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Qual è la corretta definizione di deposito temporaneo?

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cassazione Penale sez. III
Data: 24/06/2021
n. 24656

La definizione di deposito temporaneo (di cui all’art. 183, comma 1, lettera bb), Dlgs. 152/2006) non si differenzia, in modo sostanziale, da quella attualmente vigente introdotta dal Dlgs. 116/2020, secondo cui il deposito temporaneo è il raggruppamento dei rifiuti e il deposito preliminare alla raccolta ai fini del trasporto di detti rifiuti in un impianto di trattamento, effettuati, prima della raccolta, nel luogo in cui gli stessi sono prodotti, da intendersi quale l’intera area in cui si svolge l’attività che ha determinato la produzione dei rifiuti, ad alcune condizione, tra cui il tempo limitato e l’effettuazione per categorie omogenee di rifiuti e nel rispetto delle relative norme tecniche.  (Nella fattispecie difettavano tutte le suddette condizioni richieste, trattandosi di un raggruppamento - frutto di un accumulo protrattosi lungo un arco temporale molto significativo - di rifiuti di varia natura, rinvenuti in modo sparso nella proprietà dell'indagato, non prodotti nel sito in cui sono stati repertati, non giustificati da alcune attività lecita, non destinati allo smaltimento né imballati od etichettati a tal fine).  


Leggi la sentenza

Ritenuto in fatto

 

  1. Con ordinanza del 12 novembre 2020, il Tribunale di (omissis), in accoglimento dell'appello cautelare proposto dal pubblico ministero, ha riformato l'ordinanza del GIP del Tribunale di (omissis), del 17 settembre 2020, con la quale era stata rigettata la richiesta di sequestro preventivo di un'area dell'isola di (omissis), sulla quale - secondo l'ipotesi accusatoria - si era realizzata una discarica abusiva (art. 256, comma 3, del d.lgs. n. 256 del 2006, accertato il 15 settembre 2020). Il Tribunale ha disposto il sequestro dell'area, ritenendo configurabili gli indizi del reato contestato anziché la presenza di un semplice deposito temporaneo dei rifiuti.

 

  1. Avverso l'ordinanza gli imputati hanno proposto, tramite il difensore e con unico atto, ricorsi per cassazione, lamentando, con unico motivo di doglianza, l'erronea applicazione dell'art. 256, commi 1, 2 e 3, del d.lgs. n. 256 del 2006, nonché dell'art. 321 cod. proc. pen., sul rilievo che un ulteriore approfondimento avrebbe consentito al giudice di configurare la fattispecie di deposito temporaneo di rifiuti, piuttosto che quella di discarica non autorizzata, in considerazione della occasionalità della condotta, della mera temporaneità dell'accumulo dei materiali, del mancato accertamento circa le possibili operazioni di demolizione edilizia che avrebbero interessato l'area sequestrata e giustificato la produzione di materiale di scarto, del mancato degrado dell'area interessata.

 

Considerato in diritto

 

  1. Il ricorso è inammissibile.

 

3.1. Deve innanzi tutto ricordarsi che, in tema di provvedimenti cautelari reali, il ricorso per cassazione è consentito solo per violazione di legge ex art. 325 cod. proc. pen., e che tale vizio ricomprende, secondo l'insegnamento delle Sezioni Unite di questa Corte, sia gli errores in iudicando o in procedendo, sia quei vizi della motivazione così radicali da rendere l'apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento o del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidoneo a rendere comprensibile l'itinerario logico seguito dal giudice (Sez. U. n. 25932 del 29/05/2008, Rv. 239692). E nello specificare tale presupposto si è chiarito che il ricorso per cassazione contro ordinanze emesse in materia di sequestro preventivo, pur consentito solo per violazione di legge, è ammissibile quando la motivazione del provvedimento impugnato sia del tutto assente o meramente apparente, perché sprovvista dei requisiti minimi per rendere comprensibile la vicenda contestata e l'iter logico seguito dal giudice nel provvedimento impugnato (Sez. 6, n. 6589 del 10/01/2013, Rv. 254893).

Nel caso di specie, sebbene il ricorso sia formalmente proposto per violazione di legge, in realtà contiene censure che si riferiscono al percorso motivazionale dell'ordinanza impugnata sotto il profilo valutativo del fatto.

Deve pertanto essere escluso che, a fronte dell'approfondita ricostruzione fattuale e motivazione del Tribunale del riesame, in sede di ricorso per cessazione possa essere proposta una rivisitazione da parte della difesa circa la motivazione del provvedimento impugnato.

Un siffatto tentativo ricostruttivo è, in ogni caso, inammissibile perché il giudice ha correttamente e congruamente motivato le ragioni a sostegno della qualificazione del delitto di discarica abusiva.

 

3.2. Dirimente, a tal proposito, è la considerazione del «deposito temporaneo», secondo la definizione dell'art. 183, comma 1, lettera bb), applicabile ratione temporis - che non si differenzia in modo sostanziale, per quanto qui rileva, da quella attualmente vigente, introdotta dal d.lgs. n. 116 del 2020 - secondo cui il deposito temporaneo è il raggruppamento dei rifiuti e il deposito preliminare alla raccolta ai fini del trasporto di detti rifiuti in un impianto di trattamento, effettuati, prima della raccolta, nel luogo in cui gli stessi sono prodotti, da intendersi quale l'intera area in cui si svolge l'attività che ha determinato la produzione dei rifiuti, ad alcune condizioni, tra cui il tempo limitato e l'effettuazione per categorie omogenee di rifiuti e nel rispetto delle relative norme tecniche.

Sul punto, il Tribunale del riesame ha agevolmente evidenziato come, nel caso di specie, difettino tutte le suddette condizioni normativamente richieste, trattandosi di un raggruppamento - frutto di un accumulo protrattosi lungo un arco temporale molto significativo - di rifiuti di varia natura, rinvenuti in modo sparso nella proprietà dell'indagato (omissis), non prodotti nel sito in cui sono stati repertati, non giustificati da alcune attività lecita, non destinati allo smaltimento né imballati od etichettati a tal fine.

Pertanto, la generica ricostruzione alternativa prospettata dalla difesa non prende in esame i requisiti richiesti dalla legge, risultando il frutto di mere asserzioni smentite dagli atti della causa.

 

  1. Per tali motivi, i ricorsi devono essere dichiarati inammissibili.

Tenuto conto della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che "la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità", alla declaratoria dell'inammissibilità medesima consegue, a norma dell'art. 616 cod. proc. pen., l'onere delle spese del procedimento nonché quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in euro 3.000,00.

 

(Omissis..)

 

 

 

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