Top

Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, in cosa consiste l’ingiusto profitto?

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. II
Data: 06/05/2020
n. 13677

Quanto al profitto, si è chiarito ai fini della configurabilità del delitto di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, di cui all'art. 452 quaterdecies cod. pen., il profitto - che può consistere non soltanto in un ricavo patrimoniale, ma anche nel vantaggio conseguente dalla mera riduzione dei costi aziendali o nel rafforzamento di una posizione all'interno dell'azienda - è ingiusto qualora discenda da una condotta abusiva che, oltre ad essere anticoncorrenziale, può anche essere produttiva di conseguenze negative, in termini di pericolo o di danno, per la integrità dell'ambiente, impedendo il controllo da parte dei soggetti preposti sull'intera filiera dei rifiuti.  


Leggi la sentenza

 

Ritenuto in fatto

 

1. Con provvedimento del 18.11.2019 il Tribunale di Catania ha deciso sulla istanza di riesame proposta nell'interesse di G. D. contro il decreto con il quale il GIP etneo aveva disposto il sequestro preventivo delle società M. F. srls, B. srl, M. V. srl e I. P. srls, ai sensi dell'art. 321 commi 1 e 2 cod. proc. pen. e 452 quaterdecies, comma 5, cod. pen. sul rilievo secondo cui tali società, formalmente intestate a soggetti terzi, ma di fatto sotto il controllo di G. e R. D., sarebbero state lo strumento con il quale gli imprenditori avevano proseguito la attività della fallita S. srl attraverso la distrazione in favore di questa delle attività di raccolta e di riciclaggio della plastica dismessa dagli impianti serricoli ubicati nel territorio di Vittoria;

 

2. ricorre per cassazione il difensore di G. D. lamentando:

 

2.1 violazione di legge e vizio di motivazione in ordine al rapporto tra gestione delle imprese sequestrate ed attività illecite dell'ipotizzato sodalizio criminoso: rileva che il provvedimento impugnato ha ritenuto che le aziende sequestrate fossero confiscabili sia in quanto caratterizzate da una totale sovrapposizione tra la struttura imprenditoriale ed il sodalizio criminoso sia, anche, nel senso che fossero "in toto" frutto dell'impiego di risorse economiche provento di delitto ovvero integralmente sottoposte al controllo dell'associazione criminosa; segnala che, tuttavia, il Tribunale ha omesso di motivare sul punto limitandosi ad affermare che tale correlazione è "indubbia"; rileva che, nell'ambito della parallela vicenda cautelare personale, la difesa aveva posto la sua attenzione sulla figura del ricorrente ritenuto dal GIP, e diversamente da quanto invece sostenuto dal PM, concorrente esterno; osserva che, secondo il Tribunale (che, su tale aspetto, ha richiamato integralmente la ordinanza del GIP), si è in presenza di una associazione costituitasi alla fine del 2014 dovendo esserne accertati i tratti costitutivi che, in realtà, non sono stati nemmeno accennati essendosi il Tribunale limitato ad evocare la giurisprudenza in materia di "nuove mafie" o "mafie atipiche" e ad ipotizzare la costituzione di un sodalizio di cui farebbero parte esponenti sia di "Cosa Nostra" che della "Stidda", ovvero di compagini che risultano storicamente contrapposte; segnala che il Tribunale non ha dedicato alcuna considerazione alle argomentazioni svolte in merito alle dichiarazioni del collaborante, ampiamente invece valorizzate dagli inquirenti; sottolinea come i giudici del riesame reale non abbiano affrontato nemmeno le critiche sviluppate in merito alla valenza da attribuire al contenuto delle conversazioni intercettate nonché, ancora, alle frequenti visite del D. presso il Commissariato di Vittoria per riferire su circostanze attinenti l'attività aziendale e, tra queste, le "visite" del Carbonaro; denunzia la assoluta carenza di motivazione circa il fatto che le aziende sequestrate rappresentassero uno strumento per perseguire gli illeciti obiettivi del sodalizio criminoso; segnala che le aziende del D. pagavano un prezzo più elevato con vantaggio per i raccoglitori ma che tale circostanza non dimostrava affatto la coscienza e volontà di porre in essere un'attività di sostegno nei confronti della associazione né, peraltro, la consapevolezza di intrattenere rapporti economici con soggetti inseriti nella associazione criminale di nuova costituzione; rileva pertanto la violazione di legge in cui è incorso il Tribunale nel ritenere provata l'esistenza di una associazione riconducibile al paradigma di cui all'art. 416bis cod. pen. di cui sarebbe stato partecipe il ricorrente avendo omesso di dare contezza delle argomentazioni difensive addotte in sede di riesame;

 

2.2 violazione di legge e vizio di motivazione per inosservanza dell'art. 452quaterdecies cod. pen. e difetto di motivazione circa la individuazione dell'ingiusto profitto quale requisito del reato contestato: rileva come il profitto ingiusto sia requisito essenziale della fattispecie incriminatrice evocata dalla pubblica accusa che, nel caso di specie, sarebbe consistito nel risparmio di spesa realizzato mediante l'elusione delle regole che disciplinano lo smaltimento delle plastiche presso centri autorizzati e nel rispetto delle procedure previste dalla legge; richiama, a tal proposito, le argomentazioni che erano state svolte in sede di riesame in merito al rilievo meramente amministrativo o contabile di dette irregolarità funzionali, semmai, alla evasione dell'IVA e rispetto alle quali argomentazioni il provvedimento impugnato non ha svolto alcuna considerazione critica ed avendo il Tribunale confermato l'ordinanza del GIP in difetto di ogni prova dell'elemento costitutivo del reato contestato.

 

 

Considerato in diritto

 

Il ricorso è fondato.

 

1.Il Tribunale di Catania ha in primo luogo segnalato che la complessità della indagine ha imposto un generale richiamo al provvedimento "genetico" che, come tale, essendo noto alla difesa, doveva intendersi integralmente richiamato nella motivazione; nel contempo, ha fatto riferimento alla ordinanza di applicazione della misura della custodia cautelare in carcere applicata all'odierno ricorrente come al figlio R.. I giudici del riesame hanno spiegato, quindi, che le indagini avevano consentito di ritenere, con giudizio di probabilità più che qualificata, che tra la fine del 2014 e l'inizio del 2015, era intervenuto un accordo tra R. D., G. D., C. C., S.  D'A., G. T., A., E. e S. M., in forza del quale i primi, ovvero i D., si sarebbero assicurati il monopolio della raccolta e della lavorazione della plastica dismessa dalle serre ubicate nei territori delle provincie di Ragusa, Siracusa e Caltanissetta; i M. l'esclusiva nella sua fornitura sul territorio di Vittoria ed il Carbonaro avrebbe invece ricevuto da costoro una percentuale sul valore della plastica conferita; in tal modo, secondo la ricostruzione sunteggiata nell'impugnato provvedimento, grazie alla caratura criminale di personaggi quali il C., il D'A. ed il T., i D. avrebbero acquisito una posizione dominante nel settore nonostante la percentuale più elevata versata ai M. rispetto a quella corrisposta dagli altri raccoglitori. L'operazione era stata inoltre fondata sul ricorso alla violenza ed alla intimidazione nei confronti dei concorrenti, costretti a rispettare la spartizione del mercato come convenuta tra i correi, venendo indotti ad astenersi dal prelevare la plastica dismessa mentre i raccoglitori venivano a loro volta costretti a rivolgersi esclusivamente ai D..

 

Nel capo 10) della rubrica provvisoria, ha precisato ancora il Tribunale, è stata evocata la attività di gestione abusiva dei rifiuti plastici ad opera di G. e R. D. a mezzo della S. srl e della M. srl che procedevano alla raccolta ed al conferimento della plastica senza provvedere alla relativa annotazione nei registri di carico e scarico ed al conferimento alla B&B R. e ad altre aziende del napoletano laddove la S. srl procedeva allo smaltimento abusivo nel piazzale ovvero mediante lo sversamento su un terreno in località Marconi. Di qui la incolpazione provvisoria per il delitto di cui all'art. 452quaterdecies cod. pen.. Il Tribunale ha ritenuto, in definitiva, che, nei confronti del D. G., sussistessero gravi indizi di colpevolezza con riguardo sia al delitto di cui all'art. 416bis cod. pen. che all'art. 452quatordecies cod. pen. rispetto ai quali le aziende di cui è stato disposto il sequestro preventivo rappresentavano senz'altro lo strumento ovvero il profitto del reato e, dunque erano confiscabili ai sensi del comma 7 dell'art. 416bis cod. pen.. I giudici del riesame hanno inoltre chiarito che il sequestro era stato disposto anche ai sensi dell'art. 452quatordecies cod. pen. ed in funzione impeditiva della prosecuzione dell'attività delittuosa. Da ultimo, hanno precisato che la misura era stata legittimamente adottata anche con riguardo alla I. P. srls, società sottoposta a sequestro preventivo nell'ambito di altro procedimento penale sia, anche, con riferimento alla M. F. srls, alla B. L. srl ed alla M. V. srl allo stato non operative ma non cancellate dal registro delle imprese e perciò ancora utilizzabili dagli indagati. 2.1 Fatta questa premessa in punto di fatto, non è inutile ricordare che il ricorso per Cassazione contro ordinanze emesse in materia di sequestro preventivo o probatorio è ammesso solo per violazione di legge, in tale nozione dovendosi comprendere sia gli "errores in iudicando" o "in procedendo", sia quei vizi della motivazione così radicali da rendere l'apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidoneo a rendere comprensibile l'itinerario logico seguito dal giudice (cfr., in tal senso, tra le tante, Cass. Pen., 2, 14.3.2017 n. 18.951, Napoli; Cass. Pen., 6, 10.1.2013 n. 6.589, Gabriele). Né è possibile invocare il vizio di violazione di legge (sotto il profilo, ad esempio, dell'art. 192 cod. proc. pen.), quando il ricorso sia fondato su argomentazioni che si pongono in confronto diretto con il materiale probatorio (cfr., in tal senso, tra le tante, Cass. Pen., 6, 8.3.2016 n. 13.442, De Angelis; Cass. Pen., 6, 30.9.2013 n. 43.963, P.C. in proc. Basile). 2.2 Per altro verso, si è più volte ribadito che in sede di riesame del sequestro il Tribunale deve stabilire l'astratta configurabilità del reato ipotizzato, astraendo non già dalla concreta rappresentazione dei fatti come risultano allo stato degli atti, ma solo ed esclusivamente dalla necessità di ulteriori acquisizioni e valutazioni probatorie sicché l'accertamento della sussistenza del "funnus commissi delicti" va compiuto sotto il profilo della congruità degli elementi rappresentati, che non possono essere censurati in punto di fatto per apprezzarne la coincidenza con le reali risultanze processuali, ma che vanno valutati così come esposti, al fine di verificare se essi consentono di sussumere l'ipotesi formulata in quella tipizzata dalla norma incriminatrice (cfr., Cass. Pen., 3, 7.5.2006 n. 33.873, Moroni; Cass. Pen., 6, 27.1.2004 n. 12.118, Piscopo; Cass. Pen., 3, 24.3.2011 n. 15.177, PM in proc. Rocchino; Cass. Pen., 5, 18.4.2011 n. 24.589, Misseri; Cass. Pen., 3, 10.3.2015 n. 15.254, Previtero; Cass. Pen., 2, 5.5.2016 n. 25.320, PM in proc. Bulgarella; conf., ancora, Cass. Pen., 1, 30.1.2018 n. 18.491, Armeli, secondo cui, ai fini della legittima adozione del sequestro preventivo non è necessario valutare la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza a carico della persona nei cui confronti è operato il sequestro, essendo sufficiente che sussista il "fumus commissi delicti", vale a dire la astratta sussumibilità in una determinata ipotesi di reato del fatto contestato; Cass. Pen., 2, 28.1.2014 n. 5.656, Zagarrio; Cass. Pen., 2, 11.12.2013 n. 2.248, Mirarchi). 3. D'altra parte, la valutazione circa la (in)sussistenza del presupposto del "funnus commissi delicti" non può, legittimamente, non tener conto dell'eventuale annullamento dell'ordinanza che aveva disposto la (parallela) misura cautelare personale laddove l'esclusione dei gravi indizi di colpevolezza sia stata fondata su una motivazione incompatibile con la stessa astratta configurabilità della fattispecie criminosa che costituisce requisito essenziale per l'applicabilità della misura cautelare reale (cfr., Cass. Pen., 6, 25.10.2011 n. 39.249, PM in proc. Ciotola; conf., Cass. Pen., 2, 29.4.2014 n. 22.207, Ianì, secondo cui la valutazione di insussistenza del presupposto del "fumus commissi delicti" per l'emissione del sequestro preventivo può legittimamente tener conto del provvedimento di annullamento dell'ordinanza dispositiva della misura cautelare personale, nel quale sia stata rilevata l'inidoneità delle condotte contestate all'indagato ad integrare il reato ipotizzato, dal momento che l'esclusione, con siffatta motivazione, della sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza fa venire meno la stessa astratta configurabilità della fattispecie criminosa, che è invece requisito essenziale per l'applicabilità della misura cautelare reale).

 

Nel caso di specie risulta che, all'udienza del 18.2.2020, questa stessa Sezione ha annullato l'ordinanza del riesame che aveva confermato il provvedimento del GIP con cui era stata disposta la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di G. D. nell'ambito del medesimo procedimento. Non essendo ad oggi disponibili le motivazioni della sentenza, si deve tuttavia rilevare che la ricostruzione dei fatti sinteticamente proposta dal Tribunale del Riesame (cfr., pagg. 2-3), parrebbe disegnare il ruolo del ricorrente, piuttosto che come "intraneo" ovvero addirittura promotore della associazione ex art. 416bis cod. pen., semmai quale imprenditore "colluso" il quale, senza essere inserito nella struttura organizzativa del sodalizio criminale, instauri con questo un rapporto di reciproci vantaggi, consistenti nell'imporsi sul territorio in posizione dominante e nel far ottenere all'organizzazione risorse, servizi o utilità, mentre il reato di partecipazione all'associazione è configurabile nel caso in cui l'imprenditore metta consapevolmente la propria impresa a disposizione del sodalizio, di cui condivide metodi e obiettivi, onde rafforzarne il potere economico sul territorio di riferimento (cfr., Cass. Pen., 6, 27.3.2019 n. 32.384, Putrino; Cass. Pen., 5, 5.6.2018 n. 30.133, Bacchi; Cass. Pen., 6, 19.4.2018 n. 25.261, La Valle; Cass. Pen., 6, 18.4.2013 n. 30.346, Orobello, che hanno ricondotto la figura dell'imprenditore "colluso" a quella del concorrente "esterno" rispetto al sodalizio criminoso). In ogni caso, ed impregiudicata ogni valutazione sul punto, riservata al giudice di merito, si deve tuttavia prendere atto della assoluta assenza di motivazione circa le premesse fattuali che consentono di qualificare le società oggetto del provvedimento di sequestro come suscettibili di confisca ai sensi dell'art. 416bis comma 7 cod. pen.; questa Corte ha più volte avuto modo di chiarire che il sequestro finalizzato alla confisca ai sensi dell'art.416 bis, comma settimo, cod. pen., può avere ad oggetto l'intero patrimonio e le quote di una società allorché questa sia qualificabile come "impresa mafiosa" e, cioè, quando vi sia una totale sovrapposizione tra compagine associativa e sodalizio criminoso, ovvero l'intera attività sia frutto dell'impiego di risorse economiche provento di delitto, oppure qualora l'impresa sia direttamente sottoposta al controllo dell'associazione mafiosa (cfr., Cass. Pen., 6, 30.1.2018 n. 13.296, D'Amico; cfr., Cass. Pen., 6, 24.1.2014 n. 6.766, S.D. Costruzioni srl, secondo cui, ai fini del sequestro funzionale alla confisca del patrimonio di un'azienda amministrata da un soggetto indagato del delitto di partecipazione ad associazione di tipo mafioso, occorre dimostrare una correlazione, specifica e concreta, tra la gestione dell'impresa alla quale appartengono i beni da sequestrare e le attività riconducibili all'ipotizzato sodalizio criminale, non essendo sufficiente, di per sé, il riferimento alla sola circostanza che il soggetto eserciti le funzioni di amministrazione della società).

 

Nel caso di specie, dopo aver correttamente fatto riferimento ai principi sopra richiamati, i giudici di merito si sono tuttavia limitati — con argomentazione tautologica e autoreferenziale - a sostenere che le condizioni fattuali per la confisca dell'impresa mafiosa, ovvero la specifica e concreta correlazione tra a gestione dell'impresa e le attività del sodalizio criminale, sarebbero nel caso di specie presenti "senza dubbio" (cfr., ivi, pag. 4). Del pari sostanzialmente priva di motivazione è la giustificazione della misura ablativa in quanto fondata sul disposto di cui all'art. 452quaterdiecies cod. pen.: tale disposizione, che replica l'art. 260 del D. Lg.vo 152 del 2006, punisce "chiunque, al fine di conseguire un ingiusto profitto, con più operazioni e attraverso l'allestimento di mezzi e attività continuative organizzate, cede, riceve, trasporta, esporta, importa, o comunque gestisce abusivamente ingenti quantitativi di rifiuti è punito con la reclusione da uno a sei anni". Il comma 5, introdotto nel richiamato art. 260 dall'art. 1, comma 3, della legge 68 del 2015, stabilisce che "è sempre ordinata la confisca delle cose che servirono a commettere il reato o che costituiscono il prodotto o il profitto del reato, salvo che appartengano a persone estranee al reato". La disposizione è stata costantemente intesa nel senso che oggetto del sequestro preventivo finalizzato alla confisca delle cose che servirono a commettere il reato siano, per l'appunto, le "cose" ovvero, tipicamente, i beni strumentali quali, in particolare, i mezzi di trasporto impiegati per il traffico illecito dei rifiuti (cfr., in generale, sull'ambito di operatività della norma di nuovo conio, Cass. Pen., 3, 20.8.2019 n. 36.256). Questa interpretazione sembrerebbe essere confortata dal disposto di cui al comma 6 del medesimo art. 452quaterdecies cod. pen. secondo cui quando non sia possibile la confisca di tali beni "... il giudice individua beni di valore equivalente di cui il condannato abbia anche indirettamente o per interposta persona la disponibilità e ne ordina la confisca".

 

Quanto al profitto, si è chiarito ai fini della configurabilità del delitto di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, di cui all'art. 452quaterdecies cod. pen., il profitto - che può consistere non soltanto in un ricavo patrimoniale, ma anche nel vantaggio conseguente dalla mera riduzione dei costi aziendali o nel rafforzamento di una posizione all'interno dell'azienda - è ingiusto qualora discenda da una condotta abusiva che, oltre ad essere anticoncorrenziale, può anche essere produttiva di conseguenze negative, in termini di pericolo o di danno, per la integrità dell'ambiente, impedendo il controllo da parte dei soggetti preposti sull'intera filiera dei rifiuti (cfr., Cass. Pen., 3, 23.5.2019 n. 43.710, Pmt in proc. Gianino). E, tuttavia, anche da questo punto di vista, il provvedimento del Tribunale omette di chiarire in che modo le società attinte dalla misura sarebbero il "profitto" del reato laddove, per altro verso, del tutto apodittica è la affermazione secondo cui le società "inattive" potrebbero comunque essere utilizzate come "veicolo" per proseguire la attività di gestione illecita dei rifiuti ascritta al ricorrente giustificandosi, per questa via, la adozione del sequestro in funzione "impeditiva".

 

4. La ordinanza va dunque annullata con rinvio al medesimo Tribunale di Catania per nuovo giudizio in cui i giudici di merito dovranno riesaminare la vicenda alla luce dell'annullamento della misura personale, motivando sul ruolo assunto dal D. e sul rapporto tra le società a questi riferibili, la attività di gestione illecita dei rifiuti ed il sodalizio criminale ipotizzato.

 

(Omissis)

 

© Riproduzione riservata