risulta integrato sia sotto il profilo oggettivo che soggettivo.
G. S., quale responsabile della contaminazione, ha omesso di comunicare l'evento inquinante alle autorità competenti.
L'unica comunicazione che risulta presentata è quella di RG S.Spa quale proprietario del sito non responsabile della contaminazione, comunicazione che peraltro venne effettuata con almeno tre anni di ritardo rispetto al momento in cui S.aveva avuto conoscenza della situazione di inquinamento. Detta comunicazione, tra l'altro, non venne inviata a tutti i soggetti istituzionali che la norma prevede come destinatari e non conteneva gli elementi essenziali che avrebbe dovuto indicare, come le caratteristiche del sito interessato, le matrici ambientali interessate e gli interventi da eseguire.
Dal punto di vista soggettivo, non può affermarsi che con la comunicazione fatta quale proprietario del sito anziché come responsabile della contaminazione, il S.avesse la certezza di aver adempiuto al dovere di comunicazione poiché sarebbe come ammettere la mancata conoscenza della norma come scu-sante

6)L'eccepita prescrizione non sembra poter trovare accoglimento poiché la fattispecie di cui agli artt. 439 e 452 c.p. ha natura di reato di evento tuttora permanente in quanto risulta dimostrato come sia tuttora in atto il rilascio nella falda acquifera di sostanze inquinanti provenienti dal terreno contaminato dell'ex deposito A..
La Corte territoriale ha altresì evidenziato la rilevanza di una serie di condot-te omissive tenute dall'imputato (quali l'omessa rimozione dei fondi delle vasche, il ritardo negli interventi di messa in sicurezza e l'inadeguatezza degli stessi) atte ad evidenziare il progressivo verificarsi dell'evento.
L'insieme di tali elementi induce ad escludere la declaratoria di estinzione del reato per intervenuta prescrizione.

7)La condizione apposta al beneficio della sospensione condizionale della pena, consistente nell'obbligo di bonifica e ripristino dello stato dei luoghi, costi-tuisce una condizione senz'altro possibile da attuare ed un elemento imprescin-dibile affinché l'imputato si attivi per rimediare agli effetti disastrosi delle proprie condotte. Sarebbe dunque fondamentale la conferma della sentenza di merito su tale punto mentre eventuali doglianze e rilievi afferenti le modalità di attuazione dell'obbligo appartengono alla competenza del giudice dell'esecuzione.
In ragione di ciò, chiede, pertanto, che questa Corte respinga il ricorso pro-posto da S.G., confermando la sentenza impugnata e conseguen-temente condannando l'imputato alla refusione delle spese processuali in favore della parte civile ed al risarcimento del danno quantificato. E in ogni caso, anche ove questa Suprema Corte dovesse dichiarare l'estinzione dei reati per interve-nuta prescrizione, chiede che vengano confermate le statuizioni civili della sen-tenza impugnata in ordine al risarcimento del danno in favore della costituita parte civile ed alla refusione delle spese processuali anche riguardo al giudizio di Cassazione.

7.All'udienza del 21/12/2017 questa Corte disponeva con ordinanza la ri-trasmissione degli atti alla Corte di Appello di Lecce sul rilievo che:

• come evidenziato dall'Avv. A. S.nei propri motivi nuovi deposi-tati in data 4/12/2017 e come comunicato dall'Avv. D. B. con nota a propria firma depositata il 7/12/2017, allo stesso avv. B., codifensore di fi-ducia di S.G.i, non risultava notificato né l'avviso di deposito della sentenza 443/16 emessa dalla Corte di Appello di Lecce in data 26/2/2016 e de- positata, oltre il termine dì gg. 90 indicato in dispositivo, il 4/11/2016, né l'avviso per l'odierna udienza dinanzi a questa Corte;•effettivamente il sopra indicato Avv. D. B., come dava atto la stessa Corte di Appello di Lecce a pag. 5 della sentenza impugnata, nell'illustrare il contenuto della memoria del 25/2/2016, era subentrato al defunto Avv. A. P. nella difesa di S.G.in relazione al presente procedimento, affiancando l'avv. A. S.;

•l'eccezione di mancato avviso del deposito della sentenza da parte dell'Avv. B. tendesse a far valere l'autonomo diritto di impugnazione di tale difensore della sentenza di secondo grado dinanzi a questa Corte di legittimità, diritto che poteva essere ancora esercitato;

•conseguentemente, il procedimento non potesse essere definito perché non era ancora iniziata la decorrenza del termine di impugnazione per una delle parti legittimate a proporla e che gli atti per tale motivo non dovevano essere ancora trasmessi a questa Corte;

•per competenza funzionale, il fascicolo dovesse essere rimesso alla Corte di Appello di Lecce che avrebbe provveduto alla notifica dell'avviso di deposito della propria sentenza 443/16 all'Avv. B. e, solo successivamente allo spi-rare dei termini per un'eventuale impugnazione da parte dello stesso, avrebbe dovuto ritrasmettere tutti gli atti di impugnazione pervenuti e il fascicolo proces-suale a questa Corte per il giudizio di legittimità.
La Corte di Appello di Lecce provvedeva all'adempimento omesso e quindi disponeva la ritrasmissione degli atti a questa Corte perché provvedesse sul pro-posto ricorso.

8.In data 10/9/2018 sono stati presentati motivi nuovi, a firma del difen-sore di fiducia del S., avv. D. B., che ha insistito in particolare nel censurare il provvedimento impugnato, sotto il duplice profilo della violazione di legge e del vizio motivazionale, in ordine alla mancata dichiarazione di prescri-zione del reato. Per il ricorrente, contrariamente a quanto sostenuto dalla Corte d'appello, la condotta tipica contestata è senza dubbio attiva - aver avvelenato le acque im-mettendovi idrocarburi - e nessun rilievo può esser attribuito a quella omissiva di mancata bonifica.
Ebbene, si evidenzia ancora una volta che la dispersione degli idrocarburi sarebbe verosimilmente avvenuta prima del 1979, anno in cui, come emerge-rebbe anche dalla ricostruzione operata dai consulenti del PM (il richiamo è alla consulenza S. G., pag. 124, che viene allegata), i serbatoi in cemento sono stati dismessi e sostituiti con quelli in metallo, la cui tenuta non è stata messa in dubbio da alcuno.
Le fuoriuscite degli agenti inquinanti, dunque, si sarebbero verificate ben prima che il S.divenisse amministratore della R. & G. S., incarico conferitogli in data 28 maggio 1983, come attesta il verbale del CdA convocato allo scopo di individuare un nuovo AD a seguito del decesso del precedente, Q. S..
Peraltro, viene ricordato che nel 1998 sono stati rimossi i serbatoi in metallo ed il deposito è stato definitivamente dismesso; pertanto, nessuna condotta atti-va di avvelenamento potrebbe esser stata commessa dopo tale data.
Ed invero, prosegue il ricorrente, anche qualora, in spregio alle chiarissime indicazioni fornite nella sentenza Eternit più volte richiamata, si volesse aderire alla ricostruzione prospettata dal giudice di seconde cure, il risultato ultimo sa-rebbe esattamente lo stesso.
A ben vedere, infatti, non vi sarebbe dubbio che la presunta inerzia dell'im-putato rispetto agli obblighi di bonifica, lungi dal perdurare sine die, è venuta meno in un momento ben preciso, oltre il quale non sarebbe possibile imputare al S.alcuna condotta, né attiva né omissiva.

Tale spartiacque - si sostiene- deve essere individuato nell'udienza, fissata per l'incidente probatorio, tenutasi in data 13 febbraio 2008.
In tale occasione, come emerge dal verbale d'udienza che viene allegato, il G.I.P. prescriveva che fosse «tutto bloccato e inibito ogni intervento di qualsiasi tipo fino a quando non saranno completate almeno le operazioni» necessarie per lo svolgimento della perizia.
Considerando che tale perentorio ordine del giudice vale di certo ad inter-rompere la condotta omissiva asseritamente rimproverabile al S., il quale non poteva far altro che conformarvisi, ed, inoltre, che, all'epoca, l'evento di av-velenamento si era sicuramente già verificato, sarebbe del tutto evidente che il periodo consumativo del reato non può in alcun modo protrarsi oltre il momento in questione.
Né potrebbe trovare applicazione, nel caso di specie, l'indirizzo giurispruden-ziale secondo il quale, in caso di reato permanente la cui condotta si sia interrot-ta per poi riprendere successivamente, la prescrizione inizierebbe a decorrere dal momento di cessazione finale della condotta.
Tale orientamento, invero, secondo il ricorrente, riguarda fattispecie del tut-to diverse dalla presente, tutte caratterizzate dal compimento di una condotta attiva, facilmente apprezzabile nella sua estrinsecazione materiale; viceversa, il caso che ci occupa si connota per un contegno omissivo, peraltro di difficile e controversa riconoscibilità. Infatti, all'imputato non viene rimproverato di essere rimasto completamente inerte rispetto agli obblighi di rimessione in pristino, ma, piuttosto, di aver agito in maniera lenta e farraginosa e di non aver adottato gli accorgimenti tecnici migliori.
Concludendo, anche qualora si volesse attribuire rilievo alla condotta di omessa bonifica, essa sarebbe comunque cessata il 13 febbraio 2008. data da assumere quale dies a quo nel computo del termine di cui all'art. 157 c.p. ed an-che secondo questa differente ricostruzione, in definitiva, il reato contestato ri-sulterebbe del pari estinto per esser intervenuta la prescrizione.
Insiste, pertanto, per l'accoglimento del ricorso.

In data 18/9/2018 sono poi state depositate note di udienza, sempre nell'interesse di S.Giovanni, a firma degli avv. D. B. e A. S., con i quali si deduce ulteriormente in relazione alla permanenza del reato di cui agli artt. 439 e 452 cod. pen. e al motivo relativo alla subordinazione della pena sospesa alla condizione dell'eliminazione delle conseguenze dannose del reato.

 

Considerato in diritto

 

[omissis]

4.Il reato di avvelenamento colposo delle acque trova la sua fonte normati-va, come recita l'imputazione, nel combinato disposto degli articoli 439 e 452 del codice penale.
La norma di cui all'art. 439 cod. pen. prevede che: "Chiunque avvelena ac-que o sostanze destinate alla alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per il consumo, è punito con la reclusione non inferiore a quindici anni" E l'art. 452 estende la punibilità a "chiunque commette, per colpa, alcuno dei fatti pre-veduti dagli articoli 438 e 439" prevedendo che sia punito (...) "3) con la reclu-sione da sei mesi a tre anni, nel caso in cui l'articolo 439 stabilisce la pena della reclusione".

 

Va subito evidenziato come la portata semantica del termine "avvelenamen-to" potrebbe indurre l'interprete a concludere che si tratti di una fattispecie di pericolo concreto che, per divenire effettivo, deve portare all'avvelenamento di acque o sostanze destinate all'alimentazione.

La formulazione stessa della norma, tuttavia, quando impone che l'accerta-mento del pericolo avvenga "prima" che le sostanze siano attinte o distribuite per il consumo, porta, invece, a propendere per un inquadramento della norma nel novero dei reati di pericolo astratto o presunto.

 

La ratio della previsione incriminatrice, ad avviso del Collegio, risiede nel colpire la diffusività del pericolo nei confronti di un numero indeterminato di per-sone, derivandone che ricade nella fattispecie in esame l'avvelenamento compiu-to in qualsiasi fase anteriore alla destinazione dell'acqua o della merce ad uno specifico acquirente, poiché è in quel momento, e più precisamente solo in quel momento, che il pericolo collettivo si puntualizza in un pericolo individuale, san-zionato da altre disposizioni. Ed è lo stesso tenore letterale della norma che de-pone in tal senso, in quanto la" distribuzione per il consumo" rende l'idea di qualsiasi atto di cessione a terzi, successivo alla mera "detenzione per la vendi-ta".

 

Questa Corte di legittimità, con un dictum che si ritiene di condividere e di riaffermare, ha chiarito che, per la configurabilità del reato di avvelenamento (ipotizzato, nella specie, come colposo) di acque o sostanze destinate all'alimen-tazione, pur dovendosi ritenere che trattasi di reato di pericolo presunto, è tutta-via necessario che un «avvelenamento» di per sé produttivo, come tale, di peri-colo per la salute pubblica, vi sia comunque stato; il che richiede che vi sia stata immissione di sostanze inquinanti di qualità ed in quantità tali da determinare il pericolo, scientificamente accertato, di effetti tossico-nocivi per la salute (così questa Sez. 4, n. 15216 del 13/2/2007, Della Torre, Rv. 236168 che, in applica-zione di tale principio, ha ritenuto fondata ed assorbente la censura con la quale, da parte dell'imputato, dichiarato responsabile del reato de quo a causa dello sversamento accidentale in un corso di acqua pubblica di un quantitativo di acido cromico, si era denunciato il mancato accertamento, in sede di merito, dell'effet-tiva pericolosità della concentrazione di detta sostanza in corrispondenza del punto d'ingresso delle acque nell'impianto di potabilizzazione, essendosi ritenuto sufficiente il mero superamento dei limiti tabellari).

 

Pericolosa per il bene giuridico tutelato è, in altre parole, quella dose di so-stanza contaminante alla quale le indagini scientifiche hanno associato effetti av-versi per la salute. Detta pericolosità deve dunque potersi ritenere scientifica-mente accertata quando possa dirsi riferita a "dose di sostanza contaminante alla quale le indagini scientifiche hanno associato effetti avversi per la salute" (Sez. 4, sentenza n. 15216 del 13/02/2007, Della Torre, Rv. 236168).

 

Nel ribadire tale principio, di recente, questa Corte ha precisato che non è sufficiente il mero superamento dei "limiti soglia" di carattere precauzionale, che costituiscono una prudenziale indicazione sulla quantità di sostanza, presente in alimenti, che l'uomo può assumere senza rischio, quotidianamente e sul lungo periodo (Sez. 4, n. 25547 del 10/5/2018, Comune di Carisio, Rv. 272964). Tale superamento non è sufficiente ad integrare nemmeno la fattispecie prevista dall'art. 257 D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, la quale sanziona condotte di "inqui-namento", ossia causative di un evento che costituisce evidentemente un "mi-nus" rispetto all'ipotesi di "avvelenamento" (Sez. 1, n. 45001 del 19/09/2014, Capasso, Rv. 26113501).
Va ulteriormente precisato che, ai fini della configurabilità del reato previsto dall'art. 439 cod. pen. l'avvelenamento delle acque destinate all'alimentazione non deve avere necessariamente potenzialità letale, essendo sufficiente che ab-bia la potenzialità di nuocere alla salute. E che le acque considerate dalla norma di cui ci si occupa sono quelle destinate all'alimentazione umana, abbiano o non abbiano i caratteri biochimici della potabilità secondo la legge e la scienza.

 

Tali principi sono stati affermati già oltre trent'anni or sono, in riferimento ad un caso che presentava molte similitudini rispetto a quello che ci occupa, in cui vi era stato lo sversamento nel terreno di sostanze inquinanti di origine indu-striale, penetrate in falde acquifere, con conseguente avvelenamento dell'acqua di vari pozzi della zona ed è stata respinta la tesi difensiva secondo cui per acqua destinata all'alimentazione deve intendersi solo l'acqua «potabile» a norma dell'art. 249 T.U. leggi sanitarie (Sez. 4, n. 6651 del 8/3/1984, dep. il1985, Rv. 169989).

 

Ancora, recentemente, si è affermato che la condotta di avvelenamento di acque o sostanze destinate all'alimentazione di cui all'art. 439 cod. pen., a diffe-renza di quella di corrompimento di cui all'art. 440 cod. pen., ha connaturato in sé un intrinseco coefficiente di offensività, caratterizzandosi per l'immissione di sostanze estranee di natura e in quantità tale che, seppur senza avere necessa-riamente una potenzialità letale, producono ordinariamente, in caso di assunzio-ne, effetti tossici secondo un meccanismo di regolarità causale che desta un no-tevole allarme sanitario da valutarsi anche in relazione alla tipologia delle possi-bili malattie conseguenti (così Sez. 4, n. 9133 del 12/12/2017 dep. il 2018, Gia-comelli, Rv. 272262 che ha ritenuto configurabile il reato di cui all'art. 440 cod. pen. a carico del dirigente e del responsabile di settore di una società di gestione di un acquedotto, in ragione della concentrazione non elevata degli agenti pato-geni veicolati nell'acqua e del loro ruolo eziologico nella diffusione di una malattia infettiva - la gastroenterite - che, nelle sue concrete modalità di manifestazione non era risultata particolarmente invasiva per la salute, tenuto conto anche dei contenuti tempi di guarigione delle persone offese).

 

5.Si è già anticipato che, nel caso che ci occupa, i giudici di merito danno convincentemente atto che l'avvelenamento della falda acquifera c'è stato - argomento neanche contrastato con convinto vigore dalle argomentazioni difen-sive- e, va qui aggiunto, che motivano convincentemente in relazione alla circo-stanza che lo stesso sia ascrivibile al S..
La Corte territoriale, infatti, contrasta efficacemente e con motivazione priva di aporie logiche la tesi difensiva, riproposta oggi sub g., volta ad affermare l'in-sussistenza del reato di avvelenamento di acque, che muoveva dall'assunto se-condo cui — diversamente dal modello della fattispecie incriminatrice che esige un'azione diretta sulle acque ovvero sulle sostanze alimentari — nel caso che oc- cupa l'avvelenamento della falda acquifera sarebbe stato, a tutto voler concede-re, conseguenza indiretta dell'avvelenamento provocato nel sottosuolo.

 

Ricordano, infatti, i giudici del gravame del merito come le risultanze di pro-va consentano di affermare, oltre il ragionevole dubbio, che vi sia stato l'avvele-namento di acque destinate al consumo umano e che detto evento sia conse-guenza di una condotta colposo dell'imputato.
Si è infatti accertato - come si legge a pag. 18 della sentenza impugnata-che rilevanti quantitativi di idrocarburi hanno attinto, a partire dalla proprietà S., le falde acquifere, sia superficiali, che profonde (fino a 120 metri di profondità), le quali attraversando il deposito ex A. alimentano vari pozzi di captazione per l'acqua. E che anche detti pozzi sono risultati fortemente inquinati per la presenza di sostanze tossiche e nocive alla salute dell'uomo (e, in taluni casi, anche cancerogene).

La Corte territoriale evidenzia che la presenza, anche in concentrazioni ele-vatissime, di prodotti idrocarburici è stata accertata non solo prima dell'attingimento per il consumo (quando sono stati rilevati valori notevolmente superiori a quelli minimi consentiti nella falda superficiale e nella, falda profon-da), ma anche nei punti di distribuzione finale (all'interno dei pozzi esistenti, specie quelli in proprietà S.e F.).

I giudici territoriali danno atto in motivazione che innanzi tutto, non vi è dubbio, che non si sia trattato di una contaminazione puntuale ed episodica, consistita nell'immissione attraverso il terreno, nelle acque di falda di minimi quantitativi di sostanze idrocarburiche, ma di una contaminazione reale del ter-reno assai diffusa ed estesa, che ha dato luogo all'avvelenamento della falda ac-quifera in un'area che ha assunto una notevole estensione, comprendendo sia l'area sede dell'ex deposito, estesa circa 5.800 mq., sia l'area di proprietà F., sia parte dell'area di proprietà dell'Università degli studi e parte dell'area dei parco comunale Torre di Belloluogo.

Viene in proposito posto in rilievo che, secondo la valutazione dei periti e di tutti i consulenti, gli idrocarburi sono certamente sostanze riconosciute di elevata tossicità e quindi dannose per la salute, che non possono essere ingerite dall'uomo. E che si tratta di un giudizio di tossicità e pericolosità per la salute umana che è unanimemente riconosciuto nella comunità scientifica e che, del re-sto, i consulenti della difesa non hanno contestato.

La sentenza impugnata, in proposito, dà atto che la falda acquifera - che grazie agli scavi già eseguiti nel cantiere dell'Università e a quelli realizzati nell'a-rea S.e in quella dell'Università da S. e G. è stata intercettata nel suo scorrere- è costituita da un liquido nerastro composto da acqua frammista a idrocarburi, che hanno fatto perdere all'acqua il suo aspetto incolore.

Pertanto, l'avvelenamento da idrocarburi delle acque della falda - superficia-le e profonda- è dimostrato dalla presenza di significative quantità di prodotto surnatante in fase libera sulla superficie dell'acqua, anche dello spessore di alcu-ni metri, rilevato sia nel corso dell'accertamento tecnico preventivo, sia nel corso dell'incidente probatorio, sia nel corso della consulenza S. -G., sia nel cor-so delle procedure della caratterizzazione eseguite dalla stessa G. per conto di S., come risulta documentalmente e come è stato riferito dallo stesso consulente della difesa C., che ha ammesso la significativa circostanza del prelievo, da anni e in diversi punti che attingono alla falda superficiale e profon-da, sia nella proprietà S.ed anche nella proprietà F., di grandi quantitativi di prodotto surnatante in fase libera.

La condivisibile conclusione dei giudici di merito, dunque, è che non vi sia dubbio, pertanto, che si possa parlare di un vero e proprio avvelenamento della falda acquifero, assai gravemente contaminata dalla presenza di significative quantità di idrocarburi, dello spessore anche. di alcuni metri, rilevata in più punti e a più riprese, nel corso del tempo e, dunque, di un fenomeno di avvelenamen-to diffuso, consistente e persistente.

Le risultanze di prova, dunque, collocano la situazione descritta in imputa-zione nell'alveo del ricordato principio affermato da questa Corte di legittimità per cui, ai fini della configurabilità del reato di avvelenamento di acque o sostan-ze destinate all'alimentazione, pur dovendosi ritenere che trattasi di reato di pe-ricolo presunto, è tuttavia necessario che un "avvelenamento", di per sé produt-tivo, come tale, di pericolo per la salute pubblica, vi sia comunque stato.
Ed è ciò che è avvenuto con l'immissione di sostanze inquinanti, quali gli idrocarburi, di qualità ed in quantità tali da determinare il pericolo, scientifica-mente accertato, di effetti tossico-nocivi per la salute. Non è invece richiesta un'azione necessariamente diretta sulle acque.

 

6.La Corte territoriale confuta argomentatamente l'argomentazione difensi-va, oggi riproposta sub f., secondo cui non vi sarebbe prova dell'ascrivibilità al S.dell'attività inquinante.
Come si ricorda a pag. 20 della sentenza impugnata, già il giudice di primo grado aveva rilevato come S.Giovanni, per la sua qualifica di legale rap-presentante delle società che hanno gestito il deposito sin dal 1983 (prima della R. e G. S.spa e poi della A. spa) e, in particolare, di legale rappresentante della società A. che quel deposito gestiva all'atto della di-smissione e di legale rappresentante della società proprietaria dell'area del depo-sito, era certamente titolare di una posizione di garanzia, avendo avuto l'obbligo giuridico di provvedere alla manutenzione/conservazione degli impianti, tenendo costantemente in efficienza e in perfetto stato di conservazione il deposito, ed in particolare i serbatoi per lo stoccaggio dei prodotti petroliferi, e quello di provve-dere, all'atto della dismissione del deposito, alla completa rimozione di tutte le attrezzature costituenti l'opificio.

Non a caso, era stato proprio S.G.che in data 11.3.1998, in qualità di Presidente della R.&G. S.Carburanti S.p.A., comunicava alla Prefettura di Lecce la cessazione della propria attività di commercializzazione di prodotti petroliferi e la dismissione dei depositi sia di via Taranto 39, sia di via Vecchia Surbo 1, con la conseguente "completa rimozione di tutte le attrezzature costituenti opificio".

In tale circostanza, lo stesso avrebbe dovuto effettivamente provvedere alla completa e integrale rimozione di tutti i serbatoi interrati, sia di quelli metallici, sia di quelli in cemento armato ancora eventualmente presenti nell'area e assicu-rarsi che nel sottosuolo non rimanesse alcuna possibile fonte di contaminazione; per contro, la presenza - rilevata durante l'accertamento tecnico dei dott. S. e G., nel sottosuolo dell'area, di manufatti di cemento dei serbatoi e di idro-carburi - dimostra la violazione di tale specifico obbligo giuridico.
Inoltre -rilevava ancora già il giudice di primo grado- quando nel 1997 S. G. ha cessato l'attività del deposito aveva già l'obbligo giuridico di assicurarsi che non vi fosse una situazione di contaminazione, e, nel caso in cui vi fosse una situazione di pur iniziale contaminazione del terreno, aveva l'obbligo giuridico di provvedere alla rimozione della fonte inquinante e di provvedere alla bonifica. All'epoca, infatti, era già vigente l'art. 17 del Dlgvo n. 2/97, che preve-deva l'obbligo di bonifica e che era, pacificamente, applicabile a qualunque situa-zione di inquinamento in atto al momento dell'entrata in vigore del decreto legi-slativo, indipendentemente dall'epoca, ove pure remota, alla quale dovesse farsi risalire il fatto generatore dell'inquinamento ed anche ai responsabili dell'inqui-namento che non avessero più la disponibilità delle aree danneggiate.

 

In ragione di tali considerazioni i giudici di merito hanno dunque convincen-temente ritenuto non avere perciò alcun valore il rilievo difensivo che è più pro-babile che la fuoriuscita di idrocarburi sia avvenuta dai serbatoi in cemento ar-mato, piuttosto che da quelli in metallo, e che quelli in cemento armato risulta-vano essere stati rimossi negli anni 81-82, ovvero quando amministratore non era S.G., ma S.Q.. Infatti, S.G., es-sendo amministratore negli anni 97-98, quando l'impianto era stato dismesso, aveva l'obbligo di rimuovere tutti i serbatoi, in uno con quello di accertare l'inte-grale rimozione di tutti i serbatoi. E che non vi fosse già stata una fuoriuscita nel terreno di idrocarburi e non rimanessero le condizioni perché essa potesse verifi-carsi in futuro.

 

L'odierno ricorrente, dunque, non può giustificarsi, quindi, asserendo di non essere stato a conoscenza della circostanza che ancora nel sottosuolo vi fossero parti di serbatoi da cui potevano percolare idrocarburi, posto che anche tale ignoranza è ingiustificata a fronte degli obblighi di legge su di lui gravanti e lo fa versare in colpa.

I giudici di merito evidenziano, peraltro, come la condotta colposa dell'impu-tato non si è limitata all'inosservanza di tali obblighi di legge negli anni 1997-98, ma è proseguita nel tempo e si è aggravata allorquando lo stesso ha avuto cono-scenza effettiva e certa di una situazione reale, e non solo potenziale, di grave contaminazione, ovvero quando è stato informato dall'Indrizzi che dal pozzo pro-fondo esistente nell'allora sua proprietà, immediatamente a ridosso del deposito di carburanti, fuoriusciva acqua marrone scura di evidente odore e colore idro-carburico.
Ciò è avvenuto - come rileva il giudice di primo grado, in un punto che si ri-leva determinante ai fini del dies a quo della prescrizione- "in epoca anteriore prossima al gennaio del 2005 ed ha reso S.G.consapevole dell'e-sistenza di una assai grave contaminazione da idrocarburi non solo del terreno, ma specificamente della falda acquifera superficiale e profonda" (così a pag. 21 della sentenza impugnata nel riportarsi adesivamente alla sentenza di primo grado).

 

Ricordano i giudici di merito che, se, come è emerso in dibattimento e come è stato sottolineato dai consulenti della difesa, detto pozzo non era nella disponi-bilità della R&G S.quando era in esercizio il deposito e quando si è mani-festata la presenza di idrocarburi all'interno delle acque che dallo stesso si attin-gevano, e se dunque deve escludersi che ivi vi sia stato uno sversamento di idrocarburi da parte del S., è chiaro allora che avendo appreso dall'In-drizzi della fuoriuscita da quel pozzo di prodotti idrocarburici e avendo poi ese-guito degli interventi di recupero e quindi constatato l'attingimento da quel pozzo di acqua frammista a prodotti idrocarburici, lo stesso aveva la piena consapevo-lezza che i prodotti idrocarburici contenuti nei serbatoi dell'ex deposito stavano contaminando la falda superficiale e, attraverso detto pozzo, si propagavano an-che alla falda acquifera profonda.

 

A quel punto - ricordano ancora le sentenze di merito- l'odierno ricorrente ha, ancora una volta, e con assoluta consapevolezza dell'esistenza di una situa-zione di grave inquinamento e di pericolo per la salute pubblica, violato gli obbli-ghi che su di lui gravavano in base alla legge e afferenti la sua posizione di ga-ranzia. Non ha operato alcuna comunicazione, anzi ha acquistato il pozzo pro-fondo inquinato e nel quale si realizzava un contatto tra falda superficiale - già inquinata per effetto della propagazione degli idrocarburi penetrati nel sottosuolo e falda profonda, sì da non correre il rischio che Indrizzi, a causa dei danni che gli erano stati provocati e che sarebbero proseguiti con forte deprezzamento an-che economico del valore della sua proprietà, potesse denunciare la situazione alle Autorità; non è intervenuto tempestivamente ai tini di una messa in sicurez-za, per evitare che la contaminazione si propagasse nelle acque di falda sotto-stanti le proprietà limitrofe e non ha in alcun modo attivato la procedura di boni-fica.
Di fronte a tali atti, oltre che alle già richiamate risultanze delle consulenze, non può trovare spazio l'indimostrata tesi, ancora oggi sostenuta, circa la possi-bilità che la fonte dell'inquinamento andasse ricercata altrove, e nello specifico nei due distributori di carburante di proprietà A. e P..
La condotta omissiva e di inosservanza degli specifici obblighi di bonifica dell'inquinamento prodotto da parte del S. è proseguita nel tempo pur dopo che il fenomeno si è manifestato nella proprietà F., non avendo l'imputato, neppure dopo le prime richieste del F., adottato alcun inter-vento, tanto da dover costringere il proprietario del fondo vicino, che a differenza di Indrizzi voleva continuare ad abitare tranquillamente nella sua casa e a utiliz-zare i pozzi esistenti nella sua proprietà, a dovere, nella assoluta inerzia del S., dapprima fare ricorso al Giudice civile e poi rivolgersi più volte all'Autori-tà giudiziaria penale.
Tutte le successive condotte colpose di violazione di specifici obblighi norma-tivi o di sostanziale elusione degli stessi, sia in relazione alla caratterizzazione, sia in relazione alla messa in sicurezza e alla bonifica, costituiscono poi ulteriori e perduranti inosservanze di obblighi di legge da parte dell'odierno ricorrente, che aveva l'obbligo giuridico di attivarsi al fine di evitare la progressiva e sempre maggiore propagazione dell'avvelenamento e ciò non ha assolutamente fatto, né ponendo in essere efficaci e tempestivi interventi di messa in sicurezza di emer-genza, né consentendo l'adozione del piano di bonifica, inspiegabilmente per-dendo sette anni senza alcun serio accertamento, ma eseguendo solo alcuni pre-lievi e analisi nel terreno e nella falda superficiale eseguiti con molto ritardo e sostanzialmente solo per le acque superficiali nella sua proprietà e, da ultimo nella proprietà F., non nelle altre proprietà confinanti e non sulle acque profonde di cui pure era nota già dal 2003-2004 la comunicazione con la falda superficiale a livello del pozzo ex I..
E' pacifico che l'odierno ricorrente non abbia adottato alcuna messa in sicu-rezza di emergenza, tale non potendo qualificarsi i tardivi e minimi prelievi di surnatante in alcun singoli punti della sua proprietà e, solo di recente, nella pro-prietà F., né abbia operato alcuna bonifica. E che tutte le condotte colpo-se del S., sia quelle allo stesso riferibili relative agli anni 1997-98, sia quelle successive alla conoscenza reale della situazione di contaminazione, per come comunicatagli dapprima da I., poi da F., quindi per come de-sumibile dagli esiti degli accertamenti condotti dai consulenti del giudice civile, dai periti dei Gip e dai consulenti del Pubblico Ministero, sono certamente da por-re in correlazione causale con l'avvelenamento delle acque.
Tali condotte - secondo la tesi dei giudici di merito, che, tuttavia, come si di-rà di qui a poco non può essere condivisa fino in fondo in punto di accertamento del momento della consumazione del reato- perdurando nel tempo, hanno cagio-nato l'avvelenamento della falda acquifera, la sua progressiva estensione, il suo progressivo e perdurante aggravamento.
Per i giudici di merito il S.deve pacificamente rispondere del reato di cui al combinato disposto degli articoli 439 e 452 del codice penale non solo per la sua condotta attiva di inquinamento delle acque, ma per una pluralità di con-dotte omissive, pervicacemente reiterate nel corso del tempo, che portano a considerare il reato come permanente o, comunque, a spostare in avanti il dies a quo della prescrizione.
Non sfugge al Collegio che, dal punto di vista del senso comune, tale appare la conclusione più giusta. Ma, in punto di diritto, come si andrà meglio a spiega-re, tale conclusione non appare corretta.
[omissis]

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