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Impresa in amministrazione giudiziaria: chi risponde di gestione non autorizzata?

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 03/12/2018
n. 53978

In tema di gestione non autorizzata di rifiuti, di cui all’art. 256 del D.L.vo 152/2006, la eventuale esistenza di un amministratore giudiziario non ha l’effetto di impedire al legale rappresentante di essere a conoscenza degli sversamenti illeciti effettuati nell’ambito dell’attività aziendale: grava, infatti, su tale soggetto l’obbligo di garantire la correttezza dell'intero ciclo dei rifiuti (nella specie, l’amministrazione giudiziaria riguardava l’azienda incaricata del trasporto, mentre il legale rappresentante ritenuto responsabile, in concorso, era quello dell’azienda produttrice del rifiuto).


Leggi la sentenza

Ritenuto in fatto

 

1.— Con sentenza del 17 novembre 2014 il Gup del Tribunale di Messina, a seguito di rito abbreviato, ha condannato l'imputato per: a) il reato di cui agli artt. 110 cod. pen., e 260, comma 1, del d.lgs. n. 152 del 2006, perché, in qualità di legale rappresentante della C., con altre persone fisiche e in concorso tra loro, aveva ceduto o comunque aveva gestito abusivamente ingenti quantitativi di rifiuti ("pastazzo" di agrumi"), smaltendoli in discariche abusive o comunque in luoghi non autorizzati, al fine di trarne ingiusto profitto, con molteplici operazioni (fino all'8 aprile 2013); b) il reato di cui all'art. 260, comma 1 del d. Igs. n. 152 del 2006 perché, al fine di conseguire un ingiusto profitto, con più operazioni e con allestimento di mezzi e attività continuative organizzate, aveva ceduto o ricevuto o trasportato comunque gestito abusivamente ingenti quantitativi di rifiuti consistenti in reflui di lavorazione (dal 28 agosto 2012 e con condotta ancora in corso fino al momento del sequestro: 10 aprile 2014).
Con sentenza del 28 aprile 2017, la Corte d'appello di Messina, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha condannato l'imputato, riqualificando il capo b) nel reato di cui all'art. 256, comma 1, letteraa), del d.lgs. n. 152 del 2006, rideterminando la pena in diminuzione e revocando le pene accessorie.
2- Avverso la sentenza l'imputato ha proposto, tramite il difensore, ricorso per cassazione.
2.1.- Con un primo motivo di doglianza, si lamentano la violazione dell'art. 260, comma 1, del d.lgs. n. 152 del 2006 e dell'art. 192 cod. proc. pen., nonché vizi della motivazione in relazione al capo a) dell'imputazione, sul rilievo che non vi sarebbe la prova che le tonnellate smaltite di rifiuti fossero le complessive 8000 indicate nell'imputazione.
Le conclusioni del Giudice di secondo grado non risponderebbero alle censure contenute nei motivi di appello e costituirebbero un evidente travisamento della prova, come risulterebbe anche dalla sentenza e dalle affermazioni oggetto d'impugnazione. Per la difesa, l'episodio citato dalla Corte di Appello, concernente un numero differente di trasporti rispetto a quanto documentato e riguardante un versamento di pastazzo in un luogo altrettanto diverso, nonché già oggetto di discarica abusiva, dimostrerebbe l'estraneità della C., in quanto sarebbe stata solo l'impresa di trasporti incaricata dal C. ad avere interesse a far risultare un numero di trasporti maggiore rispetto a quelli reali, per addebitarli alla società dell'imputato. Egli sarebbe stato completamente ignaro del numero e della destinazione finale dei trasporti, come si evincerebbe dalle modalità del trasporto riportate in fattura; inoltre non vi sarebbe prova che due terzi dei trasporti del 2 maggio 2012 non fossero stati effettivamente consegnati presso l'acquirente. E, secondo la difesa, le risultanze del fascicolo ricostruite dal Giudice di secondo grado dimostrerebbero che la C.. aveva regolarmente pagato, con prezzi sostanzialmente costanti, i trasporti come se il sottoprodotto fosse stato interamente consegnato a coloro con i quali erano stati stipulati i contratti di acquisto.
2.2 - Col secondo motivo di doglianza, si lamentano la violazione dell'art. 256, comma 1, del d.lgs. n. 152 del 2006, nonché vizi della motivazione in relazione al capo b) dell'imputazione. La Corte di appello non avrebbe considerato che i reflui di lavorazione della società del ricorrente erano convogliati direttamente al depuratore tramite apposita, diretta ed esclusiva condotta attraverso una serie di canalizzazioni continue sulle quali non potrebbe interferire l'uomo. Il consulente di parte, incaricato dal Comune Barcellona Pozzo di Gotto, avrebbe affermato la necessità di un sistema intermedio di canalizzazione in una vasca prima che il refluo giungesse al depuratore, configurando, in questo modo, un passaggio temporaneo e non una stabile condotta di stoccaggio. La Corte di Appello sarebbe, inoltre, incorsa in errore richiamando in maniera incompleta ed erronea una sentenza che si sarebbe riferita a un caso completamente differente in quanto relativo a una durata dello stoccaggio del refluo ben più lunga del supposto breve sversamento imputabile al C..

 

2.3 - Col terzo motivo di doglianza si lamentano la violazione dell'art. 163 cod. pen. nonché la carenza di motivazione in relazione alla mancata concessione della sospensione condizionale della pena. Secondo il ricorrente, entrambe le condotte alla base dei reati contestati sarebbero state poste in essere da parte del C. quando egli aveva già compiuto l'età di settant'anni; con la conseguenza che la Corte d'appello avrebbe dovuto pronunciarsi sulla meritevolezza della sospensione condizionale della pena, essendo l'imputato soggetto ultrasettantenne al momento della consumazione del reato.

 

Considerato in diritto

 

3. - Il ricorso è inammissibile.
3.1 - Il primo motivo di ricorso è inammissibile, perché diretto a ottenere da questa Corte una rivalutazione della responsabilità penale; rivalutazione preclusa in sede di legittimità. Sia il giudice di primo grado, sia quello di secondo grado hanno richiamato la dettagliata documentazione di tutte le operazioni di illecito smaltimento, con le relative precise quantità di rifiuti sversati abusivamente; il tutto accertato, tra l'altro, dai militari intervenuti nei luoghi oggetto del reato, nonché dalle numerose videoriprese che testimoniavano le ingenti quantità di pastazzo sversate nei terreni. E risulta del tutto generica l'interpretazione difensiva dell'episodio riportato dalla Corte territoriale riguardo agli anomali trasporti ripresi dalle videocamere, in quanto il presunto interesse che, secondo il ricorrente, avrebbe avuto l'impresa di trasporti nel far risultare gli stessi in misura maggiore rispetto a quelli reali non esonera da responsabilità la C., nel momento in cui, pur in presenza di contratti regolarmente registrati, risulta essere comunque tale soggetto giuridico ad aver incaricato la società di trasporti ad effettuare lo sversamento illecito.
Quanto alla mancata conoscenza da parte del C,, il ricorrente fa erroneo riferimento a un'amministrazione giudiziaria nel periodo 2013/2014 che non riguarda, comunque, la sua società, ma quella da lui incaricata dei trasporti. Non risulta, pertanto, alcun elemento a sostegno della tesi difensiva secondo cui l'imputato era completamente ignaro dei trasporti illeciti da lui stesso commissionati; e non si comprende, comunque, perché la eventuale esistenza di un amministratore giudiziario per la T. L. potesse impedire al legale rappresentante della C. di essere a conoscenza di tali sversamenti illeciti, incombendo su di lui un obbligo di garanzia quanto alla correttezza dell'intero ciclo dei rifiuti. Né osta a tale conclusione la documentazione relativa ai prezzi dei trasporti, da cui non emerge la liceità degli stessi, ma anzi, la continuità e stabilità dell'attività illecita.

 

3.2 - Il secondo motivo di ricorso - riferito alla contravvenzione di cui all'art. 256 comma 1, lettera a) del d. Igs. n. 152 del 2006 - è inammissibile per analoghe ragioni. La Corte d'appello ha correttamente evidenziato, nel caso di specie, la mancanza di temporaneità dello scarico dei reflui di lavorazione e l'interposizione di altre tubature o altre strumentazioni che impediscono la confluenza diretta dello scarico dei rifiuti nell'apposito depuratore, descrivendo le caratteristiche dimensionali che contraddistinguevano il meccanismo di sversamento illecito. E il giudice di secondo grado non ha fatto altro che riportare quanto accertato dalla polizia giudiziaria in merito alla confluenza dei rifiuti in una vasca, al loro successivo stoccaggio in silos di vetroresina al loro successivo avvio, tramite una pompa di aspirazione, verso il depuratore comunale, mediante una condotta interrata.

 

3.3 - Il terzo motivo di ricorso è fondato.
La Corte d'appello, che ha rideterminato la pena in una misura che consentirebbe in astratto l'applicazione della sospensione condizionale (ai sensi dell'art. 163, terzo comma, cod. pen.), non ha risposto al ricorrente sulla mancata concessione della stessa, pur in presenza di un motivo di doglianza formulato in tal senso.
4.- La sentenza impugnata deve essere, dunque, annullata, limitatamente alla statuizione sulla sospensione condizionale della pena, con rinvio alla Corte d'appello di Reggio Calabria, perché proceda a nuovo giudizio sul punto. Il ricorso deve essere nel resto rigettato.

[omissis]

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