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Quando si configura il reato di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti?

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 21/06/2021
n. 24159

Il delitto di attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti è reato abituale, che si perfeziona soltanto attraverso la realizzazione di più comportamenti non occasionali della stessa specie, finalizzati al conseguimento di un ingiusto profitto, con la necessaria predisposizione di una, pur rudimentale, organizzazione professionale di mezzi e capitali, che sia in grado di gestire ingenti quantitativi di rifiuti in modo continuativo.


Leggi la sentenza

Ritenuto in fatto

 

1. Con ordinanza del 05/11/2020, il Tribunale di (omissis) rigettava l'istanza di riesame proposta nell'interesse di (omissis) avverso l'ordinanza del 23.09.2020 del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di (omissis), con la quale era stata applicata al predetto la misura cautelare dell'obbligo di dimora con riferimento al reato di cui agli artt 81, comma 2, 110, 648 cod. pen. anche in relazione all'art. 625 comma 1 n. 7 bis cod. pen. (capo b) nonché al reato di cui agli artt. 81, comma 2, 110, 112 n.1 e 2, 452 quaterdecies cod. pen. (capo d).

 

2. Avverso tale ordinanza ha proposto ricorso per cassazione (omissis), a mezzo del difensore di fiducia, articolando due motivi di seguito enunciati.

Con il primo motivo deduce violazione di legge in relazione all'art. 452.quaterdecies cod. pen. Lamenta che il Tribunale aveva ritenuto integrata la gravità indiziaria in relazione al reato di cui all'art. 452-quaterdecies cod. pen., pur essendo fornita prova che la ditta dei fratelli (omissis), ove il ricorrente si recava a caricare i rifiuti, era provvista di apposita autorizzazione al trattamento degli stessi; difettava, pertanto, il requisito della abusività, da intendersi come assenza di autorizzazione ovvero come esercizio dell'attività in totale difformità dell'atto autorizzatorio; il Tribunale, infatti, aveva rilevato una parziale difformità di esercizio, caratterizzata da mere irregolarità gestorie, e non una totale difformità dall'autorizzazione.

Con il secondo motivo deduce violazione dell'art. 648 cod. pen. e correlato vizio di motivazione. Argomenta che il Tribunale aveva ritenuto sussistente la gravità indiziaria in relazione al delitto di ricettazione dando rilievo unicamente alla circostanza che il (omissis) aveva occultato ai Carabinieri la documentazione di trasporto corretta, mostrandone una artefatta; tale unico indizio non era preciso in quanto era ascrivibile quale indizio di consumazione di entrambi i reati contestati.

Chiede, pertanto, l'annullamento dell'ordinanza impugnata. Si è proceduto in camera di consiglio senza l'intervento del Procuratore generale e dei difensori delle parti, in base al disposto dell'art. 23, comma 8 d.l. 137/2020, conv. in I. n. 176/2020.

 

Considerato in diritto

 

1. Il primo motivo di ricorso è manifestamente infondato.

Il Tribunale del riesame, nel richiamare le convergenti risultanze istruttorie (servizi di osservazione, registrazioni video, accertamenti di p.g.), ha ritenuto integrata la gravità indiziarla del delitto di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti - già previsto dall'art. 260, d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152 e, successivamente, disciplinato, ai sensi degli artt. 7 e 8 del d.lgs. 1° marzo 2018, n. 21, dall'art. 452-quaterdecies cod. pen. con assoluta continuità normativa.

Il Collegio cautelare, con motivazione congrua e priva di vizi logici, ha rimarcato che erano stati accertati plurimi e frequenti accessi presso la ditta (omissis) (munita di Autorizzazione Unica Ambientale inerente alla "messa in sicurezza, la bonifica, la demolizione, il recupero dei materiali e la rottamazione dei veicoli a motore, rimorchi e simili e lo stoccaggio di materiale ferroso") di numerosi soggetti, tutti privi di apposita autorizzazione , intenti a conferire ingenti volumi di rifiuti di vario genere (veicoli fuori uso e accumulatori al piombo esausti gestiti al di fuori della normativa ambientale, rifiuti ferrosi, rame..), con realizzazione di un ciclo di produzione del tutto sganciato dalle operazioni assentite con l'autorizzazione ambientale di cui era in possesso l'azienda (omissis) e, quindi, evidentemente abusivo.

Tale valutazione è conforme ai principi di diritto affermati da questa Suprema Corte in subiecta materia. Il delitto di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti è reato abituale, che si perfeziona soltanto attraverso la realizzazione di più comportamenti non occasionali della stessa specie, finalizzati al conseguimento di un ingiusto profitto, con la necessaria predisposizione di una, pur rudimentale, organizzazione professionale di mezzi e capitali, che sia in grado di gestire ingenti quantitativi di rifiuti in modo continuativo (Sez. 3, n.52838 del 14/07/2016, Rv.268920 - 01; Sez.3,n.16036 del 28/02/2019,Rv.275395 - 02). La gestione dei rifiuti integrante il reato in esame deve concretizzarsi in una pluralità di operazioni con allestimento di mezzi e attività continuative organizzate, ovvero attività di intermediazione e commercio (cfr. Sez. 3, n. 40827 del 6/10/2005, Carretta, Rv. 232348; Sez. 3, n. 28685 del 04/05/2006, Buttone, Rv. 234931), e tale attività deve essere "abusiva", ossia effettuata o senza le autorizzazioni necessarie (ovvero con autorizzazioni illegittime o scadute), o violando le prescrizioni e/o i limiti delle autorizzazioni stesse (cfr. Sez. 3, n. 40828 del 6/10/2005, Fradella, Rv. 232350; Sez. 4, n. 28158 del 02/07/2007, Costa, Rv. 236906).

In particolare, è stato affermato che il requisito dell'abusività della gestione deve essere interpretato in stretta connessione con gli altri elementi tipici della fattispecie, quali la reiterazione della condotta illecita e il dolo specifico d'ingiusto profitto.

Ne consegue che la mancanza delle autorizzazioni non costituisce requisito determinante per la configurazione del delitto che, da un lato, può sussistere anche quando la concreta gestione dei rifiuti risulti totalmente difforme dall'attività autorizzata, per le modalità concrete con le quali essa viene esplicata, che risultano totalmente difformi da quanto autorizzato, al punto da non potere essere ricondotte al titolo abilitativo (Sez.3, n. 44449 del 15/10/2013,Rv.258326 - 01; Sez.3, n.358 del 20/11/2007, dep.08/01/2008,Rv.238559 - 01).

Ne consegue la manifesta infondatezza della doglianza difensiva che contesta la sussistenza della gravità indiziaria sulla base della considerazione che la ditta (omissis) era provvista di apposita autorizzazione al trattamento dei rifiuti; la doglianza, peraltro è anche genericamente formulata perché priva di confronto critico con le argomentazioni svolte sul punto dal Collegio cautelare, confronto doveroso per l'ammissibilità dell'impugnazione, ex art. 581 cod. proc. pen., perché la sua funzione tipica è quella della critica argomentata avverso il provvedimento oggetto di ricorso (Sez.6, n.20377 del 11/03/2009, Rv.243838; Sez.6, n.22445 del 08/05/2009, Rv.244181).

 

2. Il secondo motivo di ricorso ha ad oggetto doglianze non proponibili in sede di legittimità.

Il Tribunale del riesame ha adeguatamente argomentato in ordine alla gravità indiziaria relativa ai reati contestati, rimarcando come le emergenze istruttorie comprovavano che il (omissis), in occasione del sequestro operato a suo danno in data 06.02.2018, era stato trovato in possesso di ingenti quantitativi di rame di provenienza delittuosa, prelevati poco prima presso la sede dell'azienda (omissis), così risultando inserito stabilmente nel ciclo di gestione illecita dei rifiuti, e che lo stesso aveva deliberatamente occultato ai Carabinieri la documentazione di trasporto corretta, ostentandone una artefatta, dimostrando così di essere pienamente consapevole della provenienza delittuosa di parte dei rifiuti trasportati emergeva, altresì, che in data 23.3.2018 il (omissis) veniva osservato dalla P.G. nel corso di una cessione di un ingente quantitativo di cavi di rame presente sull'autocarro condotto dallo stesso.

La motivazione è congrua e logica e si sottrae al sindacato di legittimità.

A fronte di tale adeguata motivazione il ricorrente propone in sostanza doglianze in fatto, tese ad una rivalutazione del materiale probatorio, che non possono trovare ingresso in sede di legittimità.

Va, poi, evidenziato che il ricorso per cassazione avverso i provvedimenti relativi all'applicazione di misure cautelari personali è ammissibile soltanto se denunci la violazione di specifiche norme di legge, ovvero la manifesta illogicità della motivazione del provvedimento, secondo i canoni della logica ed i principi di diritto, ma non anche quando proponga censure che riguardano la ricostruzione dei fatti ovvero si risolvono in una diversa valutazione delle circostanze esaminate dal giudice di merito (Sez. 5, n. 46124 del 8/10/2008, Pagliaro, Rv. 241997; Sez.6, n. 11194 del 8/03/2012, Lupo, Rv. 252178; Sez.6, n.49153 del 12/11/2015, Rv.265244).

 

3. Consegue, pertanto, la declaratoria di inammissibilità del ricorso.

 

4. Tenuto conto della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che «la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità», alla declaratoria dell'inammissibilità consegue, a norma dell'art. 616 cod. proc. pen., l'onere delle spese del procedimento nonché quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in euro tremila.

 

(Omissis..)

 

 

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