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Quando si configura il reato di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti?

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 15/10/2018
n. 46728

In materia di rifiuti, il reato di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, oggi punito dall'art. 452-quattuordecies, cod. pen., prima delineato dall'art. 260, comma 1, del D.L.vo 152/2006, deve concretizzarsi in una pluralità di operazioni con allestimento di mezzi ed attività continuative organizzate, così come in attività di intermediazione e commercio, e tale attività deve essere abusiva, effettuata cioè o senza le autorizzazioni necessarie (così come con autorizzazioni illegittime o scadute) o violando le prescrizioni e/o i limiti delle autorizzazione stesse (ad esempio, la condotta avente per oggetto una tipologia di rifiuti non rientranti nel titolo abilitativo, ed anche tutte quelle attività che, per le modalità concrete con cui sono esplicate, risultano totalmente difformi da quanto autorizzato, sì da non essere più giuridicamente riconducibili al titolo abilitativo rilasciato dall’Autorità amministrativa). Quindi, il reato di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti sanziona comportamenti non occasionali di soggetti che, al fine di conseguire un ingiusto profitto, fanno della illecita gestione dei rifiuti la loro redditizia, anche se non esclusiva attività. Di conseguenza, per configurare il reato è necessaria una, seppure rudimentale, organizzazione professionale (di mezzi e capitali) che sia in grado di gestire ingenti quantitativi di rifiuti in modo continuativo, nel senso di una pluralità di operazioni condotte in continuità temporale, operazioni che vanno valutate in modo globale: alla pluralità delle azioni, che è elemento costitutivo del fatto, corrisponde una unica violazione di legge, e perciò il reato è abituale dal momento che per il suo perfezionamento è necessaria le realizzazione di più comportamenti della stessa specie.


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Ritenuto in fatto e considerato in diritto

 

1.Con ordinanza del 21 dicembre 2017, la sezione per il riesame del Tribunale di Bari, accogliendo l'appello proposto dal pubblico ministero avverso l'ordinanza del Giudice per le indagini preliminari, ha applicato ad A. B. la misura cautelare degli arresti domiciliari in relazione al reato di cui all'art. 260 d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152.

 

2.Avverso l'ordinanza ha proposto ricorso il difensore dell'indagato deducendo i vizi di cui all'art. 606, comma 1, lett. b) ed e) cod. proc. pen. in relazione alla violazione degli artt. 260 d.lgs. 152 del 2006 e 110 cod. pen. Lamenta, in particolare, il ricorrente che il Tribunale abbia ritenuto il B. concorrente nel reato di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti commesso da tale R.M. benché la condotta addebitatagli fosse riconducibile a quella di gestione di una discarica abusiva, non avendo egli il dolo specifico di ingiusto profitto richiesto dalla norma incriminatrice ravvisata. Il giudice di merito sarebbe poi incorso nel vizio di travisamento della prova nel ritenere che tra i due soggetti vi fossero contatti di tipo continuativo.

 

3.Il ricorso è inammissibile, perché generico e manifestamente infondato e la decisione può essere assunta con motivazione semplificata.

L'ordinanza impugnata ha fatto corretta applicazione delle norme di legge ed è ampiamente e logicamente motivata, anche sull'elemento soggettivo.

 

3.1. Ed invero, secondo il consolidato orientamento interpretativo di questa Corte il delitto di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (già previsto dall'art. 260, d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152 e oggi inserito nel codice penale all'art. 452-quaterdecies) è reato abituale, che si perfeziona soltanto attraverso la realizzazione di più comportamenti non occasionali della stessa specie, finalizzati al conseguimento di un ingiusto profitto, con la necessaria predisposizione di una, pur rudimentale, organizzazione professionale di mezzi e capitali, che sia in grado di gestire ingenti quantitativi di rifiuti in modo continuativo (Sez. 3, n. 52838 del 14/07/2016, Serrao e aa., Rv. 268920) ed il requisito dell'ingiusto profitto non deriva dall'esercizio abusivo dell'attività di gestione dei rifiuti, bensì dalla condotta continuativa ed organizzata dei rifiuti finalizzata a conseguire vantaggi (risparmi di spesa e maggiori margini di guadagno) altrimenti non dovuti (Sez. 3, n. 35568 del 30/05/2017, Savoia, Rv. 271138). Il requisito dell'abusività della gestione, d'altro canto, deve essere interpretato in stretta connessione con gli altri elementi tipici della fattispecie, quali la reiterazione della condotta illecita e il dolo specifico d'ingiusto profitto. Ne consegue che la mancanza delle autorizzazioni non costituisce requisito determinante per la configurazione del delitto che, da un lato, può sussistere anche quando la concreta gestione dei rifiuti risulti totalmente difforme dall'attività autorizzata; dall'altro, può risultare insussistente, quando la carenza dell'autorizzazione assuma rilievo puramente formale e non sia causalmente collegata agli altri elementi costitutivi del traffico (Sez. 3, n. 44449 del 15/10/2013, Ghidoli, Rv. 258326).
Come ben argomentato nella motivazione della citata sentenza Ghidoli - che richiama precedente giurisprudenza e che è stata confermata da successive pronunce, come Sez. 3, n. 21030 del 10/03/2015, Furfaro, non massimata - il reato di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, oggi punito dall'art. 452-quaterdecies, cod. pen., prima delineato dall'art. 260, comma 1, d.lgs. 152/2006 e già previsto dall'art. 53-bis, d.lgs. n. 22 del 1997, come introdotto dalla legge 23 marzo 2001, n. 93, deve concretizzarsi in una pluralità di operazioni con allestimento di mezzi ed attività continuative organizzate, ovvero attività di intermediazione e commercio (cfr. Sez. 3, n. 40827 del 6/10/2005, Carretta, Rv. 232348) e tale attività deve essere "abusiva", ossia effettuata o senza le autorizzazioni necessarie (ovvero con autorizzazioni illegittime o scadute) o violando le prescrizioni e/o i limiti delle autorizzazione stesse (ad esempio, la condotta avente per oggetto una tipologia di rifiuti non rientranti nel titolo abilitativo, ed anche tutte quelle attività che, per le modalità concrete con cui sono esplicate, risultano totalmente difformi da quanto autorizzato, sì da non essere più giuridicamente riconducibili al titolo abilitativo rilasciato dalla competente Autorità amministrativa) (cfr. Sez. 3, n. 40828 del 6/10/2005, Fradella, Rv. 232350). Quindi il delitto in esame sanziona comportamenti non occasionali di soggetti che, al fine di conseguire un ingiusto profitto, fanno della illecita gestione dei rifiuti la loro redditizia, anche se non esclusiva attività, per cui per perfezionare il reato è necessaria una, seppure rudimentale, organizzazione professionale (mezzi e capitali) che sia in grado di gestire ingenti quantitativi di rifiuti in modo continuativo, ossia con pluralità di operazioni condotte in continuità temporale, operazioni che vanno valutate in modo globale: alla pluralità delle azioni, che è elemento costitutivo del fatto, corrisponde una unica violazione di legge, e perciò il reato è abituale dal momento che per il suo perfezionamento è necessaria le realizzazione di più comportamenti della stessa specie (cfr. Sez. 3, n. 46705 del 3/11/2009, Caserta, Rv. 245605, confermata anche da Sez. 3, n. 29619 dell'8/7/2010, Leorati, Rv. 248145).

 

3.2. L'ordinanza impugnata dà motivatamente atto degli elementi indiziari di prova acquisiti, che hanno consentito di individuare - in assoluta conformità ai caratteri del reato ipotizzato, quali fissati dalla giurisprudenza sopra richiamata - un'articolata attività di traffico organizzato di ingenti quantità di rifiuti speciali non pericolosi finalizzata allo smaltimento non autorizzato in provincia di Foggia, facente capo a tale R. M., amministratore della M. S., società per attività di recupero rifiuti operante in Cerignola, e con sicuro coinvolgimento dell'odierno ricorrente. Questi fu visto dagli operanti, in plurime occasioni nell'arco di circa tre mesi, lavorare in un sito non autorizzato affittato dal M. dove i veicoli della M. Srl provvedevano a trasportare tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi e dove B. - unitamente a tale C. M. - provvedeva a riceverli e poi a movimentarli con un piccolo escavatore. I rifiuti ivi trasportati e smaltiti - ha argomentato il tribunale - erano certamente di ingente quantità posto che in quel sito furono trasportati in almeno otto occasioni circa 200 tonnellate di rifiuti e l'attività, professionalmente organizzata sfruttando i mezzi della società ed i capitali del M. ed il concorso di diverse persone, consentiva, evidentemente, quantomeno al suo ideatore ed organizzatore, di trarre ingiusti profitti dall'illecito smaltimento dei rifiuti senza sopportare i costi richiesti dal corretto smaltimento.
Che B. - stabilmente e continuativamente occupato nel sito di Foggia - fosse consapevole partecipe dell'organizzata attività illecita descritta il tribunale lo ha non illogicamente ricavato da quanto accertato dagli operanti e dalla natura e modalità delle condotte (gli illeciti trasporti avvenivano peraltro in orari ancora quasi notturni, sì da ridurre il rischio di controlli) mentre, tenendo conto del fatto che il M. svolgeva professionalmente l'attività di recupero, non poteva sfuggire a chicchessia, chiosa logicamente l'ordinanza impugnata, il fine di ingiusto profitto che sorreggeva la abituale condotta di illecito smaltimento.

 

4.Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso, tenuto conto della sentenza Corte cost. 13 giugno 2000, n. 186 e rilevato che nella presente fattispecie non sussistono elementi per ritenere che la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, consegue, a norma dell'art. 616 cod. proc. pen., oltre all'onere del pagamento delle spese del procedimento anche quello del versamento in favore della Cassa delle Ammende della somma equitativamente fissata in Euro 2.000,00.

[omissis]

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