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Disastro ambientale: quando si configura e quali i rapporti con l'inquinamento ambientale?

Categoria: Danno ambientale
Autorità: Cass. Pen. Sez. I
Data: 29/12/2017
n. 58023

Il delitto di disastro ambientale, di cui all’art. 452-quater cod. pen., introdotto con L. 68/2015, è un reato che richiede, per la sua configurazione, l’avvenimento di uno di tre macro-eventi, che sono: l’alterazione irreversibile dell’equilibrio dell’ecosistema; un evento la cui riparazione risulti particolarmente onerosa e richieda provvedimenti eccezionali; l’offesa dell’incolumità pubblica. Il disastro ambientale richiede, quindi, una lesione che comporti un’alterazione tale da apportare modifiche irreversibili degli equilibri di sistema e che non permettono all’ambiente di reagire con meccanismi naturali per ripristinare le sue condizioni precedenti, le quali possono, invece, essere recuperate solo tramite interventi artificiali eccezionali. Si tratta di casi di maggior gravità rispetto a quelli ricompresi nell’ambito del delitto di inquinamento ambientale, di cui all’art. 452-bis cod. pen., che punisce i casi in qui l’inquinamento non è tale da indurre al disastro ambientale.  


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*estratto

 

Osserva in diritto

 

1. I ricorsi contengono doglianze in parte comuni che impongono esame trattazione congiunta.

In questa prospettiva si enucleano le questioni afferenti:

a) i rapporti tra l'art. 434 c.p. e i delitti di cui al Libro II titolo VI bis introdotti ex L. 22 maggio 2015, n. 68;

b) l'omessa rinnovazione del dibattimento in fase di appello; l'assunta violazione della C.E.D.U. per effetto della condanna pronunciata su impugnazione della Pubblica Accusa, senza procedere al nuovo esame dei testi ritenuti decisivi;

c) la violazione dei criteri di prova in relazione alla ritenuta sussistenza della fattispecie aggravata di cui all'art. 434 c.p., comma 2.

d) la violazione del principio di correlazione tra accusa e decisione.

 

a) Il rapporto tra fattispecie penali in "successione" (art. 434 c.p. e art. 452 bis c.p. e ss.) e i temi connessi alla validità e all'applicabilità ratione temporis delle singole disposizioni in funzione della individuazione della norma regolatrice.

La questione - cui si sono dedicati, sia pur con talune sfumature diverse - tutti i ricorrenti va trattata, in via preliminare, per motivi sistematici e d'ordine logico.

Le critiche e le argomentazioni sviluppate condividono un nucleo centrale sul rapporto tra fattispecie e sul fenomeno successorio, rispetto al quale si giunge anche ad adombrare l'ipotesi di una sostanziale abolitio criminis dell'art. 434 c.p., comma 2, in relazione al disastro ambientale, per effetto della novella di cui alla L. 22 maggio 2015, n. 68, con conseguente indifferenza dell'ordinamento penale rispetto ai fatti in esame, commessi antecedentemente alla sua entrata in vigore e con relativa sussunzione della vicenda successoria nello statuto di disciplina della cd. abrogazione della precedente incriminazione.

 

a.1.) I fenomeni di grave inquinamento ambientale sono stati tradizionalmente affrontati in giurisprudenza, recuperandoli all'ambito di applicabilità dell'art. 434 c.p. e facendo ricorso alla disposizione, in particolare, del disastro cd. innominato. Valorizzando la portata "inespressa" della norma regolatrice, la sua collocazione sistematica (tra i delitti contro la pubblica incolumità) e il contenuto lessicale del concetto descrittivo di "disastro" si è apprestata, attraverso la sua applicazione, tutela anche al "paesaggio" (e, dunque, all'ambiente), bene giuridico-materiale oggetto di presidio costituzionale (art. 9 Cost.).

L'art. 434 c.p., norma di chiusura e residuale, ha generalmente presentato più d'un aspetto problematico nel regime della sua applicazione.

Il modello legale, in sintesi estrema, ha permesso di delimitarne il piano operativo, innanzitutto, nei casi in cui non ricorresse alcuno dei disastri nominati.

Un primo requisito di tipicità è stato enucleato proprio "in negativo" valorizzando il contenuto del disastro ed enucleando, tra gli "eventi", quelli che non sarebbero rientrati nell'ambito di tutela della disposizione, in quanto già recuperati alla tipicità penale dalle norme che precedevano l'incriminazione. L'insolita tecnica normativa, che incentrava sul concetto di alterità del disastro, la connotazione dell'ambito di obiettivizzazione della condotta, ha indubbiamente stimolato il fronte delle critiche, sul piano del rigore descrittivo e della tassatività. In realtà la lamentata mancanza di una puntuale descrizione normativa del fatto è stata esclusa (Corte Costituzionale, con la sentenza n. 327 del 2008) proprio in ragione del rinvio alla nozione di "disastro" desumibile dalle analoghe disposizioni incriminatrici, che caratterizzano il titolo VI del Libro II del codice penale, categoria idonea ad essere recuperata a unità concettuale e di cui l'art. 434 c.p. costituisce norma di chiusura. Un recupero di tipicità, dunque, che ha essenzialmente ritratto il suo fondamento dalla definizione unitaria e allargata del concetto penalistico di "disastro", entro cui si è inscritto quello ambientale. Esso risultava, invero, connotato dalla specificità tipologica del bene aggredito e delle caratteristiche lesive e si coordinava e inseriva nel paradigma legale di quello incriminato come "altro disastro doloso", anche assurto nel linguaggio applicativo ad una definizione tipizzante, attraverso il ricorso all'attributo di innominato.

 

In questa logica, dunque, la delimitazione delle coordinate strutturali del nucleo essenziale di tipicità è stata individuata proprio nel carattere "dimensionale" e "offensivo" del fatto. Occorreva, cioè, un evento distruttivo di proporzioni straordinarie, anche se non necessariamente immani, atto a produrre effetti dannosi gravi, complessi ed estesi (o un atto diretto a...). Ancora si sarebbe dovuto realizzare un pericolo per la vita o per l'integrità fisica di un numero indeterminato di persone, senza che, peraltro, fosse richiesta l'effettiva verificazione della morte o delle lesioni di uno o più soggetti.

 

Al delitto - rivolto a proteggere la pubblica incolumità, considerata nel suo complesso, e non l'integrità fisica del singolo individuo - è stata ascritta la forma tipica del reato di pericolo, nel suo primo comma. Ai sensi dello stesso art. 434 c.p., comma 2 la verificazione del disastro determina un aggravamento di pena (sull'art. 434 c.p., comma 2., Cass. 17/5/2006 ha ritenuto la struttura di una aggravante; non sono mancate voci nel pensiero scientifico che hanno contrariamente optato per la tesi del delitto aggravato dall'evento; recentemente, anche Cass. Sez 1, del 23/2/2015, n. 7941 ha affermato trattarsi di un delitto aggravato dall'evento, assumendo che la consumazione del fatto si realizza nel momento in cui si verifica il disastro e, cioè, allorquando l'immutatio loci di straordinaria portata degenerativa dell'habitat naturale risulta essersi realizzata).

 

La giurisprudenza ha ritenuto configurabile il delitto di cui all'art. 434 c.p. anche con riferimento a casi di inquinamento e contaminazione progressivi e talvolta lungo-latenti, non caratterizzati dalla sussistenza di un evento di forte impatto traumatico sulla realtà, nè innescati da una causa di tipo violento (Cass., Sez. 4, 17 maggio 2006, n. 4675, Rv. 235669).

 

Si è, ancora, osservato che, per la configurazione del disastro ambientale, "è necessario e sufficiente che il nocumento abbia un carattere di prorompente diffusione che esponga a pericolo, collettivamente un numero indeterminato di persone" (Cass., Sez. 5, sent. n. 40330 del 2006) e si è giunti ad isolare alcuni requisiti che caratterizzano la nozione di disastro specificamente nella potenza espansiva del nocumento stesso e nell'attitudine a mettere in pericolo la pubblica incolumità (Cass. Sez. 3, sent. n. 9418 del 2008).

 

a.2). Il legislatore con l'inserimento nel Libro II del codice penale del Titolo VI bis, "dei delitti contro l'ambiente" ha, tra l'altro, introdotto la fattispecie di cui all'art. 452 quater c.p. con cui ha riscritto il modello del disastro ambientale.

La fattispecie è costruita come reato di evento e non di pericolo (almeno nei modelli di incriminazione descrittivi di cui al comma 2, nn. 1 e 2). E' caratterizzata da un incremento sanzionatorio (punisce, con una pena da 5 a 15 anni di reclusione, rispetto ai 3 anni di pena minima e ai 12 di massima dell'art. 434 c.p.) e dalla condotta di colui che abusivamente cagioni uno dei tre distinti macro-eventi di disastro ambientale, cui si riferisce la tutela penale. Il primo consiste in una alterazione dell'equilibrio dell'ecosistema di carattere "irreversibile" (n. 1); il secondo in un evento "la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali" (n. 2). Il terzo incrimina, infine, come macroevento: "l'offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l'estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo".

La natura della figura di cui al n. 3 non è di agevole definizione. Limitandosi ad una verifica formale potrebbe essere ricondotta, piuttosto, che al delitto con evento di danno in senso stretto, all'ipotesi dell'incriminazione del fatto di pericolo concreto. Ciò almeno nella ipotesi in cui sia l'indicatore alternativo del numero di persone esposte a pericolo a dare conto della lesione/offesa all'incolumità pubblica, lesione da intendere non solo come distruzione del bene protetto, ma come concreta esposizione di esso al pericolo della sua verificazione.

La costruzione della fattispecie come causalmente orientata, secondo il modello descrittivo base di cui all'art. 452 quater c.p., comma 1 e l'intendimento dell'offesa alla pubblica incolumità come evento giuridico potrebbero anche essere di conforto in questa lettura della disposizione.

Si tratta, tuttavia, di un tema marginale, in definitiva, ai fini che qui interessano e che non appare utile approfondire non risultando rilevante in funzione di alcuna delle questioni prospettate.

 

Piuttosto, l'incriminazione in esame è sussidiaria ai casi di "compromissione e deterioramento significativi e misurabili" del l'ecosistema ("inquinamento ambientale" ex art. 452 bis c.p.).

Non interessa qui trattenersi sui criteri distintivi tra le due ipotesi di alterazione dell'ecosistema, di cui al nuovo art. 452 quater c.p., ai nn. 1) e 2) nè su quelli che potrebbero segnare il distinguo concettuale tra l'alterazione non irreversibile dell'ecosistema, di cui al n. 2) cit. e la mera compromissione, che dà luogo all'ipotesi delittuosa di inquinamento ex art. 452 bis c.p.. In questa logica dovrebbe essere centrale l'interpretazione dei riferimenti alla "particolare onerosità" e alla "eccezionalità dei provvedimenti" necessari per l'eliminazione del danno.

Ciò che va, piuttosto, analizzato è l'assetto dei rapporti che intercorrono tra le figure delittuose, in ragione, in particolare, di una riflessione sulla clausola di riserva che il legislatore ha ritenuto di inserire nella descrizione della condotta tipica del nuovo disastro ambientale ("fuori dai casi previsti dall'art. 434").

 

a.3). Lo scopo, in generale delle clausole di riserva è quello di delimitare i rapporti tra le due figure criminis e, soprattutto, nel caso di specie e nei limiti del possibile, di garantire le sorti dei processi già avviati con l'accusa di disastro innominato ex art. 434 c.p.. Gli stessi lavori preparatori della riforma ne danno, d'altro canto, conto.

Si deve osservare che difficilmente si sarebbe potuto ritenere, in ragione della formulazione delle norme e dei rapporti tra le fattispecie, alla luce di quanto aveva avuto modo di definire la giurisprudenza nella applicazione dell'art. 434 c.p., che il nuovo art. 452 quater c.p. avesse abrogato la precedente incriminazione sottraendo all'area di rilevanza penale il "precedente" disastro ambientale, punibile ai sensi dell'art. 434 c.p.. Già per ciò solo si sarebbe esclusa la possibilità di un recupero dello statuto normativo della cd. nuova incriminazione in materia di successione di leggi penali del tempo, così optando per l'applicazione dell'art. 2 c.p., comma 1.

Né, e per altro verso, si sarebbe potuta prospettare la possibilità di applicare la nuova fattispecie, ai fatti precedentemente commessi, perchè figura normativa più grave sul piano del trattamento sanzionatorio del disastro c.d. innominato ex art. 434 c.p.. Una lettura diversa avrebbe, infatti, determinato l'applicazione retroattiva - anche, cioè, ai processi in corso - con violazione dei principi generali in tema di successione di norme penali nel tempo, fissati dall'art. 2 c.p..

Già queste premesse inducono la constatazione che, alla luce della presenza della clausola di riserva, il tema dei rapporti tra fattispecie sia stato risolto in radice dal Legislatore escludendo interferenze tra le incriminazioni o problemi di successione in senso stretto.

 

L'esatta delimitazione della portata operativa della clausola in questione non è certo di semplice definizione in ogni suo aspetto. Tuttavia, sembra chiaro che essa non instilli dubbi, almeno sul piano della successione temporale tra norme, avendo chiarito secondo la voluntas legis che non si sia inteso abdicare alla tutela penale in materia di ambiente (specie in relazione ai giudizi in corso) e non si siano sottratte affatto all'intervento penale le condotte di disastro che la giurisprudenza aveva già enucleato in quelle caratteristiche di tipicità strutturale, rilevanti ai fini dell'incriminazione di cui all'art. 434 c.p.. Non si tratta, pertanto, di una ipotesi c.d. nuova incriminazione, d'un fatto prima non previsto dalla legge come reato, poiché il disastro ambientale, sia pur nel paradigma c.d. innominato era già direttamente punito dall'art. 434 c.p. in funzione della tutela apprestata costituzionalmente al bene giuridico-materiale di presidio superprimario. Si è, piuttosto, al cospetto di un trattamento penale modificativo, in cui il fatto lesivo permane nel suo nucleo essenziale e centrale di disvalore - che il legislatore ha rinnovato - e che risulta descritto, in maggiore aderenza al principio di tassatività, attraverso l'aggiunta di elementi ulteriori, con funzione e connotati specializzanti. Si tratta di elementi che non immutano, tuttavia, la portata offensiva della condotta e la lesione che la caratterizza nella sua dimensione ontologica e che, piuttosto, operano sul piano della tecnica normativa descrittiva dell'incriminazione e dei criteri da seguire nella strutturazione della fattispecie, in funzione della delimitazione del suo contenuto di tipicità. Non è un caso che la "normativizzazione" della definizione del disastro ambientale sia passata attraverso le letture che la stessa giurisprudenza aveva già in passato avuto modo di operare di quel concetto lesivo, ritraendole dalle categorie omologhe, sia pur di ambiti diversi, cui il disastro innominato stesso si era rifatto, per "ritagliarsi", nella dimensione legale, un margine di tipicità adeguato (evocando appunto e come detto il concetto di alterità che figura nell'art. 434 c.p.).

 

Del resto, i criteri generalmente utilizzati per definire i rapporti tra l'abrogazione della precedente incriminazione, l'introduzione di una nuova fattispecie e la definizione d'un trattamento penale di mera modifica sono essenzialmente riconducibili al principio di continuità del tipo di illecito, alla regola di continenza tra fattispecie e a quello dei rapporti strutturali tra paradigmi normativi, alla luce delle rispettive collocazioni sistematiche.

In ciascuno di essi si suole generalmente impiegare, ora con funzione d'integrazione, ora di pura delimitazione, il principio di specialità (art. 15 c.p.) regola cardine che governa la più ampia fenomenologia del concorso di norme e non la specifica materia della successione delle disposizioni penali nel tempo, rimessa allo statuto dell'art. 2 c.p.. Ciascuna delle impostazioni enucleate, sia pur con i pregi che include, contiene nodi di criticità.

La teoria della continuità dell'illecito isolatamente applicata, incentrandosi sul solo bene giuridico e sulle modalità d'offesa si rimette a puri criteri di valore, per inferire l'abrogazione o meno a seconda dell'identità e/o della continuità del bene stesso, elemento che, escludendo il fenomeno abolitivo, attesterebbe, appunto, quello d'un trattamento di mera modifica.

 

Il rapporto di continenza, ancora, postulando che la nuova legge contenga la precedente e introducendo elementi di specialità rispetto alla prima che avrebbe carattere generale, si limita a prevedere un meccanismo di funzionamento per specialità unilaterale, là dove rapporto di continenza può esistere anche allorquando la norma successiva, pur introducendo elementi di specialità su taluni dei temi, assuma, comunque, carattere generale su altri.

 

Il rapporto strutturale tra fattispecie si conforma, di converso, al trattamento di mera modifica, allorquando la norma successiva, speciale, è abrogata e si espande quella generale con l'introduzione di elementi tali da comprendere la condotta precedente, salve le ipotesi di espressa decriminalizzazione. Infine, si verifica allorquando la nuova norma abroga la precedente a carattere generale e subentra con elementi di specialità, rispetto ai segmenti che mantengono rilevanza penale in ragione della disposizione introdotta successivamente -.

 

Vi sarebbe abrogazione, in senso stretto, in tutti i casi in cui l'eterogeneità tra fattispecie esclude la continuità tra figure criminis (art. 2 c.p., commi 1 e 2). Del resto, la giurisprudenza di questa Corte ha avuto modo di spiegare che in tema di successione di leggi penali, perché sia applicabile la regola dell'art. 2 c.p., comma 3 occorre che il fatto costituente reato secondo la legge precedente sia tuttora punibile secondo la nuova legge, mentre non sono più punibili i fatti commessi in precedenza e rimasti fuori del perimetro della nuova fattispecie. Tale situazione va verificata in base al criterio di coincidenza strutturale tra le fattispecie previste dalle leggi succedutesi nel tempo, senza che sia necessario, di regola, fare ricorso ai criteri valutativi del bene tutelato o delle modalità di offesa. L'art. 2 c.p., infatti, pone, nei commi che lo costituiscono, una sequenza di regole tra loro collegate in modo che si chiariscono a vicenda: perché operi la regola del terzo comma deve essere esclusa l'applicabilità del primo e del secondo comma. Ne consegue che un fatto è punibile se, astrattamente considerato e sulla base dei criteri enunciati, rientra nell'ambito normativo di disposizioni che si sono succedute nel tempo e, quando ciò accade e nei limiti in cui accade, non opera l'effetto abolitivo della disposizione successiva (Sez. U, sentenza 25887 del 26/03/2003 Ud. (dep. 16/06/2003), Giordano e altri, Rv. 224608).

 

Questi principi che dettano i criteri generalmente valevoli perla risoluzione del rapporto tra fattispecie, postulano, tuttavia, che il Legislatore non abbia risolto il problema del coordinamento tra norme ab initio e al momento dell'intervento normativo di riforma.

 

E', contrariamente, certo nella specie che l'intervento normativo ha inteso esattamente fare salvi i casi di applicazione dell'art. 434 c.p. e salvaguardare, dunque, e in primo luogo, i processi in corso, per fatti commessi nel vigore della disposizione indicata, proprio inserendo una espressa clausola di riserva, in ragione della indiscussa applicazione dell'art. 434 c.p.. Se, poi, la clausola abbia anche l'ulteriore funzione e conseguenza di riservare alla tutela di quella disposizione anzidetta fatti successivamente commessi, rispetto all'entrata in vigore della L. di modifica 22 maggio 2015, n. 68 e che non rientrano nell'ambito di applicabilità dell'art. 452 quater c.p., di nuova formulazione, non rileva in questa sede e ai fini dell'odierno decidere, proprio per quanto si è già avuto modo di dire e poiché dovrebbe trattarsi di fatti avvenuti dopo l'entrata in vigore della L. n. 68 del 2015, eventualità che non riguarda il presente processo.

E' certo, piuttosto, che, per l'incidenza lessicale della clausola di riserva richiamata e per il tenore dei lavori preparatori, le condotte oggetto di esame si debbano, appunto, esaminare in relazione alla precedente disposizione escludendosi, in ragione del tempus commissi delicti e del quadro legislativo di riferimento, oltre che dell'assenza di un intervento normativo proteso a introdurre un effetto di abrogazione espressa o implicita, con introduzione di una nuova incriminazione, che norma regolatrice della fattispecie debba essere appunto l'art. 434 c.p. nella sua formulazione originaria.

 

Né si ritiene possano mutare le conclusioni nella definizione del rapporto tra l'art. 452 bis c.p. e l'incriminazione del disastro c.d. innominato.

La norma neo-introdotta è in stretto rapporto di collegamento con l'art. 452 quater c.p. e si lega alla disposizione anzidetta attraverso un evidente vincolo di progressione lesiva. L'aggressione al bene giuridico e la conseguente tutela apprestata dal legislatore sono in nesso di continuità crescente nel senso che da una lesione di minore portata si passa ad una di consistenza maggiore che recupera la condotta al disastro, là dove l'alterazione assuma i caratteri dell'irreversibilità o della reversibilità, per così dire complessa, per oneri e interventi eccezionali comportamentali in funzione ripristinatoria. Nella descrizione normativa della tipicità del delitto di cui all'art. 452 bis c.p. l'inquinamento ambientale è definito evocando concetti di indubbia valenza sostanziale che si è inteso ancorare ai referenti definitori della misurabilità e della significatività. Si tratta di elementi di specializzazione del risultato-evento (compromissione o deterioramento) che la condotta di inquinamento deve produrre e che, risulta chiaro, nell'espansione dell'offesa al massimo livello, induce le alterazioni irreversibili dell'art. 452 quater c.p..

 

Si intende, pertanto, come il rapporto che lega le due disposizioni poggi su un giudizio di valore che riserva l'intervento con il disastro ambientale ai casi di maggiore gravità, in cui la lesione risulta connotata da tratti di alterazione che producono modifiche irreversibili degli equilibri di sistema e che non permettono all'ambiente di reagire ripristinando lo status quo ante, secondo meccanismi naturali o che potrebbero indurre quel tipo di riduzione in pristino stato solo attraverso interventi etero-indotti eccezionali o di carattere particolarmente oneroso. Si comprende da questa premessa come la clausola di riserva che risulta inserita nell'art. 452 quater c.p. finisca per segnare anche l'ambito di applicazione della disposizione di cui all'art. 452 bis c.p., là dove l'inquinamento si arresti ad una soglia lesiva che non è tale da indurre in senso stretto "disastro ambientale" punito dall'art. 452 quater c.p.. Già questa premessa impone di ritenere che in via logica sia da escludere che possa prefigurarsi rispetto al disastro cd. innominato la sostituzione nei processi in corso con la fattispecie di cui all'art. 452 bis c.p.. A ciò deve, tuttavia, aggiungersi che tra le due fattispecie vi è un indubbia diversità strutturale, evocando i fatti-reato nei rispettivi nuclei lesivi figure criminis sensibilmente diverse.

 

L'inquinamento ambientale si caratterizza per una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili delle matrici ambientali, degli ecosistemi o delle biodiversità. Il disastro innominato, specie nella forma aggravata, ha, contrariamente, carattere ben più ampio e meno limitato rispetto all'ambito di applicazione della condotta testè descritta e postula un fatto di proporzioni di ben più ampia gravità, che lo collocano in un grado di lesività ben più marcata al bene protetto. Pur potendo dunque, concettualmente, continuare ad ipotizzarsi l'evocata linea progressiva nell'offesa si tratta di delitti distinti rispetto ai quali, in ragione della diversità strutturale (e pur postulato non estensibile in chiave risolutiva l'effetto della clausola di riserva) non si pone, in concreto, un problema di successione tra norme penali.

 

Del resto la norma in esame contempla un fatto di aggressione al bene giuridico diverso nella sua tipicità descrittiva rispetto a quello incriminato dall'art. 434 c.p., commi 1 e 2. Ricorre, infatti, nel comma 1 dell'articolo testè indicato un delitto di pericolo che, nella struttura, anticipa la punibilità secondo il modello del fatto tentato e dei fatti di attentato, creando l'insidia per il bene della pubblica incolumità. Nel secondo comma la norma incrimina, si è detto, l'evento aggravatore della verificazione del disastro stesso. E', tuttavia, la stessa definizione di disastro, ritratta dalle elaborazioni giurisprudenziali, a guidare l'interpretazione e a escludere che si possa recuperare al concetto di identità e continuità normativa i due delitti. I fatti, come anticipato, risultano diversi, nè vi sono margini per ritenere che il criterio di specialità possa intervenire a risolvere ipotizzati problemi di coordinamento normativo nel fenomeno successorio, che al contrario vanno ritenuti non esistenti.

Emerge, infatti, dalla decisione impugnata, come si sia ritenuto integrato il disastro e come si sia recuperato il fatto stesso, per la sua descrizione e la sua portata probatoria, alla diversa fattispecie di cui all'art. 434 c.p., comma 2.

 

Né giova ricorrere al piano processuale della prova e ai nessi di interferenza indiscutibili che in materia siffatta possano ritrarsi tra diritto processuale e sostanziale, evocando che la prova raggiunta per il delitto in esame condurrebbe piuttosto ad una ipotesi di cui all'art. 452 bis c.p. non applicabile, perché più grave di quella di cui all'art. 434 c.p., comma 1, là dove si sarebbe dovuta escludere l'ipotesi contraria e ritenuta dalla Corte d'appello, relativa alla fattispecie di cui all'art. 434 c.p., comma 2.

La Corte territoriale ha spiegato, nella specifica vicenda, la ragione per la quale ha ritenuto esistente l'ipotesi del disastro come fatto di evento e ha conformato la portata lesiva del risultato prodotto attraverso un ragionamento logico che resta insindacabile in questa sede di legittimità, avendo evocato i referenti di scrutinio di esso e non risultando la decisione, né contraddittoria né manifestamente illogica.

La Corte territoriale, infatti, richiamando anche i dati elaborati nella decisione di primo grado e l'entità dei rifiuti gestiti presso i siti, oltre all'imponenza della quantità di essi ha ritenuto integrato il fatto di verificazione del disastro ambientale. La prova articolata, secondo un costrutto logico, ha tenuto conto non solo dei risultati delle verifiche presso i siti stessi, ma anche e soprattutto dell'entità delle false fatture annotate in contabilità, per schermare operazioni effettivamente non esistenti per come annotate e non contabilizzabili nella effettiva consistenza, operazioni che, per il solo anno 2004, erano pari a circa 3 milioni di Euro. La intervenuta dichiarazione di prescrizione non esclude, infatti, che si potesse valutare e rielaborare quel dato in funzione della "quantificazione" dell'entità dei rifiuti trattati illecitamente e dedurre attraverso l'inferenza logica le dimensioni del fenomeno inquinante posto in essere, attraverso lo smaltimento e l'illecita gestione dei rifiuti stessi.

 

a.4). Altro aspetto che, al pari, va esaminato è relativo alla applicazione della speciale attenuante di cui all'art. 452 decies c.p. che ha introdotto in materia ambientale il c.d. ravvedimento operoso.

La questione posta che, in linea astratta, potrebbe avere un suo fondamento, risulta nel caso in esame, tuttavia, priva di rilevanza e di decisività.

Alcun dubbio che trattandosi di una disposizione di favor essa avrebbe potuto trovare applicazione nei casi di effettiva sussistenza della condotta anzidetta (con conseguente diminuzione delle pene dalla metà a due terzi) a favore di colui che si fosse adoperato per evitare conseguenze ulteriori o avesse provveduto (prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado) alla messa in sicurezza o alla bonifica e, ove possibile, al ripristino dello stato dei luoghi o ad offrire aiuto alla ricostruzione dei fatti, per la individuazione degli autori o per la sottrazione di risorse rilevanti per la commissione dei delitti (riduzione da un terzo alla metà), con possibilità di sospensione del dibattimento.

La norma in esame si collega, tuttavia, a specifiche caratteristiche del ravvedimento cd. operoso, che non ricorrono nel caso in esame. Il cd ravvedimento deve inserirsi nella vicenda processuale non oltre la dichiarazione di apertura del dibattimento e deve produrre i risultati specifici ed esattamente indicati dalla disposizione.

 

Nel caso di specie fanno difetto i presupposti strutturali dell'istituto.

A parte la genericità dei ricorsi sul punto, si assume una bonifica in maniera apodittica, senza alcuna dimostrazione seria di quel dato e non risulta il rispetto del requisito temporale. Ancora, fa difetto la prova che avrebbero dovuto offrire i ricorrenti che si fossero effettivamente realizzate le condizioni materiali cui la disposizione sopravvenuta lega il trattamento di favore, come risposta al ravvedimento del singolo che deve documentare, in ogni caso, l'impedimento di danni ulteriori con una condotta finalisticamente protesa a quel risultato, l'intervenuta bonifica o il ripristino dello stato dei luoghi.

[omissis]

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