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Intermediario del sottoprodotto: chi è?

(di Miriam Viviana Balossi)

Categoria: Rifiuti

Questo articolo si propone di fare chiarezza sulla figura dell’intermediario del sottoprodotto, recentemente introdotta dal D.M. 264/2016 recante “Criteri indicativi per agevolare la dimostrazione della sussistenza dei requisiti per la qualifica dei residui di produzione come sottoprodotti e non come rifiuti”, quali sono i suoi compiti, i suoi oneri e le sue responsabilità.

 

Chi è l’intermediario del sottoprodotto?

L’art. 2 del D.M. 264/16 non lo cita tra le definizioni, ma viene nominato in due diverse sedi nel corso del provvedimento, ed in particolare:

  • 5, c. 4: “costituisce elemento di prova l’esistenza di rapporti o impegni contrattuali tra il produttore del residuo, eventuali intermediari e gli utilizzatori …”;
  • 8, c. 4: “La responsabilità del produttore o del cessionario in relazione alla gestione del sottoprodotto è limitata alle fasi precedenti alla consegna dello stesso all’utilizzatore o a un intermediario”.

 

Sembra, dunque, di cogliere che l’intermediario del sottoprodotto sia un partner del tutto assimilabile ad un qualsiasi broker commerciale, ovvero ad un soggetto terzo (c.d. “facilitatore”) che mette in relazione il venditore e l’acquirente senza essere legato ad alcuna delle parti da rapporti di collaborazione, dipendenza e rappresentanza.

 

Alla sua figura, però, il D.M. 264/2016 ricollega importanti profili:

  • Uno degli elementi di prova più importanti in grado di qualificare quali sottoprodotti determinati residui di produzione è proprio l’esistenza di rapporti o impegni contrattuali intercorrenti tra il produttore – intermediari – utilizzatori.
  • di responsabilità. Il produttore o il cessionario non rispondono di eventuali gestioni illecite poste in essere dall’intermediario: infatti, nel caso di un intermediario che non rispetti i termini di gestione del sottoprodotto (facendone così venir meno la loro qualifica come tali e rendendo applicabile la normativa sui rifiuti), il produttore rimane indenne da responsabilità.

 

È evidente che si tratta di una figura tutt’altro che secondaria, la quale – non essendo ben definitiva dalla normativa – potrebbe prestarsi ad essere sfruttata in modo non consono da soggetti poco professionali che si collocano a margine della gestione rifiuti.

 

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Criticità dell’intermediario del sottoprodotto

Come già anticipato, l’intermediario del sottoprodotto sfugge – ad oggi – ad una precisa individuazione normativa.

Oltre a ciò, a parere di chi scrive, si possono segnalare altre criticità.

 

Ad esempio, costui è un soggetto che può avere la detenzione del sottoprodotto, oppure no? E a che titolo la potrebbe avere? L’unica ipotesi che si può svolgere, pur sempre da verificare nella pratica, è che tenga in deposito il sottoprodotto nel caso in cui produttore ed utilizzatore non abbiano sufficiente spazio per allocarlo temporaneamente in attesa del suo utilizzo.

 

Ma in tal caso, come si concilia questa previsione con l’utilizzo diretto previsto dalla normativa? Stando ad un’interpretazione letterale, il flusso di gestione del sottoprodotto non dovrebbe essere frazionato da molteplici cessioni, ma avvenire – appunto direttamente – in modo lineare dal produttore all’utilizzatore.

A questo proposito, la Circolare del Ministero dell’Ambiente (prot. 7619 del 30 maggio 2017), volta a fornire chiarimenti per un’uniforme applicazione ed univoca lettura del D.M. 264/2016, ammette che sebbene sia riconosciuta la possibilità che il trattamento sia effettuato anche da soggetti intermediari, l’eventuale eccessiva molteplicità di passaggi e di operatori lungo la filiera potrebbe rendere maggiormente complicata la dimostrazione della sussistenza dei requisiti richiesti dalla legge.

 

E se, per ipotesi, gli intermediari fossero più di uno?

Magari con il tramite di una spedizione transfrontaliera?

Pur non esistendo un divieto a priori, è di tutta evidenza che in tale fattispecie il flusso di tracciabilità del sottoprodotto finirebbe per essere quasi certamente compromesso, in quanto difficilmente il produttore dei residui di produzione potrà avere contezza, fin dal principio, del destino che avranno presso l’utilizzatore. Ai sensi dell’art. 5, c. 1, del D.M. 264/2016, infatti, “il requisito della certezza dell’utilizzo è dimostrato dal momento della produzione del residuo fino al momento dell’impiego dello stesso”.

 

Strettamente connesso a quanto a quanto sopra è anche l’ulteriore riflessione di aspetto probatorio: come può finire la responsabilità del produttore con la mera consegna del sottoprodotto all’intermediario?

Questo mette chiaramente in crisi la richiesta di certezza fin dalla fase di produzione del residuo e sino al momento del suo utilizzo.

 

 

Chi è l’intermediario dei rifiuti?

Il fatto che il D.M. 264/2016 citi l’intermediario del sottoprodotto potrebbe indurre a commettere – in buona fede – errori e fraintendimenti con un’altra figura simile, ma tipica della gestione rifiuti.

 

L’art. 183, c. 1, lett. l), D.L.vo 152/2006, infatti, definisce:

intermediario: qualsiasi impresa che dispone il recupero o lo smaltimento dei rifiuti per conto di terzi, compresi gli intermediari che non acquisiscono la materiale disponibilità dei rifiuti”.

 

Nel campo dei rifiuti, la nozione di intermediario si riferisce anzitutto a coloro che “dispongono” in merito al recupero e allo smaltimento. Di per sé, “disporre” dello smaltimento o del recupero dei rifiuti è una formulazione letterale generica della norma che non chiarisce se di essi l’intermediario ne può (o deve) avere anche la detenzione.

Siccome, però, si ritengono compresi (perfino) “gli intermediari che non acquisiscono la materiale disponibilità dei rifiuti”, la norma sembra dare per scontato che nella generalità dei casi vi è la detenzione dei rifiuti da parte dell’intermediario, ma potrebbero darsi ipotesi in cui tale attività è esclusivamente limitata a porre in contatto, per via telefonica o personale o con altri mezzi, il detentore, il trasportatore e il gestore del sito finale, con la funzione di supplire alle mancate conoscenze reciproche. L’intermediario, dunque, dispone legittimamente dello smaltimento e del recupero dei rifiuti, sia che ne abbia la detenzione, sia in caso contrario.

 

A ben guardare, la previsione dell’art. 183 sembra non coordinata con quanto definito dall’Albo gestori ambientali circa i requisiti per l’iscrizione alla categoria 8. Tale categoria, da quando introdotta, è sempre stata nominata “attività di intermediazione e commercio di rifiuti senza detenzione dei rifiuti stessi”, e non è mai stata operativa l’iscrizione per gli operatori, fino al 2011, per la mancata definizione dei requisiti soggettivi ed oggettivo-finanziari per l’accesso alla pratica.

Ad oggi tali requisiti sono stati introdotti solo per gli intermediari senza detenzione (infatti è rimasta invariata la denominazione della categoria), nonostante quanto definito dalla norma del D.L.vo 152/2006 che riguarda anche coloro che ne hanno la detenzione.

 

L’apparente contraddizione può essere spiegata richiamando il principio fondamentale che anima tutte le altre iscrizioni all’Albo, ovvero il riconoscimento, ai fini del possibile successivo controllo, degli operatori della gestione rifiuti, in particolare di quelli che in altro modo non sarebbero noti sul territorio per la loro attività di gestione. Nella maggior parte dei casi, infatti, un intermediario che ha la detenzione dei rifiuti ha già un altro ruolo riconosciuto per legge all’interno della gestione stessa e quindi è nota e controllabile la sua attività sul territorio: se è un trasportatore è iscritto all’Albo e se è un gestore di centri di stoccaggio è autorizzato dalle Province o registrato all’Albo dei recuperatori; perciò l’intermediario che ha la detenzione dei rifiuti non ha bisogno di essere riconosciuto come tale tramite l’iscrizione alla specifica categoria 8.

 

 

Conclusioni

A fronte della sempre più crescente attenzione degli operatori alle potenzialità offerte dall’istituto del sottoprodotto, si consiglia di prestare grande attenzione alla figura dell’intermediario – sia nell’effettuare attività di intermediazione, sia nell’affidarsi a chi si propone di intermediare i residui di produzione.

Infatti, non solo non si deve incorrere nell’errore di assimilare questa figura all’intermediario della gestione rifiuti, ma è necessario tenere nella debita considerazione i profili di criticità sopra evidenziati che, se trascurati, potrebbero compromettere la corretta gestione del sottoprodotto – con tutto ciò che ne consegue in termini di responsabilità.

 

 

In argomento si segnala il corso “Sottoprodotti e end-of-waste”, che si terrà a Milano il 25 ottobre, a cura del Prof. Stefano Maglia e del Dott. Paolo Pipere.

Miriam Viviana Balossi

11 settembre 2017

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