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Attività di gestione rifiuti non autorizzata ed esclusione della punibilità.

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 19/06/2019
n. 27278

L’esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto (ai sensi dell’art. 131-bis del codice penale), nei casi di gestione non autorizzata di rifiuti, può configurarsi quando sia accertata la non abitualità del comportamento illecito del soggetto agente e quando tale condotta determini un’offesa particolarmente lieve al bene tutelato.


Leggi la sentenza

Ritenuto in fatto

 

Il Tribunale di Asti, con sentenza del 29 marzo 2018, emessa nei confronti di B.G.D.e di P. V. V., imputati del reato di cui all'art. 256 comma 1, lettera a), del digs n. 152 del 2006, per avere svolto attività di raccolta e trasporto di rifiuti ferrosi e non, in assenza delle prescritte autorizzazioni, ha dichiarato i medesimi non punibili, ai sensi dell'art. 131-bis cod. pen., stante la particolare tenuità del fatto.

 

Avverso la predetta sentenza ha interposto ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Asti, contestando la legittimità della sentenza del Tribunale astigiano, osservando che la condotta contestata agli imputati, secondo la giurisprudenza più recente, per essere caratterizzata dalla rilevanza penale deve essere connotata, in quanto si tratta di un'"attività", dal requisito della pluralità delle condotte, le quali, lungi dal dare luogo ad una pluralità di reati, costituiscono un'unica azione penalmente rilevante, ancorché formata da più atti, destinata a svolgersi in un certo lasso di tempo.

 

Ha, pertanto, osservato, il ricorrente che o la condotta ascritta ai prevenuti si segnala per la sua assoluta occasionalità, ed allora la stessa non ha rilevanza penale alcuna, esulando dallo stesso modello sostanziale dell'art. 131-bis cod. pen., ovvero essa va ad inquadrarsi in una attività, composta da una pluralità di atti, sicché alla stessa risulterebbe inapplicabile l'ipotesi di non punibilità del fatto ex art. 131-bis cod. pen, atteso che la norma in discorso non può riguardare reati la cui struttura consta di una pluralità di condotte.

 

Considerato in diritto

 

Il ricorso proposto è infondato.

 

Osserva il Collegio che l'atto impugnatorio formulata dalla autorità inquirente astigiana - essendo in esso considerato come dato ermeneuticamente acquisto che, alla luce della più recente giurisprudenza di questa Corte, l'integrazione del reato contestato agli attuali ricorrenti comporti, essendo la condotta prevista nella disposizione precettiva descritta in termini di "attività", che detta condotta si articoli non in un unico atto del tutto occasionale, ma presenti, si direbbe sul suo sfondo, una altra serie di condotte prodrorniche tali da costituire quel sostrato materiale che distingue un "atto" da una "attività" (a tale proposito il ricorrente richiama, infatti, una assai completa sentenza di questa Corte: Corte di cassazione, Sezione III penale, 11 febbraio 2016, n. 5716) - si fonda essenzialmente su una argomentazione di carattere alternativo.

 

In esso si sostiene, infatti che, essendo stato ritenuto che la condotta dei due prevenuti sia stata caratterizzata dalla assoluta occasionalità, cioè dalla sua unicità fenomenica, questa non sarebbe stata qualificabile in termini di "attività" e, pertanto, che la medesima sarebbe stata sotto il profilo della rilevanza penale non significativa, in quanto non sarebbe stato neppure integrato l'elemento oggettivo del reato.

 

A tale tesi se ne contrappone dialetticamente un'altra secondo la quale, invece (e si tratta del secondo corno del dilemma che il ricorrente si pone, ritenendo chiaramente, peraltro, essere questo il profilo problematico da condividere onde pervenire all'accoglimento della impugnazione, circostanza questa che, sciogliendo la apparente perplessità di fondo del ricorso, ne consente la ammissibilità), la condotta ascritta ai due imputati, poi dichiarati non punibili ai sensi dell'art.131-bis cod. pen., avrebbe presentato, al di là della circostanza che l'imputazione mossa a carico dei medesimi ha dato conto di un solo episodio di trasporto di rifiuti, quelle caratteristiche di articolazione comportamentale, che avrebbero reso palese nel fatto materialmente rilevato la esistenza di quel molteplice sostrato di condotte materiali idoneo a permettere la rilevazione della esistenza una "attività" (intesa come pluralità organizzata di atti) nella quale la condotta contravvenzionale materialmente contestata si sia ascritta come suo momento intermedio e conseguente ..

 

Ma allora, conclude il ricorrente, avrebbe errato il Tribunale nel ritenere applicabile alla fattispecie la condizione delle esclusione della punibilità dettata dall'art. 131-bis cod. pen., atteso che questa norma non è pertinente nelle ipotesi in cui l'elemento materiale del reato sia, per richiamare testualmente il tenore dell'atto impugnatorio, "integrato da una condotta latu (sic!) sensu ripetitiva".

Una tale argomentazione, dovendosi intendere che questa costituisca il reale oggetto della impugnazione proposta dalla Procura della Repubblica astigiana, non è però condivisibile.

 

Il Tribunale di Asti ha affermato la non punibilità dei prevenuti sulla base dei seguenti elementi: la condotta tenuta dagli imputati è stata occasionale, trattandosi di un unico episodio che ha avuto ad oggetto il trasporto di una modesta quantità di rifiuti, costituiti da rottami di ferro, attuato per altro con mezzi rudimentali; ciò - tenuto, altresì, conto del contegno collaborativo serbato dagli imputati - ha indotto il giudice a ritenere di "minima intensità" l'offesa arrecata da costoro all'interesse protetto dalla norma incriminatrice, e pertanto gli stessi meritevoli della non punibilità ex art. 131-bis cod. pen., essendo adeguata forma di sanzione l'annotazione della sentenza nel casellario giudiziale e la stessa avvenuta sottoposizione a giudizio penale.

Tanto considerato, ritiene la Corte che, al di là di una qualche superficialità argomentativa presente nella motivazione della sentenza impugnata (evidenziabile, ad esempio, nell'avvenuta considerazione quale, elemento significativo ai fini della ritenuta applicabilità della speciale ipotesi di non punibilità, del comportamento collaborativo dei prevenuti - dovendo ritenersi che si voglia alludere al comportamento processuale dei medesimi - fattore che, costituendo per definizione un post factum, non dovrebbe invece essere significativo in ordine alla qualificazione o meno della offesa arrecata al bene interesse tutelato come di speciale tenuità, posto che, essendo la indagine che deve svolgere il giudice del merito finalizzata esclusivamente alla verifica della particolare tenuità della offesa arrecata all'interesse protetto dalla norma violata con la condotta tenuta dall'agente, oggetto di indagine debbono essere solo gli elementi indicati nel primo comma dell'art. 133 cod. pen. aventi una struttura oggettiva, fra i quali non vi è né la condotta tenuta dal reo successivamente alla commissione dell'illecito - cfr. sul punto Corte di cassazione, Sezioni unite penali, 6 aprile 2016, n. 13681 - né vi è l'eventuale presenza di precedenti pregiudizi penali gravanti sul medesimo - cfr. sul punto: Corte di cassazione, Sezione III penale, 29 luglio 2017, n. 35757), il Tribunale non abbia errato, sotto il profilo della applicazione normativa, nel ritenere configurabile, quanto alla ipotesi in questione, la particolare figura di non punibilità di cui al più volte citato art. 131-bis cod. pen.

Infatti, sebbene sia indubitabile che ai fini della integrazione del reato de quo non sia sufficiente una sola e sporadica condotta concernente, per rimanere nella ipotesi espressamente contestata ai prevenuti, la raccolta ed il trasporto dei rifiuti, ritiene tuttavia il Collegio che la applicazione della causa di non punibilità non possa dirsi esclusa in quanto, ai fini della integrazione del reato, sarebbe necessaria quella abitualità del comportamento che, appunto, è condizione ostativa all’applicazione della disposizione contenuta nell'art.131-bis cod. pen.

 

Infatti, per come è stato perspicuamente osservato da questa Corte nella citata sentenza n. 5716 del 2016, la natura non occasionale della condotta sanzionabile può essere desunta dalla esistenza di taluni indici sintomatici dai quali sia possibile desumere, attraverso un plausibile procedimento di inferenza logica, la esistenza di un minimum di organizzazione che escluda la natura solipsistica della condotta (e sono stati a tale proposito evocati quali indici sintomatici l'entità e la tipologia dei rifiuti trasportati o depositati, fattori questi che potrebbero avere richiesto una preventiva attività di cernita a di ricerca; l'utilizzo di un veicolo che, per la sua natura, struttura e mole, costituisce un indizio della esistenza di una qualche pregressa organizzazione; lo scopo di lucro perseguito dall'agente: Corte di cassazione, Sezione III penale, 11 febbraio 2016, n. 5716).

 

Questa Corte ha, altresì, precisato che ulteriori indici dimostrativi della integrazione del reato in questione sono offerti da fatto che il rifiuto trasportato o depositato sia stato sia il prodotto dell’attività imprenditoriale svolta dal soggetto agente (per una ipotesi di tale genere, cfr.: Corte di cassazione, Sezione III penale, 24 giugno 2016, n. 26453), ovvero che lo stesso sia, per quantità o per altre sue caratteristiche, tale da avere richiesto lo svolgimento di precedenti condotte di prelievo, raggruppamento, cernita e deposito (Corte di cassazione, Sezione III penale, 25 luglio 2017, n. 36819).

Ma, si rileva, nessuna di queste precedenti attività, appare soddisfare i requisito del "comportamento abituale" di cui all'art. 131-bis, primo comma, in fine, cod. pen.

Per tale, infatti, secondo la disposizione esplicativa contenuta nel successivo comma terzo della medesima disposizione, deve intendersi, per ciò che ora interessa, ogni comportamento che integri un'ipotesi di reato a condotta plurima, reiterata od abituale.

 

Rinviando a quanto già in passato precisato da questa Corte in ordine al significato da attribuire a tale tre aggettivi, laddove è stato precisato che per condotta reiterata si intende la ripetizione della medesima condotta, per condotta plurima si intende una condotta astrattamente atta ad integrare reati fra loro disomogenei posta in essere almeno tre volte (Corte di cassazione, Sezione III penale, 30 novembre 2015, n. 47256), mentre la condotta abituale e quella caratterizzata dalla sua sistematicità, osserva il Collegio che diversamente da quanto ritenuto dal ricorrente, il reato in questione non corrisponde ad alcuna della predette categorie, essendo esso, nella sua complessità, integrato anche da un solo comportamento penalmente significativo, quindi anche un solo trasporto ovvero una sola attività fra quelle indicate come penalmente rilevanti dalla disposizione incriminatrice (Corte di cassazione, Sezione III penale, 12 settembre 2017, n. 41529), purché questo sia nella sua unica ed unitaria valenza contravvenzionale, fattore dimostrativo, sulla base dei dianzi ricordati indici sintomatici,. della sua inquadrabilità in una complessiva "attività", per come richiesto dalla espressa previsione normativa, e non sia il frutto di una condotta del tutto occasionale, priva di una sua preesistente, ancorché composta di atti in sé penalmente irrilevanti, strutturazione procedimentale.

 

Siffatta strutturazione - proprio perché non tale da rientrare in alcuna della categorie concettuali indicate dal legislatore quali elementi ostativi alla applicazione dell'art. 131-bis cod. pen. - laddove sia riferita ad una fattispecie che (secondo la discrezionale valutazione del giudice del merito, valutazione che essendo precipuamente ancorata a elementi fattuali è insindacabile in sede di legittimità laddove la stessa sia immune da vizi logici o giuridici) sia caratterizzata dalla particolare tenuità della offesa recata al bene interesse tutelato dalla norma in ipotesi violata, ben può giustificare la non punibilità in concreto del soggetto o, come nel caso che interessa, dei soggetti, che l’attività in questione hanno posto in essere.

 

Sulla base dei rilievi che precedono, non sussistendo, diversamente da quanto ritenuto dal ricorrente, alcuna antinomia logica o giuridica fra la nozione di "attività", rilevante ai fini della integrazione della contravvenzione di cui all'art. 256, comma 1, lettera a), del dlgs n. 152 del 2006, e la qualificazione di essa come tale da determinare una offesa particolarmente lieve al bene interesse tutelato, neppure può dirsi in contrasto con il dettato dell'art. 131-bis cod. pen. l'affermazione della non punibilità del fatto commesso dai due odierni imputati contenuta nella sentenza impugnata.

 

(Omissis)

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