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Suolo o materiale di riporto? E’ necessario fare il test di cessione!

Categoria: Bonifiche
Autorità: TAR Toscana, Sez. II
Data: 06/08/2020
n. 996

Qualsiasi materiale di riporto rinvenuto presso il sito deve essere sottoposto al test di cessione: in caso di rispetto dei limiti propri del test di cessione è comunque necessario rispettare quanto previsto dalla normativa sulle bonifiche dei siti contaminati, mentre, in caso di accertato mancato rispetto dei suddetti limiti, i materiali di riporto sono assimilati a sorgenti di contaminazione ed il legislatore indica quali sono i precisi trattamenti tecnici da eseguire.


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Fatto e diritto

1 - Con il ricorso introduttivo del giudizio la S. C. I. s.p.a. impugna il provvedimento con il quale il Comune di R., all’esito di apposita conferenza di servizi, ha approvato il Piano di Caratterizzazione di un’area del sito industriale di R. predisposto dalla medesima società, contestandolo solo con riferimento ad una delle prescrizioni impostele, cioè quella che richiede che qualsiasi “materiale di riporto” rinvenuto presso il sito sia sottoposto al cd. “test di cessione” ai sensi dell’art. 3 del decreto-legge n. 2 del 2012 (convertito in legge n. 28 del 2012). Il che è errato, ad avviso di parte ricorrente, perché non tiene conto che i detti materiali ricadono in un sito che è già oggetto di un procedimento di bonifica e che pertanto saranno già oggetto delle ordinarie attività di caratterizzazione e, a seguire, delle consuete attività di bonifica; al contrario il “test di cessione” deve essere riferito solo a quei materiali che, non essendo soggetti ad altro tipo di controlli sul piano ambientale, devono essere indagati nelle loro potenzialità contaminanti prima di poterli accomunare al “suolo” ed escludere dalla disciplina sui rifiuti come previsto dall’art. 185 del Codice dell’ambiente.

2 - Parte ricorrente, a sostegno della sua tesi, già in sede di conferenza di servizi del 7 maggio 2019, aveva richiamato il parere dell’Avvocatura Regionale, espresso in esito a quesito del 28 gennaio 2019, riferito ad altra parte dell’area S. oggetto di bonifica, ma che ad avviso della società risolve la questione dei riporti nel senso da essa sostenuto; il procedimento era stato quindi sospeso, per acquisire l’avviso di Regione Toscana sulla questione (necessità dell’esecuzione dei test di cessione sui materiali di riporto rinvenuti in un sito già oggetto di procedura di caratterizzazione e bonifica); la Regione Toscana, con nota acquisita dal Comune di R. con prot. n. 29231 del 5.6.2019, ha risposto al quesito richiamando il parere dell’Avvocatura; nella conferenza dei servizi del 3 luglio 2019 le Amministrazioni hanno convenuto l’approvazione del Piano di Caratterizzazione con la clausola d) (“in caso di rinvenimento di strati di materiale di riporto devono essere prelevati campioni di tale materiale da sottoporre al test di cessione secondo le metodiche di cui al DM del 5 febbraio 1998”); è seguito il decreto regionale di approvazione n. 1849 del 30 luglio 2019.

3 - Nei confronti degli atti, come meglio in epigrafe indicati, parte ricorrente muove un’unica, articolata censura, nella quale viene offerta una lettura dell’art. 185, comma 1, lett. b) del d.lgs. n. 152 del 2006 e della correlata norma di interpretazione autentica di cui all’art. 3 del decreto legge n. 2 del 2012 in base alla quale i “test di cessione”, necessari per l’assimilazione al “suolo” delle “matrici materiali di riporto” non sarebbero imposti in termini generalizzati per tutti i materiali di riporto; al contrario i suddetti test sarebbero previsti “al solo fine di verificare l’applicabilità ad essi [cioè ai materiali di riporto] dell’art. 185 del Codice dell’ambiente e, quindi, la possibilità che gli stessi siano esclusi dall’ambito di applicazione della Parte Quarta del Codice (e, quindi, esclusi dalla disciplina delle bonifiche)”; quindi il suddetto obbligo non si applicherebbe a quei materiali di riporto che ricadono in un sito che è già oggi oggetto di procedura di bonifica, in quanto evidentemente già assoggettati a tutte le indagini e i controlli ambientali in quella sede; infatti qualunque fosse l’esito dei test, ai sensi dei commi 2 e 3, i riporti finirebbero comunque per essere soggetti alla disciplina delle bonifiche; cui nella specie i riporti sono già assoggettati; il test è imposto per assoggettare a controllo ambientale quei materiali che non lo sono già, per stabilire se sono o meno sottoposti alla disciplina della parte IV.

4 - Si sono costituiti in giudizio, per resistere al ricorso, il Comune di R., la Regione Toscana e ARPAT.

5 – Con ordinanza n. 548 del 6 maggio 2020 la Sezione ha richiesto alle parti chiarimenti, che sono stati correttamente resi dalle parti stesse.

6 - Ai sensi dell’art. 84, comma 5, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, la causa, fissata per la pubblica udienza del 7 luglio 2020, è passata in decisione, senza discussione orale, sulla base degli atti depositati, secondo quanto previsto dal comma 5 cit.

7 – Il ricorso è infondato alla luce delle considerazioni che seguono.

7.1 – L’art. 185, comma 1, d.lgs. n. 152 del 2006 disciplina le ipotesi di esclusione dal “campo di applicazione della parte quarta del presente decreto” (cioè dalle “norme in materia di gestione dei rifiuti e di bonifica dei siti inquinati”) e tra i casi di esclusione contempla “il terreno (in situ), inclusi il suolo contaminato non scavato e gli edifici collegati permanentemente al terreno, fermo restando quanto previsto dagli artt. 239 e ss. relativamente alla bonifica di siti contaminati”. L’art. 3, comma 1, del decreto-legge n. 2 del 2012 stabilisce quindi che i riferimenti al “suolo”, contenuti in varie norme del d.lgs. n. 152 cit., tra cui l’art. 185, comma 1, cit., “si interpretano come riferiti anche alle matrici materiali di riporto di cui all'allegato 2 alla parte IV del medesimo decreto legislativo”. Tuttavia la richiamata equiparazione non è stabilità in termini generali e indiscriminati. Infatti il successivo comma 2 dell’art. 3 del decreto-legge n. 2 cit. aggiunge “ai fini dell'applicazione dell'articolo 185, comma 1, lettere b) e c), del decreto legislativo n. 152 del 2006, le matrici materiali di riporto devono essere sottoposte a test di cessione effettuato sui materiali granulari ai sensi dell'articolo 9 del decreto del Ministro dell'ambiente 5 febbraio 1998, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale 16 aprile 1998, n. 88, ai fini delle metodiche da utilizzare per escludere rischi di contaminazione delle acque sotterranee”. Dunque l’equiparazione tra “suolo” e “materiali di riporto” passa attraverso la effettuazione del “test di cessione” di cui al richiamato decreto del Ministero dell’Ambiente. L’art 3 del decreto- legge n. 2 cit. ha infine cura di disciplinare le conseguenze giuridiche correlate agli esiti dell’effettuato “test di cessione”: a) “ove [i materiali di riporto risultino] conformi ai limiti del test di cessione, devono rispettare quanto previsto dalla legislazione vigente in materia di bonifica dei siti contaminati” (comma 2 ultimo periodo); b) ben diversamente, invece, “le matrici materiali di riporto che non siano risultate conformi ai limiti del test di cessione sono fonti di contaminazione e come tali devono essere rimosse o devono essere rese conformi ai limiti del test di cessione tramite operazioni di trattamento che rimuovano i contaminanti o devono essere sottoposte a messa in sicurezza permanente utilizzando le migliori tecniche disponibili e a costi sostenibili che consentano di utilizzare l'area secondo la destinazione urbanistica senza rischi per la salute”.

7.2 – La richiamata disciplina evidenzia la necessità dei “test di cessione” effettuati sui materiali di riporto, giacché correla all’esito di tali test differenti conseguenze giuridiche nonché operative: anche in caso di rispetto dei limiti propri del test di cessione è comunque necessario rispettare quanto previsto dalla normativa sulle bonifiche dei siti contaminati, mentre in caso di accertato mancato rispetto dei suddetti limiti i materiali di riporto sono assimilati a sorgenti di contaminazione ed il legislatore indica quali sono i precisi trattamenti tecnici da eseguire.

7.3 – Alla luce di tale quadro disciplinare risulta legittima la clausola contestata, la quale impone “in caso di rinvenimento di strati di materiale di riporto devono essere prelevati campioni di tale materiale da sottoporre al test di cessione secondo le metodiche di cui al DM del 5 febbraio 1998”, giacché solo all’esito di tali test potrà dirsi quali sono le operazioni tecniche cui devono essere sottoposti i materiali di riporto.

8 – Alla luce delle considerazioni che precedono il ricorso deve essere respinto, sussistendo tuttavia giustificati motivi, alla luce della complessità della fattispecie esaminata, per compensare tra le parti le spese di giudizio.

 

(Omissis)

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