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Abbandono rifiuti: chi deve adempiere agli obblighi di rimozione, recupero, smaltimento e ripristino?

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 24/01/2022
n. 2518

Il reato di abbandono dei rifiuti obbliga colui che lo ha commesso a provvedere alla rimozione, all’avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi ai sensi dell’art. 192, comma 3, del D. Lgs. 152/2006. Inoltre, se tale reato risulta imputabile a titolo di dolo o colpa al proprietario e/o ai titolari di diritti reali o personali di godimento sull’area, questi sono obbligati in solido con l’autore materiale dell’abbandono.


Leggi la sentenza

Ritenuto in fatto

  1. Con sentenza del 14/01/2021, la Corte di appello di (omissis), in parziale riforma della sentenza del 23/07/2018 del Tribunale di (omissis) - che aveva dichiarato il ricorrente responsabile dei reati di abbandono deposito incontrollato di rifiuti (capo a) e omessa bonifica (capo b) con condanna alla pena ritenuta di giustizia - dichiarava non diversi procedere in ordine al reato di cui al capo a) perché estinto per prescrizione e rideterminava la pena per il residuo reato in mesi tre di arresto.
  2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione (omissis), a mezzo del difensore di fiducia, chiedendone l'annullamento ed articolando un unico motivo, con il quale deduce erronea applicazione degli artt. 192 e 255, comma 3, d.lgs 152/2006, lamentando che in relazione al reato di cui al capo b) la Corte di appello non aveva verificato i presupposti di fatto e di diritto dell'atto amministrativo presupposto alla consumazione della contravvenzione; con l'atto di appello si era contestata la sussistenza del reato di abbandono di rifiuti da parte del ricorrente e l'assenza di motivazione del provvedimento; inoltre, il proprietario dell'area poteva essere ritenuto responsabile della contravvenzione di abbandono di rifiuti solo se avesse posto la condotta tipica o fornito un apporto morale o materiale all'autore del reato.
  3. La difesa del ricorrente ha chiesto, a norma dell'art. 23, comma 8, d.I n. 137 del 2020, conv. in I. n. 176/2020, la trattazione orale del ricorso.

 

Considerato in diritto

  1. Il ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza del motivo proposto.
  2. Il ricorrente è stato dichiarato responsabile, quale legale rappresentante della "(omissis), del reato di illecito abbandono di rifiuti di cui all'art. 256, comma 1, lett. a) d.lgs 152/2006, contestato al capo a) dell'imputazione e, quale responsabile dell'abbandono, anche del reato di mancata ottemperanza all'ordine sindacale di rimozione dei rifiuti, di cui all' art. 255, comma 3, digs. 3 aprile 2006, n. 152, contestato al capo b), come riqualificato. Quanto al reato di cui al capo a), la Corte ha precisato che l'imputato era responsabile del reato quale titolare dell'attività imprenditoriale della "(omissis) - alla quale era direttamente riconducibile il materiale di rifiuto rinvenuto dal Corpo forestale dello Stato- e, quanto al capo b) che la ascrivibilità della condotta illecita di abbandono all'imputato ne definiva la qualifica soggettiva ai fini dell'ottemperanza dell'ordinanza sindacale (essendosi evidenziato nel copro del provvedimento non solo che lo (omissis) era proprietario dell'area ma anche titolare dell'impresa che la utilizzava) e che la contestazione in ordine alla legittimità di tale ordinanza, mai impugnata nelle sedi competenti, era del tutto assertiva .
  3. La motivazione è adeguata e priva di vizi logici e conforme ai principi affermati da questa Corte in subiecta materia. Si è affermato, infatti, che l'abbandono dei rifiuti obbliga chiunque contravvenga al divieto a provvedere alla rimozione, all'avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi. Obbligati in solido sono anche il proprietario ed i titolari di diritti reali o personali di godimento sull'area, ai quali la violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa. I soggetti destinatari dell'ordinanza sindacale sono obbligati in quanto tali e, in caso di inosservanza del provvedimento, ne subiscono, per ciò solo, le conseguenze se non hanno provveduto ad impugnare l'ordinanza sindacale per ottenerne l'annullamento o non forniscono al giudice penale dati significativi valutabili ai fini di una eventuale disapplicazione del provvedimento impositivo dell'obbligo (Sez.3,n. 39430 del 12/06/2018, Rv. 273840 - 02).
  4. Consegue, pertanto, la declaratoria di inammissibilità del ricorso, dandosi atto che tale declaratoria non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non punibilità a norma dell'art. 129 cod.proc.pen., ivi compresa la prescrizione (Sez. U n. 21 del 11 novembre 1994, dep.11 febbraio 1995, Cresci; Sez. U n. 11493 del 3 novembre 1998, Verga; Sez. U n. 23428 del 22 giugno 2005, Bracale; Sez U n. 12602 del 17.12.2015, dep. 25.3.2016, Ricci).
  5. Essendo il ricorso inammissibile e, a norma dell'art. 616 cod. proc. pen, non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13.6.2000), alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue anche quella al pagamento della sanzione pecuniaria nella misura indicata in dispositivo.

 

(Omissis..)

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