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Combustione illecita di rifiuti: non è necessario un danno all’ambiente

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. VII
Data: 24/07/2019
n. Ord. n. 33417

  Il reato di combustione illecita di rifiuti, di cui all'art. 256-bis del D.L.vo n. 152/2006, si configura come reato di pericolo concreto, e, pertanto si applica anche qualora non sia prodotto un danno all’ambiente, essendo sufficiente il mero verificarsi della combustione illecita del rifiuto così come prevista dalla norma.


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Ritenuto in fatto

1.Con sentenza pronunciata in data 30.10.2018, la Corte di appello di Messina confermava la sentenza del 12.7.2016 del Tribunale di Messina che aveva dichiarato S.R. responsabile del reato di cui agli artt. 110 cod. pen. e 256 bis d.lgs 152/2006 e lo aveva condannato alla pena di mesi dieci e giorni dieci di reclusione.

 

2.Avverso la sentenza, l'imputato ha proposto ricorso per cassazione, per il tramite del difensore di fiducia, e ne ha chiesto l'annullamento, articolando un unico motivo, con i quale lamenta violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all'affermazione di responsabilità.

 

Considerato in diritto

 

1.Il ricorso va dichiarato inammissibile.

 

2.Il motivo di ricorso è meramente ripropositivo di profili di censure già adeguatamente vagliati e disattesi con corretti argomenti giuridici dal giudice di merito.

 

La Corte territoriale ha confermato l'affermazione di responsabilità, con argomentazioni congrue e logiche, (pag 3-4-5 della sentenza impugnata), non sindacabili nel merito; la decisione è, inoltre, corretta giuridicamente, in quanto conforme al consolidato principio di diritto, secondo cui il reato di combustione illecita di rifiuti, di cui all'art. 256-bis, d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, è reato di pericolo concreto e di condotta, per la cui consumazione è irrilevante la verifica del danno all'ambiente (Sez.3, n.52610 del 04/10/2017,Rv.271359 - 01)

Il ricorrente si limita sostanzialmente a proporre una lettura alternativa del materiale probatorio posto a fondamento della affermazione di responsabilità penale, dilungandosi in considerazioni in punto di fatto, che non possono trovare ingresso nel giudizio di legittimità, non essendo demandato alla Corte di cassazione un riesame critico delle risultanze istruttorie.

 

3.Tenuto conto della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che «la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità», alla declaratoria dell'inammissibilità medesima consegue, a norma dell'art. 616 cod. proc. pen., l'onere delle spese del procedimento nonché quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in C 3.000,00.

 

(Omissis)

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