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La mera inosservanza delle prescrizioni è sufficiente ad integrare una gestione illecita?

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 17/11/2017
n. 52608

La contravvenzione di inosservanza delle prescrizioni contenute o richiamate nelle autorizzazioni, sanzionata dall’art. 256, comma 4, del D.L.vo 152/2006, consegue alla mera violazione delle prescrizioni imposte per l'attività autorizzata di gestione di rifiuti. Tale natura di reato formale e di pericolo fa sì che al fine della sua configurabilità non sono richiesti elementi ulteriori alla predetta violazione: non importa, cioè, che la condotta sia anche idonea a ledere in concreto il bene giuridico tutelato dalla fattispecie incriminatrice, essendo questa valutazione già operata a monte dal legislatore, in nome di una più pregnante esigenza di tutela del bene giuridico “ambiente”.


Leggi la sentenza

Ritenuto in fatto

 

1. Con sentenza in data 13 aprile 2016, il Tribunale di Verona ha dichiarato l'imputato B.B. non punibile per la particolare tenuità del fatto, ai sensi dell'art. 131-bis cod.pen., in ordine al reato di cui all'art. 29- quattordecies comma 2 d.lgs n. 152 del 2006 perché, quale legale rappresentante della B. spa, violava le prescrizione dell'autorizzazione ambientale integrata non ottemperando al tempestivo aggiornamento del registro di carico e scarico dei rifiuti secondo quanto previsto dall'autorizzazione n. 5094/10, Fatto accertato il 13/04/2012.

2. Avverso la sentenza ha presentato ricorso l'imputato, a mezzo del difensore di fiducia, e ne ha chiesto l'annullamento, deducendo, con un unico articolato motivo di ricorso, la violazione di legge penale in relazione all'erronea applicazione dell'art. 29- quattordecies comma 2 d.lgs n. 152 del 2006 e art. 49 cod.pen. e il vizio di motivazione della sentenza di proscioglimento per particolare tenuità del fatto e la sussistenza della buona fede.

Argomenta il ricorrente che in presenza di una inottemperanza alle prescrizioni dell'autorizzazione ambientale integrata, consistite nella incompleta tenuta del registro dei rifiuti in due sole occasione e tenuto conto della presenza della documentazione, conservata in azienda, che consentiva, comunque, di ricostruire il movimento dei rifiuti, la condotta sarebbe inoffensiva ai sensi dell'art. 49 cod.pen., non avendo attitudine a ledere il bene giuridico protetto dalla norma. Di poi, la motivazione sarebbe apparente in relazione all'elemento soggettivo del reato essendo, al contrario, provata la buona fede dell'imputato dimostrata dalla presenza in azienda di tutti i formulari.

3. In udienza, il Procuratore generale ha chiesto che il ricorso sia dichiarato inammissibile.

 

Considerato in diritto

 

4. Il ricorso è inammissibile per le ragioni di seguito esposte.

Dalla lettura della sentenza impugnata, che riporta le conclusioni rassegnate nel verbale d'udienza, risulta che il Pubblico Ministero aveva chiesto l'applicazione della speciale causa di non punibilità, ex art. 131-bis cod.pen., e che il difensore dell'imputato aveva aderito alla richiesta.

Ora l'imputato solleva questioni sull'affermazione della responsabilità, di cui ne contesta finanche la stessa sussistenza del reato per mancanza di offesa, ex art. 49 cod.pen., che il Tribunale ha ritenuto sussistente sulla scorta degli atti delle indagini, acquisiti ex art. 493 comma 3 cod.proc.pen., su accordo delle parti, dopo aver aderito alla richiesta di applicazione della speciale causa di non punibilità ex art. 131-bis cod.pen. in via esclusiva senza formulazione di istanze di proscioglimento nel merito.

Ritiene il Collegio che, ora, il ricorrente non possa più sollevare questioni sulla responsabilità penale che non aveva sollevato davanti al Tribunale, per aver aderito alla richiesta di applicazione della speciale causa di non punibilità ex art. 131-bis cod.pen. che, come è noto, presuppone che il Giudice abbia accertato, sulla scorta del compendio probatorio, l'esistenza del reato, nella sue componenti oggettive e soggettive e l'attribuibilità all'imputato, a cui segue la valutazione della sussistenza della causa di non punibilità.

Questa Corte ha già affermato che la particolare tenuità del fatto costituisce una causa di non punibilità atipica per gli effetti negativi che produce per l'imputato, quali la possibile rilevanza nei giudizi civili ed amministrativi ed, ancora, l'iscrizione del provvedimento nel casellario giudiziale, e la sua applicazione presuppone, l'accertamento della responsabilità penale ossia l'accertamento dell'esistenza del reato e della sua attribuibilità all'imputato (Sez. 3, n. 21014 del 07/05/2015, Fregolent, non mass.). Ciò spiega, tra l'altro, la ragione per la quale la declaratoria di estinzione del reato per prescrizione prevale sull'esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, di cui all'art. 131-bis cod. pen., sia perché diverse sono le conseguenze che scaturiscono dai due istituti, sia perché il primo di essi estingue il reato, mentre il secondo lascia inalterato l'illecito penale nella sua materialità storica e giuridica (Sez. 3, n. 27055 del 26/05/2015, P.C. in proc. Sorbara, Rv. 263885).

Tutto ciò comporta che laddove il giudice abbia correttamente valutato la responsabilità penale dell'imputato prima dell'applicazione della causa di non punibilità, ex art. 131-bis cod.pen., questa non possa essere rimessa in discussione dopo l'adesione dell'imputato all'applicazione «secca» dell'art. 131- bis cod.pen.

5. Ciò è avvenuto nel caso in scrutinio nel quale si rinviene nel provvedimento impugnato congrua e corretta motivazione alla luce dello ius receptum, a cui si è attenuto il Tribunale di Verona, secondo cui la contravvenzione di inosservanza delle prescrizioni contenute o richiamate nelle autorizzazioni (art. 256, comma quarto, D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152) è reato formale di pericolo, il quale si configura in caso di violazione delle prescrizioni imposte per l'attività autorizzata di gestione di rifiuti, non essendo richiesto che la condotta sia anche idonea a ledere in concreto il bene giuridico tutelato dalla fattispecie incriminatrice (Sez. 3, n.6256 del 02/02/2011, Mariottini, Rv. 249577), essendo questa valutazione già operata dal legislatore, sicchè all'imputato è, ora, precluso sollevare questioni attinenti all'affermazione della responsabilità.

6. Deve, pertanto, affermarsi il principio di diritto secondo cui all'imputato che ha aderito alla richiesta di applicazione della speciale causa di non punibilità ex art. 131-bis cod.pen. è precluso sollevare questioni in merito all'affermazione della responsabilità.

7. Infine l'inammissibilità del ricorso per cassazione non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e, pertanto, preclude la possibilità di dichiarare le cause di non punibilità di cui all'art. 129 cod. proc. pen., ivi compresa la prescrizione intervenuta nelle more del procedimento di legittimità al 13 aprile 2017, dopo la pronuncia impugnata (Sez. 2, n. 28848 dell' 08/05/2013, Ciaffoni, Rv. 256463).

8. Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile e il ricorrente deve essere condannata al pagamento delle spese processuali ai sensi dell'art. 616 cod.proc.pen. Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte costituzionale in data del 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza "versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità", si dispone che il ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di euro 2000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

[omissis]

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