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Emissioni senza autorizzazione: produzione concreta e non potenziale

Categoria: Aria
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 01/07/2019
n. 28355

Ai fini della sussistenza del reato di cui all'art. 279, D.L.vo. n. 152/2006 per l'emissione in atmosfera di sostanze (pericolose e non) in assenza di autorizzazione, è necessaria la prova della concreta produzione delle emissioni da parte dell'impianto, non potendo dirsi sufficiente la mera potenzialità produttiva di emissioni inquinanti. Pertanto, qualora sia affermata la sussistenza di punti di emissione (concreti e non potenziali), che giustificano la necessaria autorizzazione, occorre adottare, ove possibile, le necessarie tecniche di contenimento delle emissioni.


Leggi la sentenza

 

Ritenuto in fatto

 

1.La Corte di Appello di Roma confermava la sentenza del Tribunale di Rieti con cui P.P. era stato condannato in relazione al reato di cui all'art. 279 comma 1 Dlgs 152/2006 - bis, perché quale amministratore unico della ditta "T. cementi armati vibrati", nell'esercizio dell'impianto produttivo sito in Magliano Sabina loc. Laghetti esercitava attività produttiva in assenza della prescritta autorizzazione alle emissioni in atmosfera.

 

2.Avverso la predetta sentenza propone ricorso P.P. mediante il proprio difensore, prospettando tre motivi di impugnazione.

 

3.Eccepisce con il primo motivo la violazione di cui all'art. 606 comma 1 lett. b) cod. proc. pen. per erronea applicazione dell'art. 279 comma 1 Dlgs 152/2006 la cui operatività presupporrebbe la produzione di emissioni in atmosfera nel corso del normale ciclo di lavorazione, mentre l'autorizzazione di cui alla citata norma non sarebbe richiesta nel caso di emissioni meramente potenziali. Nel caso di specie sarebbe emerso che nel corso del normale ciclo produttivo non vi era emissione di polveri in atmosfera.

 

4.Con il secondo motivo deduce il vizio di cui all'art. 606 comma 1 lett. e) cod. proc. pen. per manifesta contraddittorietà della motivazione correlata al travisamento della prova, avendo il giudice erroneamente ritenuto che l'impianto producesse cemento mentre lo stesso produceva in realtà manufatti in cemento, con rilevanza negativa sotto il profilo dell'emissione di polveri in atmosfera.

 

5.Con il terzo motivo ha dedotto il vizio ex art. 606 lett. b) per mancata applicazione della fattispecie di cui all'art. 131 bis cod. pen.

 

Considerato in diritto

 

1.Il ricorso è inammissibile. La prima censura ) pur richiamando correttamente il principio di diritto secondo cui l'affermazione di responsabilità per il reato di cui all'art. 279, D.Lgs. n. 152 del 2006 per l'emissione in atmosfera di sostanze (pericolose e non) in assenza di autorizzazione, comporta la prova della concreta produzione delle emissioni da parte dell'impianto, non potendo dirsi sufficiente la mera potenzialità produttiva di emissioni inquinanti (Sez. 3, Sentenza n. 5347 del 12/01/2011 Rv. 249568 - 01 Izzo), non trova corrispondenza nel caso di specie. Innanzitutto, la tesi dell'insussistenza di emissioni è confutata già dai primi passaggi motivazionali della sentenza impugnata, da cui emerge l'esistenza presso l'impianto di ben 7 punti di emissione, descritti dalla stessa richiesta di autorizzazione avanzata dall'imputato; risulta altresì che l'ente competente al rilascio, la Provincia, aveva richiesto un'integrazione ottenendo l'indicazione di altri 5 punti di emissione «provenienti dai silos di stoccaggio del cemento ed emissioni diffuse». La sussistenza di punti di emissione, peraltro concreti e non meramente potenziali, emerge anche dalla stessa testimonianza del teste P., citato anche dalla difesa, laddove afferma che nella fase di trasbordo del cemento verso i silos asserviti all'impianto si verificavano emissioni in atmosfera allorquando «vi era un aumento della temperatura dei filtri». Circostanza, anche quest'ultima, sufficiente per rilevare come nel ciclo di produzione vi fossero reali punti di emissione, senza confondere la loro esistenza con il funzionamento o meno delle tecniche di contenimento, tra cui rientra appunto il ricorso a filtri. Invero, a fronte della accertata esistenza di punti di emissione - giustificativi come tali della necessaria autorizzazione - consegue l'adozione ove possibile delle necessarie tecniche di contenimento, senza che il relativo funzionamento, quand'anche capace di contenere totalmente le emissioni, possa confondersi con la scomparsa delle ragioni giustificative del controllo pubblico e quindi della prescritta autorizzazione. Va aggiunto, sempre in punto di diritto, che trattandosi di silos descritti come asserviti all'impianto di produzione in parola, non ricorre la deroga al rilascio dell'autorizzazione per le emissioni in atmosfera, di cui all'art. 272 comma 1 Dlgs 152/06 e alla parte I dell'Allegato IV alla parte quinta del Testo Unico ambientale, lett. m). Quest'ultima previsione infatti, esclude il rilascio della autorizzazione in parola per i soli «silos per materiali da costruzione» che non siano asserviti - come al contrario emerge nel caso in esame - ad altri impianti.

 

2.Egualmente inammissibile è il secondo motivo. Innanzitutto va premesso che ai fini della configurabilità del vizio del travisamento della prova è necessario che la relativa deduzione abbia un oggetto definito e inopinabile, tale da evidenziare la palese e non controvertibile difformità tra il senso intrinseco della dichiarazione e quello tratto dal giudice. Tale non è il caso di specie, atteso che la tesi per cui la produzione di manufatti in cemento non darebbe luogo ad emissioni in atmosfera, diversamente dal caso della produzione di cemento, è del tutto apodittica, oltre che volta ad equivocare il caso concreto, atteso che lo stesso teste P. G., citato dalla difesa, pur parlando di produzione di manufatti in cemento ha comunque descritto un processo produttivo connotato, dello sversamento in silos di cemento, ossia di materiale polverulento, produttivo di emissioni in atmosfera, tanto da implicare l'adozione di appositi filtri. Considerato il caso di specie, va anche ricordato che ci si trova dinanzi ad una "doppia conforme" e cioè doppia pronuncia di eguale segno, per cui il vizio di travisamento della prova può essere rilevato in sede di legittimità solo nel caso in cui il ricorrente rappresenti (con specifica deduzione) che l'argomento probatorio asseritamente travisato è stato per la prima volta introdotto come oggetto di valutazione nella motivazione del provvedimento di secondo grado. Ciò in quanto nel caso di c.d. doppia conforme non può superarsi il limite del "devolutunn" con recuperi in sede di legittimità, salvo il caso in cui il giudice d'appello, per rispondere alla critiche dei motivi di gravame, abbia richiamato atti a contenuto probatorio non esaminati dal primo giudice (cfr. Sez. 4, n. 19710 del 03/02/2009 Rv. 243636 - 01 Buraschi; Sez. 2, n. 5223 del 24/01/2007 Rv. 236130 - 01 Medina;). Può anche dirsi che il travisamento della prova, se ritenuto commesso dal giudice di primo grado, deve essere dedotto al giudice dell'appello, pena la sua preclusione nel giudizio di legittimità, non potendo essere dedotto con ricorso per cassazione il vizio di motivazione in cui sarebbe incorso il giudice di secondo grado se il travisamento non gli era stato rappresentato (cfr. Sez. 5, Sentenza n.48703 del 24/09/2014 Rv. 261438 Biondetti). L'attuale ricorrente, invece, per supportare validamente il prospettato vizio di travisamento, non ha formulato al riguardo alcuna deduzione nel senso suesposto.

 

3.Quanto al terzo motivo di impugnazione, il giudice ha fatto buon uso delle regole giuridiche, avendo escluso l'applicazione della fattispecie ex art. 131 bis cod. pen. valorizzando in sostanza il profilo della modalità della condotta e del danno o pericolo, che si iscrivono nel rilievo inerente la dimensioni ragguardevoli dell'impianto: ritenuto come tale suscettibile, nell'esplicazione delle attività inerenti i momenti di emissioni in atmosfera, di arrecare grave pregiudizio all'ambiente. A fronte di ciò le prospettazioni difensive si traducono in una proposta di mera rilettura delle circostanze, incidente sul merito del processo, come tale insuscettibile di valutazione in questa sede.

 

4.Sulla base delle considerazioni che precedono, la Corte ritiene pertanto che il ricorso debba essere dichiarato inammissibile, con conseguente onere per la ricorrente, ai sensi dell'art. 616 cod. proc. pen., di sostenere le spese del procedimento. Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte costituzionale in data 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza "versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità", si dispone che la ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

 

(Omissis)

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