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Immissione sul suolo rifiuti liquidi con tubo in PVC: non è stabile sistema di collettamento

Categoria: Acqua
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 29/05/2020
n. 16450

L’immissione, senza autorizzazione, di rifiuti liquidi speciali sul suolo tramite un semplice tubo in PVC che collega le vasche di stoccaggio al corpo recettore, è un meccanismo adottato per disfarsi dei rifiuti che non risulta in alcun modo qualificabile come sistema stabile di collettamento, presentandosi come soluzione del tutto improvvisata e rudimentale, non idonea a rendere la condotta posta in essere come attività di scarico delle acque piuttosto che di smaltimento di rifiuti.  


Leggi la sentenza

 

Ritenuto in fatto

  1. Con sentenza dell'8 gennaio 2019, la Corte d'appello di Bari ha confermato la sentenza del Tribunale di Foggia, con la quale l'imputato era stato condannato a mesi tre di arresto ed euro 2.000,00, di ammenda per il reato di cui all'art. 256, comma 1, lettera a), del d.lgs. n. 152 del 2006, perché, nella qualità di amministratore dell'industria enologica "D. M. s.r.l.", immetteva senza autorizzazione sul suolo di proprietà di tale Palena Giuseppe, acque reflue industriali classificabili come rifiuti liquidi speciali non pericolosi, provenienti dalla vasca di stoccaggio annessa al predetto stabilimento (il 14 febbraio 2014).
  2. Avverso la sentenza l'imputato, a mezzo di difensore, ha proposto ricorso in cassazione, chiedendone l'annullamento.

2.1. Con una prima doglianza, si deducono la violazione dell'art. 256, comma 1, lettera a), del d.lgs. n. 152 del 2006 e vizi di motivazione. A parere della difesa, sia il primo giudice sia la Corte d'appello avrebbero erroneamente ritenuto l'imputato responsabile del reato di cui al richiamato art. 256, non considerando che la condotta posta in essere dal medesimo, essendo consistita nell'immissione di rifiuti liquidi, tramite un tubo in PVC, direttamente nel corpo recettore senza soluzione di continuità, andava sussunta sotto la diversa fattispecie contravvenzionale di cui all'art. 137 dello stesso decreto e che la corretta qualificazione del fatto di reato avrebbe consentito al ricorrente di essere ammesso all'oblazione ex art. 162-bis, richiesta in sede di opposizione al decreto penale. Si richiamano, sul punto, talune pronunce della giurisprudenza di legittimità che, nel delineare i confini tra la disciplina sullo smaltimento di rifiuti liquidi e quella sullo scarico delle acque, individuano il criterio discretivo tra le due fattispecie proprio nell'esistenza o meno di un sistema di convogliamento delle acque nel corpo recettore.

2.2. Con un secondo motivo, si lamenta violazione dell'art. 256, comma 1, lettera a), del d.lgs. n. 152 del 2006, relativamente all'erronea irrogazione della sanzione ivi prevista, in quanto i giudici di prima e seconda istanza hanno applicato congiuntamente la pena dell'arresto e dell'ammenda, laddove la disposizione incriminatrice, per il caso di rifiuti aventi natura non pericolosa, prevede alternativamente l'una o l'altra sanzione.

 

Considerato in diritto

  1. Deve essere dichiarata l'estinzione del reato per intervenuta prescrizione, data l'impossibilità di giungere ad una pronuncia di immediata declaratoria di proscioglimento ai sensi dell'art. 129, comma secondo, cod. proc. pen. Invero, il requisito dell'evidenza richiesto dalla norma presuppone che emergano dagli atti, in modo incontestabile, circostanze idonee ad escludere l'esistenza del fatto, la commissione del medesimo da parte dell'imputato o la sua rilevanza penale, così che la valutazione che il giudice è chiamato a compiere al riguardo sia incompatibile con qualsiasi necessità di accertamento o di approfondimento, presentandosi come mera "constatazione". La formula di proscioglimento nel merito prevale sulla dichiarazione di estinzione del reato soltanto nel caso in cui sia rilevabile, con una mera attività ricognitiva, l'assoluta assenza della prova di colpevolezza a carico dell'imputato, ovvero la prova positiva della sua innocenza. L'obbligo di immediata declaratoria delle cause di non punibilità vale anche in sede di legittimità, tanto da escludere che il vizio di motivazione della sentenza impugnata, che dovrebbe ordinariamente condurre al suo annullamento con rinvio, possa essere rilevato dalla Corte di cassazione che, in questi casi, deve invece dichiarare l'estinzione del reato. In caso di annullamento, infatti, il giudice del rinvio si troverebbe nella medesima situazione, che gli impone l'obbligo dell'immediata declaratoria della causa di estinzione del reato. E ciò, anche in presenza di una nullità di ordine generale che, dunque, non può essere rilevata nel giudizio di legittimità, essendo l'inevitabile rinvio al giudice del merito incompatibile con il principio dell'immediata applicabilità della causa estintiva (ex plurimis, Sez. 4, n. 8135 del 31/01/2019, Rv. 275219; Sez. n. 46050 del 28/3/2018, Rv. 274200).

 

1.1. Nel caso di specie non sussistono i presupposti per l'applicazione dell'art. 129, comma 2, cod. proc. pen., in considerazione del fatto che, quand'anche si ritenesse fondata la prima censura proposta dal ricorrente, relativa all'erronea applicazione dell'art. 256 in luogo della fattispecie di cui all'art. 137 del d.lgs. n. 152 del 2006, la sussistenza della sua responsabilità penale per tale ultimo reato sarebbe comunque incompatibile con una pronuncia di proscioglimento ex art. 129, comma secondo, cod. proc. pen. E ciò, a prescindere dall'ulteriore considerazione che si tratta di una censura manifestamente infondata, essendo corretta la qualificazione giuridica data al fatto dalla Corte d'appello, la quale ha evidenziato che integra violazione dell'art. 256 richiamato l'effettuazione concreta di una delle attività ivi contemplate; viceversa, il diverso reato di cui l'imputato chiedeva applicazione, consistendo nella violazione dell'obbligo di munirsi dell'autorizzazione allo scarico, a prescindere dal fatto che vengano in concreto immessi rifiuti liquidi e dalla potenzialità inquinante dello scarico, ha natura di reato formale (Sez. 3, n. 11419 del 22/02/2012, Rv. 252494; Sez. 3, n. 3199 del 02/10/2014, Rv. 262005). Inoltre, il d.lgs. n. 4 del 2008 ha segnato l'abbandono della previgente ampia definizione di "scarico" e il ritorno alla più restrittiva impostazione, la quale implica che possa parlarsi di scarico unicamente quando la immissione sia effettuata direttamente tramite condotta, nozione che viene arricchita con il riferimento a un sistema stabile di raccolta che collega il ciclo di produzione del refluo con il corpo ricettore, e ulteriormente precisata nel senso che il collegamento non deve presentare soluzioni di continuità. Nel caso di specie, atteso che la condotta posta in essere dall'imputato si è concretizzata nell'immissione, senza autorizzazione, di rifiuti liquidi speciali sul suolo tramite un semplice tubo in PVC che collegava le vasche di stoccaggio del suo stabilimento al corpo recettore, è evidente che il meccanismo adottato per disfarsi dei rifiuti non risultava in alcun modo qualificabile come sistema stabile di collettamento, presentandosi come soluzione del tutto improvvisata e rudimentale, inidonea a rendere la condotta posta in essere dall'imputato attività di scarico delle acque piuttosto che di smaltimento di rifiuti. Né risulta idonea a confutare tale assunto la pronuncia richiamata dallo stesso ricorrente (Sez. 3, n. 47038 del 07/10/2015, Rv. 265554) la quale, dopo aver definito lo "scarico" accogliendo la summenzionata interpretazione restrittiva, ha ritenuto applicabile a quella particolare ipotesi la disciplina dello scarico delle acque e non quella sullo smaltimento dei rifiuti, in quanto, diversamente dal caso in esame, si era riscontrato che l'immissione del liquidi fosse stata effettuata esclusivamente attraverso un sistema stabile di collettamento che direttamente collegava il ciclo di produzione del refluo con il corpo ricettore.

 

1.2. Il ricorso, comunque, non può essere dichiarato inammissibile perché l'ultima censura, con la quale si contesta l'erronea applicazione della sanzione penale, è fondata. Infatti, nonostante la stessa Corte d'appello abbia qualificato i materiali oggetto dell'attività di smaltimento quali rifiuti liquidi non aventi natura pericolosa, ha erroneamente applicato all'imputato la pena congiunta dell'arresto e dell'ammenda, laddove l'art. 256, comma 1, lettera a), del d.lgs. n. 152 del 2006 dispone per questa categoria di rifiuti l'applicazione alternativa dell'una o dell'altra sanzione. 1.3. Dall'esame degli atti, in ogni caso, risulta che il termine di prescrizione del reato è già decorso in data 14 febbraio 2019, data precedente alla pronuncia della presente sentenza, dovendosi applicare il termine quinquennale complessivo previsto per le contravvenzioni, a partire dalla data del commesso reato (14 febbraio 2014). L'estinzione del reato per intervenuta prescrizione, pur non essendo stata espressamente dedotta dal ricorrente, può essere rilevata d'ufficio in quanto solo l'inammissibilità del ricorso in cassazione ne impedisce la declaratoria, costituendo ostacolo all'istaurazione stessa di qualunque rapporto processuale.

 

  1. La sentenza impugnata deve, perciò, essere annullata senza rinvio, perché il reato è estinto per intervenuta prescrizione.

 

(Omissis)

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