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Piano rimozione materiali tossici: non prova la bonifica!

Categoria: Bonifiche
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 16/07/2020
n. 21572

La presentazione di un semplice piano di lavoro per la rimozione di materiali tossici non rappresenta la prova dell’avvenuta bonifica delle zone coinvolte dal disastro ambientale aggravato. (Nel caso di specie, il piano di lavoro non era stato nemmeno portato a compimento e non concerneva il complesso delle aree nelle quali si erano verificati gli sversamenti di rifiuti.)


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Ritenuto in fatto

1. Con ordinanza emessa il 26/09/2019 il Tribunale di sorveglianza di Napoli, pronunciandosi sull'istanza di concessione delle misure alternative alla detenzione dell'affidamento in prova al servizio sociale, della semilibertà e della detenzione domiciliare, che erano state richieste congiuntamente da G. P., disponeva il rigetto dei primi due benefici e dichiarava inammissibile il terzo beneficio. Tali benefici penitenziari venivano richiesti in relazione alla pena per la quale l'istante era stato condannato per il reato di disastro ambientale aggravato con la sentenza irrevocabile emessa dalla Corte di appello di Napoli il 29/01/2015.
Nel respingere l'istanza di concessione dei benefici penitenziari dell'affidamento in prova al servizio sociale e della semilibertà richiesti da G. P., dei quali si controverte in questa sede, il Tribunale di sorveglianza di Napoli richiamava il vissuto criminale dell'istante, la gravità dei reati per i quali era stato condannato e l'assenza di un processo di rivisitazione critica delle condotte illecite in corso di esecuzione; quest'ultima si riteneva dimostrata dall'indisponibilità del condannato ad attivarsi per attenuare le conseguenze negative prodotte dai suoi comportamenti criminosi nei confronti delle persone offese, che imponevano di esprimere una prognosi negativa sull'idoneità delle misure alternative invocate ad assolvere alle finalità di prevenzione speciale loro proprie.
Tale atteggiamento, secondo il Tribunale di sorveglianza di Napoli, assumeva un rilievo ancora più negativo proprio alla luce della gravità dei comportamenti criminosi per i quali S. P. era stato condannato, che riguardavano un disastro ambientale, protrattosi per diversi anni e attuato mediante lo smaltimento illegale di rifiuti industriali, altamente pericolosi per la salute umana - come amianto e oli minerali - e incompatibili con la conformazione naturale delle aree geografiche dove erano ubicati gli stabilimenti di proprietà della famiglia P.

 

2. Avverso tale ordinanza G. P., a mezzo dell'avv. L. M., ricorreva per cassazione, deducendo, mediante articolate doglianze, il vizio di motivazione del provvedimento impugnato, conseguente alla ritenuta insussistenza dei presupposti applicativi dei benefici penitenziari dell'affidamento in prova al servizio sociale e della semilibertà, richiesti congiuntamente, che erano stati valutati dal Tribunale di sorveglianza di Napoli con un percorso argomentativo incongruo, che non teneva conto del disvalore dei comportamenti criminosi per i quali era intervenuta la condanna riportata dal ricorrente e del percorso rieducativo che aveva intrapreso proficuamente dopo la decisione della cui esecuzione si controverte.
A sostegno di tali' deduzioni, si evidenziava che il percorso rieducativo intrapreso era attestato dai comportamenti posti in essere da G. P. finalizzati ad attenuare le conseguenze prodotte sul territorio dalla commissione del disastro ambientale di cui si controverte, attraverso la bonifica dei siti che erano stati inquinati con le società di cui era uno degli amministratori, attive nel settore dei rifiuti, dei quali il provvedimento censurato non aveva tenuto conto, omettendo ulteriormente di esaminare la documentazione allegata alla memoria difensiva depositata il 04/04/2019, da cui emergevano le attività di recupero ambientale effettuate in relazione ai siti gestiti dalla società P. s.r.l.
Le considerazioni esposte imponevano l'annullamento dell'ordinanza impugnata.
Considerato in diritto

 

1. Il ricorso proposto da G. P. è inammissibile.

 

2. Osserva il Collegio che il Tribunale di sorveglianza di Napoli, per giustificare il diniego dei benefici penitenziari dell'affidamento in prova al servizio sociale e della semilibertà, richiesti congiuntamente da G. P., faceva correttamente riferimento al vissuto criminale dell'istante, alla gravità dei reati per i quali era stato condannato e all'assenza di un processo di rivisitazione critica adeguato alla gravità del reato di disastro ambientale per il quale il ricorrente era stato condannato alla pena di sette anni di reclusione.
Da tale originaria frazione detentiva residuava - a seguito dell'applicazione dell'indulto di cui alla legge 31 luglio 2006, n. 141 e della custodia cautelare presofferta - la pena complessiva di due anni, tre mesi e tre giorni di reclusione, della cui esecuzione si discute. Il Tribunale di sorveglianza di Napoli, invero, valutava analiticamente gli elementi informativi di cui disponeva, fondando il giudizio prognostico negativo nei confronti di P. su una valutazione complessiva della sua personalità, rispettosa della giurisprudenza consolidata di questa Corte, secondo cui, ai fini della concessione delle misure alternative alla detenzione, pur non «potendosi prescindere, dalla natura e dalla gravità dei reati per cui è stata irrogata la pena in espiazione, quale punto di partenza dell'analisi della personalità del soggetto, è tuttavia necessaria la valutazione della condotta successivamente serbata dal condannato, essendo indispensabile l'esame anche dei comportamenti attuali del medesimo, attesa l'esigenza di accertare non solo l'assenza di indicazioni, ma anche la presenza di elementi positivi che consentano un giudizio prognostico di buon esito della prova e di prevenzione del pericolo di recidiva» (Sez. 1, n. 31420 del 05/05/2015, Incarbone, Rv. 264602-01).
Non era, del resto, possibile una soluzione differente, atteso che costituisce espressione di un orientamento ermeneutico parimenti consolidato il principio secondo cui, ai fini della concessione delle misure alternative alla detenzione, non si può prescindere dal vaglio della condotta del condannato, antecedente e susseguente alla commissione dei reati in espiazione, in funzione della valutazione prognostica dei benefici penitenziari richiesti.
Tale vaglio, al contempo, deve essere effettuato tenendo conto del processo di revisione critica seguito dall'istante - cui si riferiva correttamente il Tribunale di sorveglianza di Napoli - indispensabile per la formulazione di un giudizio positivo sul suo reinserimento sociale (Sez. 1, n. 33287 dell'11/06/2013, Pantaleo, Rv. 257001- 01; Sez. 1, n. 18388 del 20/02/2008, Cesarini, Rv. 240306-01).

 

3. In questa cornice, appaiono 'pertinenti i riferimenti, contenuti nell'ordinanza impugnata, all'assenza di un processo di revisione critica di G. P. adeguato alla gravità del titolo di reato in corso di esecuzione - che concerneva un disastro ambientale protrattosi per diversi anni, a partire dal 2002, mediante lo sversamento continuato e ripetuto di rifiuti di origine industriale, contenenti sostanze nocive per, la salute umana come amianto e oli minerali -, affermato sulla base delle relazioni del 27/11/2018 e del 28/11/2018, rispettivamente trasmessa dalle direzioni della Casa circondariale di Napoli Poggioreale e della Casa circondariale di Rieti.
Sul punto, appaiono condivisibili le conclusioni alle quali perveniva il Tribunale di sorveglianza di Napoli, che, nel passaggio motivazionale esplicitato a pagina 4 del provvedimento impugnato, evidenziava la «assoluta mancanza di resipiscenza rispetto al proprio agito, dopo che con incredibile spregiudicatezza ha per anni un'intera area geografica di vaste proporzioni, provocando non un semplice danno ma un vero disastro ambientale [...]».
L'atteggiamento di G. P., finalizzato a negare le sue responsabilità per il disastro ambientale di cui si controverte e a ridimensionare le conseguenze delle sue condotte, assume un rilievo ancora più significativo se inserito nel contesto particolarmente ramificato, imprenditoriale e familiare, nel quale i comportamenti criminosi del ricorrente e dei complici si concretizzavano. Basti, in proposito, considerare che il condannato, secondo quanto accertato nei giudizi di merito, era personalmente coinvolto nella gestione delle imprese operanti nel settore dei rifiuti riconducibili alla sua famiglia, tra le quali, nel provvedimento impugnato, si richiamavano le società "P. s.r.l.", "E. P. s.r.l.", "E. s.r.l.", "A.T. s.r.l." e "A. s.r.l.". I comportamenti di G. B., a ben vedere, assumevano una valenza altamente sintomatica dell'assenza di collaborazione al processo trattamentale attivato nei suoi confronti, anche in considerazione del fatto che, come correttamente evidenziato nel passaggio argomentativo esplicitato a pagina 3 del provvedimento impugnato, nei giudizi di merito, si era accertato che i rifiuti tossici «trasferiti dal Veneto in Campania, e conferiti presso i siti P., subivano la modifica della causale [...] e attraverso operazioni di manipolazione e trasformazione illegale erano avviati al recupero nonostante la normativa di settore lo vietasse [...]».
Il ricorrente, in questo modo, realizzava le condotte illecite controverse seguendo un modus operandi consolidato nel tempo, che si concretizzava attraverso una Serie di «attività ripetute e continuative che avevano assunto proporzioni enormi rispetto alle quali l'impossibilità di tracciare il ciclo e la vita rifiuto stesso era funzionale alla concretizzazione di uno smaltimento illecito che avveniva contaminando i suoli e l'ambiente [...]». L'assenza di un processo di revisione critica del vissuto criminale di G. P., al contempo, si riteneva dimostrata dall'assenza di adeguati interventi di bonifica collegati all'attività imprenditoriale nell'esercizio della quale si era concretizzato il disastro ambientale di cui si controverte, rispetto al quale priva di rilievi appare la documentazione allegata alle memorie difensive depositate nell'interesse del ricorrente il 04/04/2019, richiamata nell'atto di impugnazione in esame.
Tale documentazione, infatti, come evidenziato dal Tribunale di sorveglianza di Napoli, lungi dal fornire la prova dell'avvenuta bonifica delle zone coinvolte dal disastro ambientale realizzato con le imprese riconducibili alla famiglia P., costituiva un semplice piano di lavoro per la rimozione di materiali tossici, sottoposto al Tribunale di Napoli il 15/12/2018, che non era stato nemmeno portato a compimento e non concerneva il complesso delle aree nelle quali si erano verificati gli sversamenti di rifiuti controversi, che non riguardavano la sola società P. s.r.l. per cui il piano in questione era stato presentato, coinvolgendo anche i siti delle società "I." e "P. F.".
Tenuto conto di questi univoci indicatori soggettivi e delle informazioni negative trasmesse dalle autorità penitenziarie competenti, il Tribunale di sorveglianza di Napoli evidenziava correttamente l'inidoneità delle misure alternative della semilibertà e dell'affidamento in prova al servizio sociale, richieste congiuntamente da G. P., ad assolvere alle finalità di prevenzione speciale loro proprie, che ne imponeva il respingimento.

 

4. Per queste ragioni, il ricorso proposto da G. P. deve essere dichiarato inammissibile, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e, non ricorrendo ipotesi di esonero, al versamento di una somma alla cassa delle ammende, determinabile in tremila euro, ai sensi dell'art. 616 cod. proc. pen.
(Omissis)

 

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