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Panni tecnici per pulizie industriali, quando sono rifiuto?

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. I
Data: 29/04/2020
n. 13188

I panni tecnici per le pulizie industriali imbevuti di sostanze tossiche, a prescindere dal loro riutilizzo all'esito dei corretti processi rigenerativi, producono rifiuti pericolosi derivanti dall'estrazione delle sostanze tossiche - olii e solventi - di cui si imbevono, e costituiscono essi stessi un rifiuto tossico qualora non siano sottoposti a tale trattamento. Le operazioni di lavaggio dei panni tecnici sono quindi tenute alla tracciabilità, onde verificare il corretto smaltimento delle sostanze estratte alla stregua delle previste regole tecniche.  


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Ritenuto in fatto

 

  1. Con sentenza del 28 maggio 2018 la Corte di appello di Brescia ha riformato quoad poenam la sentenza del 3 novembre 2016 del Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale in sede che, a seguito di giudizio abbreviato, aveva condannato F. A. alla pena di anni quattro e mesi quattro di reclusione per i reati, avvinti in continuazione, di cui: 1) all'art. 260 d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, per avere abusivamente gestito, in qualità di amministratore unico della E. S.p.A. e in concorso con altri, ingenti quantitativi di rifiuti - panni tecnici per le pulizie industriali sporchi ed intrisi di sostanze oleose e solventi, classificabili come rifiuti pericolosi con codice CER 150202; 2) artt. 110, 434, secondo comma, cod. pen., per avere nella citata qualità cagionato un disastro ambientale costituito dal gravissimo inquinamento del terreno e della falda acquifera sottostante l'insediamento, con contaminazione anche della falda più profonda, sversando reflui derivanti dall'attività di lavaggio degli stracci industriali contenenti tricloroetilene e tetracloroetilene nel terreno sotto lo stabilimento e nei corpi idrici superficiali adiacenti all'insediamento e compiendo altre condotte specificamente indicate nell'imputazione; 3) artt. 110, 440 cod. pen., per avere adulterato e corrotto, prima del loro attingimento, le acque destinate all'alimentazione dei pozzi privati ad uso alimentare, irriguo e zootecnico, a valle idrogeologica dell'insediamento, immettendovi tetracloroetilene con valori di oltre 1.000 volte superiori al limite di potabilità di 10 mg/I; 4) artt. 81, 334 e 349 cod. pen., per avere sottratto e disperso i rifiuti e le cose di cui ai verbali di sequestro probatorio e preventivo del Corpo forestale di Terni dell'Il ottobre 2011, violando i sigilli ivi apposti al fine di assicurarne la conservazione e l'identità. Fatti commessi in Dello e Ospitaletto, sino al maggio 2013. Anche G. A., in qualità di agente commerciale della S. S.r.l., aveva riportato condanna - originariamente alla pena di anni due di reclusione - per il reato n. 1, come sopra contestato. Con la sentenza di appello le pene sono state ridotte, rispettivamente, per A. ad anni tre e mesi quattro di reclusione e per A. ad anni uno e mesi sei di reclusione - con disapplicazione per entrambi della contestata recidiva specifica, e con rideterminazione in pari misura delle pene accessorie - oltre che al risarcimento dei danni subiti dalla parte civile A.N.P.A.N.A., e il solo A. (insieme al coimputato U. C., non ricorrente in questa sede) al risarcimento dei danni subiti dalla parte civile comune di Dello.

 

 

  1. I giudici di merito hanno concordemente ritenuto integrate le contestazioni di reato, rilevando che la società E. aveva gestito l'attività di noleggio di panni tecnici in modo completamente difforme rispetto all'accordo di programma al quale essa aveva aderito, discostandosi dalle previsioni delle modalità operative dirette a consentire la tracciabilità dei panni tecnici ed il controllo dello smaltimento delle sostanze pericolose residuate all'esito del ciclo produttivo. Erano pacificamente inquadrabili nella categoria dei rifiuti pericolosi i residui del lavaggio dei panni tecnici, nonché gli stessi panni non più utilizzabili e quindi dismessi. Quanto alla società S., essa non aveva aderito all'accordo di programma, aveva esternalizzato tutte le attività di ripulitura degli stracci e, soprattutto, non aveva affatto documentato il regolare smaltimento dei residui del lavaggio. Ancora, rilevavano i giudici, era mancata la marchiatura indelebile dei panni ed il censimento degli stracci restituiti, così da rendere non verificabile il regolare smaltimento dei medesimi, ed era stata esternalizzata l'attività di pulitura cosicché mancava la documentazione attestante il regolare smaltimento dei residui del lavaggio (oli industriali e solventi utilizzati per il lavaggio, categorie entrambe rientranti nella nozione di rifiuti pericolosi). I residui di tali lavorazioni erano stati sversati nel terreno e nelle acque superficiali, così contaminando in forma massiccia le acque contenute nella falda freatica e vi era stato abbandono degli stracci inutilizzati direttamente sul terreno, in particolare nel capannone dismesso della E.. Infatti, dalle intercettazioni telefoniche era emerso che il capannone di Dello era stato utilizzato durante l'anno 2012 - quindi dopo la cessazione dell'attività industriale della E. - dai responsabili della S. come sito di stoccaggio dei rifiuti provenienti dal capannone di Ospitaletto.

 

2.1 Tanto era emerso a seguito delle dichiarazioni rese il 2 e il 23 marzo 2012 da R. B., ex dipendente della E., nominato custode giudiziario del sito. 2.1 Tali violazioni erano state giudicate abituali, in quanto inserite nella ordinaria attività di impresa; né gli imputati avevano dato prova di avere eseguito trasporti dei rifiuti e concluso contratti a norma di legge; la S. non aveva mai conseguito l'autorizzazione al trasporto dei rifiuti né aveva aderito all'accordo di programma. F. A. era subentrato all'amministratore M. C. con decorrenza dal 14 settembre 2011, restandone amministratore fino alla cessazione dell'attività con le stesse modalità operative del predecessore, e cioè senza tenere i registri di carico e scarico di una rilevante parte dei rifiuti pericolosi prodotti (le soluzioni alogenate dei solventi con gli oli industriali) e si era intromesso nella gestione della S. Anche G. A. aveva partecipato ai fatti di abbandono dei rifiuti nella gestione della S. S.r.l., nel cui ambito si occupava del procacciamento dei clienti pur essendo consapevole che la società operava in assenza di autorizzazione e/o di adesione all'accordo di programma: egli si occupava di ritirare la merce senza formulario ed effettuava direttamente il trasporto dei fusti intrisi di oli riconsegnati dai clienti dopo l'utilizzo.

 

 

2.2 La contestazione di disastro ambientale era derivata dall'inquinamento da tricloroetilene e tetracloroetilene, attestata alla data del 7 aprile 2010 a valle dell'insediamento produttivo della E., con concentrazione di tali sostanze inquinanti in misura di 10.116 microgrammi per litro (superiore di oltre 1.000 volte rispetto alla concentrazione massima prevista dalla legge per le acque sotterranee e potabili). Oltre due anni dopo, i risultati del campionamento delle acque effettuato nel maggio 2012 confermavano la presenza di un inquinamento idrico per opera di solventi con valori sempre elevati, molto superiori ai limiti previsti per le acque sotterranee alla stregua del d.lgs. n. 152 del 2006 e del d. Igs. n. 31 del 2001 per le acque potabili, per tutti i pozzi captanti la prima falda a valle del sito E. e in un territorio molto esteso, ricomprendente la maggior parte del centro abitato di Quinzanello, con valori superiori anche di dieci volte rispetto ai limiti sanitari, e con conseguente pericolo per la salute pubblica. È stata ritenuta provata l'attitudine a porre in pericolo la salute di un numero indeterminato di persone, in quanto nella pianura bresciana l'acqua di falda non è utilizzata soltanto per il diretto consumo umano, ma anche per abbeverare gli animali da latte e da carne e per l'irrigazione delle colture, con evidente massiccia portata espansiva degli effetti dell'inquinamento idrico. Tale reato è stato ritenuto riferibile anche al ricorrente F. A., il quale aveva continuato ad operare fino al 22 novembre 2011 - quando la S. aveva affittato il ramo di azienda dedicato al noleggio dei panni tecnici - senza mai compilare i registri di carico e scarico delle soluzioni alogenate; aveva mantenuto e continuato ad utilizzare il tubo che consentiva lo scarico diretto degli inquinanti nelle acque superficiali; aveva continuato ad utilizzare il sito aziendale dismesso anche nel corso del 2012 come deposito incontrollato di rifiuti pericolosi. Il tutto con condotta pienamente consapevole, senza ottemperare alle prescrizioni dell'Autorità pur in costanza del procedimento penale ed amministrativo, in particolare senza approntare le barriere che avrebbero consentito di pompare e depurare le acque sotterranee, contrastando l'estendersi della contaminazione della falda attraverso la cosiddetta «messa in sicurezza di emergenza» (MISE).

 

  1. Avverso la sentenza di appello hanno proposto ricorso per cassazione, con atti distinti, i difensori degli imputati, avv. Manuel Soldi per F. A., e avv. Donatella Morandi per G. A., avanzando i seguenti motivi di impugnazione.

 

 

3.1. Ricorso A.

  1. A) Erronea applicazione della legge penale, in relazione alla natura dei panni tecnici con formula "usa e restituisci", considerati quali rifiuti in difformità dalle previsioni della normativa interna e comunitaria. Sostiene il ricorrente che i giudici di appello hanno recepito acriticamente le conclusioni del G.u.p., che ha qualificato come attività di trattamento di rifiuti quella svolta dalla E. S.p.A., consistente invece in operazioni di lavaggio dei panni tecnici per le pulizie industriali al fine di consentirne il riutilizzo nonché in operazioni di corretta gestione e recupero dei rifiuti derivanti dalle operazioni di lavaggio dei detti panni. I prodotti dell'attività di lavaggio costituiscono un materiale riutilizzabile con il sistema "usa e restituisci", e si differenziano radicalmente dal rifiuto, che per definizione è ciò di cui si intende disfarsi, ai sensi dell'art. 183 T.U.A. e a tenore delle sentenze Arco e Palin della Corte di giustizia europea.
  2. B) Vizio di motivazione in ordine all'imputazione ex art. 434 cod. pen. Per tale imputazione non è stato specificato il contributo reso dal ricorrente alla causazione del disastro ambientale. Invero, l'asserito disastro era iniziato nel 2009 e poi si era conclamato nell'aprile 2010. La carica di amministratore unico della E. S.p.A. è stata ricoperta dallo stesso dal 14 settembre 2011 al 22 novembre 2011. Si lamenta che il precedente amministratore, G. R., pur avendo gestito l'attività proprio nel periodo centrale della contestazione dell'art. 434 cod. pen. — dall'aprile 2010 al settembre 2011 —, sia stato assolto dall'accusa. Ancora, si lamenta che nel breve periodo di gestione dell'A.le analisi dell'ARPA avessero evidenziato un miglioramento della situazione ambientale, né si è specificato cosa altro avrebbe potuto fare l'imputato avendo ereditato un'azienda decotta, in totale assenza di liquidità, il che impediva qualunque forma di attivazione o bonifica.

 

3.2. Ricorso A.

  1. A) Con il primo motivo si deduce violazione di legge, con riferimento all'art. 183 d.lgs. n. 152 del 2006. Il ricorrente, in qualità di agente commerciale della società S. S.r.l., non può essere chiamato a rispondere di una violazione in materia di rifiuti, poiché il panno tecnico lavabile non ha natura di rifiuto, ma costituisce un sottoprodotto ai sensi dell'art. 184-bis T.U.A. Potrebbe considerarsi rifiuto soltanto il residuato delle operazioni di lavaggio, ma tale fase del ciclo produttivo non riguarda la condotta contestata all'A.. Il trattamento del panno tecnico - nel sistema "usa e restituisci" - non produce un rifiuto, poiché l'utilizzatore del prodotto di tale ciclo non ha la volontà di disfarsi del bene, come hanno chiarito le sentenze Arco e Palin della Corte di giustizia europea, ma rientra nel processo commerciale dopo le operazioni industriali di ripulitura. Ai sensi dell'art. 183 T.U.A., è rifiuto qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l'intenzione o l'obbligo di disfarsi, sicché è fondamentale tale direzione della volontà onde classificare un oggetto quale rifiuto. Invece, nella lettura dei giudici di merito si stravolge l'interpretazione di detta norma, poiché il panno tecnico sarebbe sempre classificabile come rifiuto, a meno che il suo trattamento sia effettuato secondo l'accordo di programma di settore, previsto dagli artt. 178 e seguenti del T.U.A. L'imputato A. - anche volendo ammettere che conoscesse la mancata adesione all'accordo di programma da parte della S. S.r.l., della quale era agente commerciale - non vendeva un rifiuto, tale potendo intendersi soltanto il residuato delle operazioni di lavaggio, che però non era una fase produttiva gestita dalla ditta S. , tant'è vero che allo stesso non è stato addebitato il risarcimento dei danni lamentati dalla parte civile comune di Dello, ovvero il luogo dove i rifiuti venivano stoccati.
  2. B) Con ulteriore motivo di impugnazione si censura che sia stata riconosciuta natura di fonte del diritto al citato accordo di programma, equiparando l'adesione a detto accordo all'autorizzazione alla gestione dei rifiuti (che invece richiede requisiti molto stringenti), con la paradossale conseguenza che per gestire ingenti quantitativi di rifiuti pericolosi sarebbe sufficiente aderire all'accordo invece che munirsi dell'autorizzazione ex art. 208 T.U.A. In ogni caso, si porrebbe un problema di coordinamento con l'art. 256 T.U.A., che indica i presupposti di illiceità della condotta di gestione dei rifiuti, senza fare alcun riferimento agli accordi di programma. In realtà, secondo il ricorrente, non è possibile considerare penalmente illecita l'attività di gestione dei prodotti disciplinati dagli accordi di programma - che non sono rifiuti - anche se tale attività viene svolta in violazione delle prescrizioni ivi contenute. Tali problematiche, dettagliatamente evidenziate nell'atto di appello, non sono state considerate dalla Corte territoriale, che ha risolto la questione con il generico argomento per cui l'attività di ritiro, lavaggio e noleggio dei panni industriali - se svolta al di fuori dell'accordo di programma ministeriale (come avrebbe fatto la S. nel periodo in contestazione) - è sottoposta alla normativa sui rifiuti.

 

 

Considerato in diritto

 

  1. Entrambi i ricorsi sono basati su motivi manifestamente infondati, oltre che reiterativi delle doglianze già esaminate e motivatamente respinte nell'impugnata sentenza, o ancora carenti di interesse. Deve premettersi che - ad eccezione delle operate riduzioni delle pene - le due sentenze di merito costituiscono una cosiddetta "doppia conforme" sui capi dell'accertamento delle rispettive responsabilità per i reati in contestazione. È noto che tale costruzione postula che il vizio di motivazione deducibile e censurabile in sede di legittimità è soltanto quello che - a presidio del devolutum - discende dalla pretermissione dell'esame di temi probatori decisivi, ritualmente indicati come motivi di appello e trascurati in quella sede (Sez. 5, n. 1927 del 20/12/2017, dep. 2018, Petrocelli, Rv. 272324; Sez. 2, n. 10758 del 29/01/2015, Giugliano, Rv. 263129; Sez. 5, n. 2916 del 13/12/2013, dep. 2014, Dall'Agnola, Rv. 257967), o anche manifestamente travisati in entrambi i gradi di giudizio (Sez. 2, n. 5336 del 09/01/2018, Rv. 272018). Al di fuori di tali ristretti binari, resta precluso il rilievo del vizio di motivazione, secondo la nuova espressione dell'art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen., nel caso di adeguata valutazione conforme nei gradi di merito del medesimo compendio probatorio. Nel caso in esame, l'esito del giudizio in entrambi i gradi è giunto al medesimo risultato, sicché l'indagine di legittimità deve limitarsi al vaglio della correttezza del procedimento sotto i profili della completezza di valutazione del compendio probatorio e dell'assenza di manifesto travisamento delle prove.

 

1.1. Con il primo motivo di impugnazione, comune ad entrambi i ricorrenti (almeno per quanto riguarda la contestazione della qualità di rifiuto), si deduce che i panni tecnici con formula "usa e restituisci" non possono essere considerati quali rifiuti, a tenore delle previsioni della normativa interna e comunitaria. L'attività della E. S.p.A. sarebbe consistita in operazioni di lavaggio dei panni tecnici per le pulizie industriali al fine di consentirne il riutilizzo nonché in operazioni di corretta gestione e recupero dei rifiuti derivanti dalle operazioni di lavaggio dei detti panni. Secondo i ricorrenti, i prodotti dell'attività di lavaggio costituivano materiale riutilizzabile con il sistema "usa e restituisci" e si differenziavano radicalmente dal rifiuto, che per definizione è ciò di cui si intende disfarsi secondo l'art. 183 T.U.A., ovvero - nella prospettazione dell'A.  - il panno tecnico lavabile non ha natura di rifiuto, ma costituisce un sottoprodotto ai sensi dell'art. 184-bis T.U.A.

 

1.2. Tali argomentazioni sono state esaminate e congruamente confutate nell'impugnata sentenza, e si deve altresì rilevare che dette tematiche sono state valutate anche nella sentenza di primo grado, sicché le due pronunce - conformi nell'esito finale ed omogenee nel percorso argomentativo - danno vita ad un unico complesso motivazionale integrato. Innanzitutto, deve rilevarsi che non è invocabile da parte della E. l'adesione all'accordo di programma di settore previsto dagli artt. 178 e seguenti del T.U.A., in quanto detta azienda ne aveva violato le prescrizioni e ne era stata esclusa con provvedimento del Comitato di vigilanza del 27 ottobre 2011. Pertanto, la gestione dell'attività relativa agli stracci per pulizie industriali era da ritenersi disciplinata dalla ordinaria normativa di settore, e dunque con rinnovato rilievo dell'assenza della necessaria autorizzazione ambientale. Ulteriore dato acquisito è che i panni imbevuti di sostanze tossiche, a prescindere dal loro riutilizzo all'esito dei corretti processi rigenerativi, producono rifiuti pericolosi derivanti dall'estrazione delle sostanze tossiche - olii e solventi - di cui si imbevono, e costituiscono essi stessi un rifiuto tossico qualora non siano sottoposti a tale trattamento. Le operazioni di lavaggio dei panni tecnici sono quindi tenute alla tracciabilità, onde verificare il corretto smaltimento delle sostanze estratte alla stregua delle previste regole tecniche. La E. non ha rispettato la tracciabilità, sia quanto ai panni gestiti, non tutti dotati del marchio indelebile, sia con riguardo ai flussi di fornitura e restituzione, che non è stato possibile ricostruire; altri rilevanti profili di violazione delle modalità di trattamento dei panni sporchi sono stati riportati nelle sentenze di merito (sopra riassunti) e rendono ragione dell'integrazione del reato di cui all'art. 260 d.lgs. n. 152 del 2006.

 

1.3. Non vi è dubbio sulla qualità di rifiuto pericoloso del panno industriale sporco ed irrecuperabile, o comunque delle sostanze nocive da esso estratte nel ciclo di recupero. Né occorreva richiamare le sentenze della Corte di giustizia europea, nei casi Arco e Palin, per giungere alla nozione di rifiuto pericoloso emergente dalla normativa di settore, interna e comunitaria. Le citate sentenze - rispettivamente della quinta sezione in data 15 giugno 2000 (Arco) e della sesta sezione in data 18 aprile 2002 (Palin) - recano la nozione di rifiuto, alla luce dell'art. 1, lett. a), della direttiva 75/442, come modificata dalla direttiva 91/56, che definisce il rifiuto come «qualsiasi sostanza od oggetto che rientri nelle categorie riportate nell'allegato I e di cui il detentore si disfi, o abbia deciso o abbia l'obbligo di disfarsi». L'art. 183, primo comma, lett. a), d.lgs. n. 152 del 2006, ha mutuato tale definizione, parimenti classificando rifiuto qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l'intenzione ovvero l'obbligo di disfarsi. Si tratta di una nozione ampia, da interpretarsi alla luce della finalità delle citate direttive, che perseguono la tutela della salute umana e dell'ambiente secondo i principi di precauzione e prevenzione (Sez. 3, n. 19206 del 16/3/2017, Costantino, Rv. 269912) contro gli effetti nocivi della raccolta, del trasporto, del trattamento, dell'ammasso e del deposito dei rifiuti, tant'è vero che gli elenchi di oggetti e sostanze classificabili come rifiuti di cui all'allegato I della direttiva rivestono mero carattere indicativo, mentre la qualificazione come rifiuto dipende soprattutto dal comportamento del detentore, a seconda che egli voglia disfarsi o meno delle sostanze in discorso.

 

1.4. Nel caso in esame, tale volontà è evidente dalle condotte degli imputati. Nonostante la rivendicazione che l'attività svolta dalla E. S.p.A. consistesse in operazioni di lavaggio dei panni tecnici per le pulizie industriali al fine di consentirne il riutilizzo, nonché in operazioni di corretta gestione e recupero dei rifiuti derivanti dalle operazioni di lavaggio dei detti panni, gli esiti delle attività investigative sono stati di segno opposto, in quanto a seguito della perquisizione della sede della E. si rinvenivano - in una generale condizione di degrado, sporcizia e abbandono - ingenti ammassi di rifiuti speciali pericolosi e non, anche miscelati tra loro, depositati in maniera incontrollata presso lo stabilimento di Dello (analiticamente riportati nella prima sentenza, alle pag. 7-8), rifiuti che non risultavano sottoposti ad alcuna lavorazione, e tantomeno costituivano «materiale pulito e destinato ad ulteriore utilizzo», tanto da escludere che si trattasse di rifiuti e rivestendo invece natura di «prodotto finale che il processo industriale si propone di produrre» (indici tratti dalle citate sentenze Arco e Palin). Inoltre, dalla documentazione sequestrata nella stessa occasione era emerso che l'E. svolgeva l'attività di impresa senza rispettare le prescrizioni previste dall'accordo di programma, ed anzi violandone le norme fondamentali (sul rilievo di tale accertamento si tornerà nel prosieguo). Pertanto, ad onta delle asserzioni del ricorrente A. quanto alla finalità di recupero dei panni industriali avviati al lavaggio e circa la corretta gestione di tale ciclo produttivo da parte della società E. , le risultanze investigative - direttamente apprezzabili come prove nel giudizio abbreviato - hanno dato un quadro opposto e correttamente valutato nelle sentenze di merito. Ne deriva l'intangibilità di tale conforme apprezzamento, data l'estraneità al giudizio di cassazione della rivalutazione delle risultanze istruttorie, rammentando altresì che, in tema di gestione di rifiuti, l'accertamento della natura di un oggetto quale rifiuto ai sensi dell'art. 183 d.lgs. n. 152 del 2006, costituisce una quaestio facti, come tale demandata al giudice di merito e insindacabile in sede di legittimità, se sorretta da motivazione esente da vizi logici o giuridici (Sez. 3, n. 25548 del 26/03/2019, Schepis, Rv. 276009). Inoltre, ai fini della qualificazione giuridica di un rifiuto come pericoloso non è necessaria la preventiva analisi da parte dell'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente (ARPA), essendo sufficiente ufficiale che il rifiuto abbia sul piano oggettivo il carattere della pericolosità (Sez. 3, n. 52838 del 14/07/2016, Serrao, Rv. 268919). L'accertamento del reato sub 1) è stato correttamente operato anche nei confronti di G. A., essendosi confermato che costui aveva intrapreso la medesima attività di noleggio dei panni tecnici per pulizie industriali attraverso la società S. S.r.l., costituita il 12 ottobre 2011, gestendola in esternalizzazione, ossia affidando il lavaggio a lavanderie non specializzate - la cui documentazione è stata rinvenuta in sede di perquisizione - nonché procedendo allo stoccaggio e allo smaltimento dei panni non riutilizzabili abbandonandoli nello stesso stabilimento della E. a Dello. Pertanto, l'imputato A. non può sgravarsi da responsabilità semplicisticamente affermando che le operazioni di lavaggio dei panni non costituivano una fase produttiva gestita dalla ditta S., in quanto la gestione del ciclo produttivo nella sua interezza faceva capo a tale impresa commerciale, che doveva avvalersi - in caso di esternalizzazione di parte del ciclo - di imprese parimenti specializzate. Invece, risulta ex actis che l'A. fosse consapevole che la società S. operava in assenza di autorizzazione nonché al di fuori dell'accordo di programma, al quale detta società all'epoca non aveva aderito, e personalmente aveva ritirato la merce ed aveva esternalizzato l'attività di lavaggio dei panni usati (impugnata sentenza, pag. 11).

 

  1. Deve ora analizzarsi la seconda censura proposta dall'A., il quale lamenta che sia stato riconosciuto il ruolo di fonte del diritto al citato accordo di programma, equiparando l'adesione a detto accordo all'autorizzazione alla gestione dei rifiuti (che invece richiede requisiti molto stringenti), con la paradossale conseguenza che per gestire ingenti quantitativi di rifiuti pericolosi sarebbe sufficiente aderire all'accordo invece che munirsi dell'autorizzazione ex art. 208 T.U.A. 2.1. Va rilevato che è escluso l'interesse del ricorrente ad avanzare tale censura, in quanto è stato appurato che nel periodo del suo accertato concorso nel reato ex art. 260 d.lgs. n. 152 del 2006 - sino al maggio 2013 - la società S. non risultava aderente all'accordo di programma, nel quale aveva fatto ingresso soltanto il 2 dicembre 2013 (v. sentenza di primo grado, pag. 20), né risultava munita dell'autorizzazione ex art. 208 T.U.A., sicché aveva senz'altro operato in assenza di qualsivoglia titolo abilitativo. Ed altrettanto certa era la consapevolezza di tale condizione di illegalità da parte del ricorrente A..

 

 

2.2. In termini generali, deve osservarsi che gli accordi di programma sono stati espressamente previsti e regolamentati dall'art. 181 d.lgs. citato, che al settimo comma stabilisce: «Nel rispetto di quanto previsto ai commi 4, 5 e 6 del presente articolo, i soggetti economici interessati o le associazioni di categoria rappresentative dei settori interessati, anche con riferimento ad interi settori economici e produttivi, possono stipulare con il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio, di concerto con il Ministro delle attività produttive e sentito il parere del Consiglio economico e sociale per le politiche ambientali (CESPA), appositi accordi di programma ai sensi del comma 4 e dell'articolo 206 per definire i metodi di recupero dei rifiuti destinati all'ottenimento di materie prime secondarie, di combustibili o di prodotti. Gli accordi fissano le modalità e gli adempimenti amministrativi per la raccolta, per la messa in riserva, per il trasporto dei rifiuti, per la loro commercializzazione, anche tramite il mercato telematico, con particolare riferimento a quello del recupero realizzato dalle Camere di commercio, e per i controlli delle caratteristiche e i relativi metodi di prova; i medesimi accordi fissano altresì le caratteristiche delle materie prime secondarie, dei combustibili o dei prodotti ottenuti, nonché le modalità per assicurare in ogni caso la loro tracciabilità fino all'ingresso nell'impianto di effettivo impiego». Di seguito, il nono comma prevede: «Gli accordi di cui al comma 7 devono contenere inoltre, per ciascun tipo di attività, le norme generali che fissano i tipi e le quantità di rifiuti e le condizioni alle quali l'attività di recupero dei rifiuti è dispensata dall'autorizzazione, nel rispetto delle condizioni fissate dall'articolo 178, comma 2» Tali disposizioni disciplinano gli accordi di programma e la loro efficacia "sostitutiva" dell'autorizzazione, sempreché se ne osservino le norme generali e le condizioni alle quali in detti accordi è subordinata l'attività di recupero dei rifiuti. E in tali termini normativamente stabiliti deve riguardarsi la valenza dell'accordo di programma (profilo che il ricorrente impropriamente indica come "fonte del diritto"). Non avendo la S. operato, nel torno di tempo riguardante il concorso nel reato dell'A., né in regime autorizzatorio né in base all'accordo di programma, si ribadisce la carenza di interesse a sollevare la censura in esame, la quale è inammissibile anche per altro profilo, e segnatamente per non avere il ricorrente specificato "tutta la serie di problematiche" che si rivendicano come sollevate e non considerate dai giudici di appello sulla natura giuridica dell'accordo di programma.

 

  1. L'ultimo motivo di impugnazione, riguardante il solo A., attiene al delitto ex art. 434 cod. pen., per il quale si lamenta non essere stato specificato il contributo reso dal ricorrente alla causazione del disastro ambientale. Invero, l'asserito disastro era iniziato nel 2009 e poi si era conclamato nell'aprile 2010, mentre la carica di amministratore unico della E. S.p.A. era stata ricoperta dall'A. dal 14 settembre 2011 al 22 novembre 2011.

 

 

3.1. La Corte territoriale ed il primo giudice hanno concordato sulla piena sussistenza del delitto di disastro con le caratteristiche tipiche della fattispecie legale - da ravvisarsi nella potenza espansiva del nocumento e nella sua attitudine ad esporre a pericolo la pubblica incolumità - esaustivamente indicando, quanto alla posizione dell'A., le condotte a lui imputabili a tale titolo. La contestazione di disastro ambientale era derivata dall'inquinamento da tricloroetilene e tetracloroetilene, attestata alla data del 7 aprile 2010 a valle dell'insediamento produttivo della E., con concentrazione di tali sostanze inquinanti in misura di 10.116 microgrammi per litro (superiore di oltre 1.000 volte rispetto alla concentrazione massima prevista dalla legge per le acque sotterranee e potabili). Oltre due anni dopo, i risultati del campionamento delle acque effettuato nel maggio 2012 confermavano la presenza di un inquinamento idrico a causa di solventi con valori sempre elevati, molto superiori ai limiti previsti per le acque sotterranee alla stregua del d.lgs. n. 152 del 2006 e del d.lgs. n. 31 del 2001 per le acque potabili, per tutti i pozzi captanti la prima falda a valle del sito E. e in un territorio molto esteso, ricomprendente la maggior parte del centro abitato di Quinzanello, con valori superiori anche di dieci volte rispetto ai limiti sanitari, e con conseguente pericolo per la salute pubblica. Con nota del 2 agosto 2011, l'ARPA aveva segnalato che la E. non stava conducendo la bonifica dei terreni contaminati né aveva trasmesso la relazione finale degli esiti della caratterizzazione, nonostante le analisi delle acque dei piezometri a monte della vasca presentassero valori di tetracloroetilene ancora più elevati, il che stava ad indicare che la vasca non costituiva l'unica fonte di contaminazione all'interno del sito produttivo. L'assoluta identità degli inquinanti rinvenuti nelle acque sotterranee con quelli utilizzati nel ciclo produttivo della E. era prova della riconducibilità dell'inquinamento della falda freatica alla condotta dei responsabili della E.. I giudici hanno rilevato che non soltanto gli imputati non avevano contestato le conclusioni al riguardo degli organi accertatori, dando attuazione, almeno nella fase iniziale, alle prescrizioni loro imposte dall'autorità amministrativa, ma non avevano contestato tali risultanze neppure durante il processo. Si è concluso che l'inquinamento era stato frutto di un comportamento doloso dei responsabili della E.. In particolare, i residui di lavaggio erano stati immessi direttamente nelle acque superficiali attraverso una tubazione a perdere proveniente dall'interno dell'opificio, come era emerso durante la perquisizione della sede aziendale, nell'ottobre 2011, e quindi durante il mandato amministrativo dell'A.. E la pervicacia dei responsabili della E. trovava conferma nel dato che, anche dopo l'instaurazione del procedimento, gli imputati non avevano ottemperato alle prescrizioni delle autorità in funzione della bonifica dell'area e della prevenzione da ulteriori contaminazioni, ma avevano aggravato il danno utilizzando il sito dismesso dell'azienda come deposito incontrollato di rifiuti pericolosi, accogliendovi anche quelli prodotti dall'analoga attività svolta dalla "nuova" società S.. Si è già illustrato nella parte motiva, che detto reato è stato ritenuto riferibile anche a F. A., il quale aveva continuato ad operare fino al 22 novembre 2011 - quando la S. aveva affittato il ramo di azienda dedicato al noleggio dei panni tecnici - senza mai compilare i registri di carico e scarico delle soluzioni alogenate; aveva mantenuto e continuato ad utilizzare il tubo che consentiva lo scarico diretto degli inquinanti nelle acque superficiali; aveva continuato ad utilizzare il sito aziendale dismesso anche nel corso del 2012 come deposito incontrollato di rifiuti pericolosi. E il tutto ha fatto con condotta pienamente consapevole, senza ottemperare alle prescrizioni dell'autorità pur in costanza del procedimento penale ed amministrativo, e in particolare senza approntare le barriere idrauliche che avrebbero consentito di pompare e depurare le acque sotterranee, contrastando l'estendersi della contaminazione della falda attraverso la cosiddetta «messa in sicurezza di emergenza» (MISE).

 

 

3.2. Da tale rassegna, risulta smentito il rilievo che al ricorrente A. non siano state attribuite condotte specifiche concorrenti alla perpetuazione del disastro e dei suoi effetti dannosi, e risulta altresì smentito che le analisi dell'ARPA avessero evidenziato un miglioramento della situazione ambientale, quando invece avevano segnalato valori di inquinanti ancora più elevati. Rileva la Corte territoriale (pag. 23 - 24) che l'A., invece di porre in essere le doverose cautele per contrastare la perdurante situazione di inquinamento, ha consapevolmente omesso ogni necessario provvedimento, in specie non rimettendo in funzione la barriera MISE che il tecnico del comune di Dello aveva rinvenuto disattivata nel dicembre 2011. Al riguardo l'A. aveva dichiarato che si trattava di una temporanea interruzione dell'energia elettrica determinata dalla necessità di smantellare alcuni macchinari, mentre nei successivi sopralluoghi si era constatata la perdurante inattività del congegno, finché nel febbraio 2012 la E. aveva formalmente comunicato al Comune di avere asportato le attrezzature di pompaggio e trattamento dell'acqua di falda, in quanto asseritamente inutilizzabili, e di non essere in grado di adempiere alle prescrizioni. Che si trattasse di un adempimento necessario e in qualche modo risolutivo era dimostrato dal fatto che la riattivazione della barriera MISE, effettuata nel 2013 ad opera e spese del comune di Dello, aveva determinato un significativo ridimensionamento dei valori degli inquinanti. Ancora, è stato addebitato specificamente all'A. il perpetuarsi dell'infiltrazione nel terreno dei rifiuti depositati nelle vasche di calcestruzzo a cielo aperto, con tracimazione dei liquami e delle morchie ivi stagnanti a seguito delle precipitazioni meteoriche; infine, nell'informativa del 23 gennaio 2012, l'ARPA aveva denunciato le modalità scorrette con cui erano state condotte le operazioni di dismissione dell'impianto industriale al fine di fare apparire terminata l'attività a seguito dei controlli di polizia giudiziaria, cagionando il pericolo di diffusione e peggioramento dell'inquinamento della falda. Trattasi di inadempimenti e attività che ancora una volta dovevano riferirsi all'ultimo amministratore A., al quale competeva curare nel rispetto delle prescrizioni l'ultima parte di vita della società E., senza possibilità di schermarsi dietro il rilievo della decozione aziendale o della mancanza di liquidità. Anche l'ultimo motivo di ricorso è dunque inammissibile, per manifesta infondatezza.

 

  1. In conclusione, entrambi i ricorsi sono inammissibili, con conseguente condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di ciascuno al versamento della somma di euro tremila alla cassa delle ammende, ai sensi dell'art. 616 cod. proc. pen., non risultando cause di esenzione a tenore della sentenza della Corte Costituzionale n. 186/2000. I ricorrenti sono altresì tenuti alla rifusione delle spese sostenute dalle parti civili costituite, comune di Dello e A.N.P.A.N.A., per quest'ultima, ammessa al patrocinio a spese dello Stato, nella misura che sarà liquidata dalla Corte di appello di Brescia con separato decreto di pagamento, ai sensi degli artt. 82 e 83 DPR n. 115 del 2002.

 

 

(Omissis)

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