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A quali condizioni i residui della produzione agricola non sono considerati rifiuti?

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 08/08/2017
n. 38976

In materia di residui della produzione agricola, sono qualificati come ammendanti vegetali semplici, ai sensi del D. L.vo 75/2010, gli scarti vegetali semplici, che presuppongono l’assenza di processi fermentativi, come ammendanti compostati verdi quelli ottenuti attraverso un processo di trasformazione e stabilizzazione di rifiuti organici, come ammendanti compostati misti quelli provenienti da un processo di trasformazione e stabilizzazione di rifiuti organici. Nel caso di residui della lavorazione di finocchi, accertato lo stato di abbandono degli stessi senza la dimostrata realizzazione di interventi diretti ad effettuarne il compostaggio, mediante gli ordinari processi di trasformazione e stabilizzazione, non sarà applicabile la disciplina dei fertilizzanti (di cui al citato D. L.vo), bensì l’ordinario regime giuridico previsto per i rifiuti.


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Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 9/05/2013 il Tribunale di Torre Annunziata aveva condannato P. e T.G. e V.M. i primi due alla pena di tre anni e sei mesi di reclusione e il terzo a quella di due anni e sei mesi di reclusione in relazione ai reati di cui agli artt. 110 cod. pen., 256, comma 1 lett. a) del d.lgs. n. 152 del 2006 (capi A e B), 110 cod. pen., 256, comma 3, del d.lgs. n. 152 del 2006 (capo C), 181, comma 1-bis del d.lgs. n. 42 del 2004 (capo D), 110 cod. pen., 187, 256, comma 1, lett. b) del d.lgs. n. 152 del 2006 (capo E), 110 cod. pen., 256, comma 1 lett. a) del d.lgs. n. 152 del 2006 (capo H). Secondo il primo giudice, infatti, gli imputati si erano responsabili della realizzazione, sul terreno agricolo di cui P.G. era comproprietario con la sorella, di una discarica abusiva, stoccando nell'area in questione rifiuti, anche pericolosi - colà trasportati, tra gli altri da V.M. - costituiti non soltanto dagli scarti dei prodotti derivanti dalla lavorazione dei finocchi dell'azienda familiare di cui era titolare T.G., padre di P., ma anche di taniche e bidoni di solventi, contenitori di oli esausti, autoveicoli abbandonati e arrugginiti, residui di lavorazione edile del tipo eternit, con conseguente alterazione e danneggiamento delle falde acquifere e violazione dei valori del paesaggio, insistendo il fondo in questione in un'area dichiarata di "notevole interesse pubblico".
Con lo stesso provvedimento i tre imputati erano stati, invece, assolti, perché il fatto non sussiste, in relazione al delitto di cui all'art. 434 cod. pen. e alla contravvenzione di cui agli artt. 110 cod. pen. e 256, comma 2 del d.lgs. n. 152 del 2006, contestati, rispettivamente, ai capi F) e G) dell'imputazione.

2. Con sentenza del 13/02/2015, la Corte di Appello di Napoli, in riforma della pronuncia di primo grado, aveva assolto i tre imputati dal reato agli stessi ascritto al capo I), con la formula "perché il fatto non sussiste", ed aveva rideterminato la pena, con riferimento alle residue imputazioni ed esclusa per tutti la contestata recidiva, in due anni di reclusione per T. e P. G. e in un anno e sei mesi di reclusione per V.M..

3. Avverso la sentenza di appello hanno proposto distinti ricorsi per cassazione i tre imputati, a mezzo del medesimo difensore fiduciario. Le tre impugnazioni si articolano attraverso distinti motivi di doglianza che, al di là delle peculiarità relative alla posizione di P.G., che verranno specificate separatamente, appaiono sostanzialmente sovrapponibili, sicché ne è opportuna una congiunta esposizione, di seguito rassegnata nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. cod. proc. pen..

3.1. Con il primo motivo di impugnazione, P.G. deduce, ai sensi dell'art. 606, comma 1, lett. b) cod. proc. pen., l'erronea applicazione della legge penale e l'illogicità della motivazione della sentenza in relazione al principio della responsabilità penale di cui all'art. 27 Cost. e agli artt. 230-bis cod. civ. e 40 cod. pen.. Ciò in quanto la responsabilità dell'imputato sarebbe stata asseritamente affermata sulla base del semplice fatto che egli fosse socio dell'azienda familiare nonché alla stregua della sua condizione di comproprietario dell'area utilizzata per la realizzazione della discarica abusiva. E tuttavia, secondo il ricorrente, non sarebbe stata dimostrata una sua effettiva partecipazione alle scelte gestionali dell'azienda e, sotto altro profilo, sarebbe stato configurato un inesistente obbligo di impedire l'evento connesso alla sua condizione di formale proprietario dell'area.

3.2. Con il secondo motivo di ricorso (primo per T.G. e V.M.), i tre imputati si dolgono, ex art. 606, comma 1, lett b) cod. proc. pen., dell'erronea applicazione della legge penale in relazione agli artt. 256 del d.lgs. n. 152 del 2006 e 181 del d.lgs. n. 42 del 2004, nonché all'art. 5 cod. pen.. In primo luogo, le bucce di finocchi residuate dalla lavorazione compiuta presso l'azienda dei G. non avrebbero potuto essere qualificati come "rifiuti", venendo le stesse collocate in cumuli, periodicamente rivoltati, ove sarebbero stati sottoposte ad un trattamento di compostaggio naturale destinato alla produzione di concime e di mangime per animali e non essendo stata riscontrata la presenza di "concentrazioni di soglia di contaminazione" costituenti residuo di attività di illecito trattamento di rifiuti; fermo restando che, essendo quella in esame una pratica invalsa in agricoltura, la responsabilità degli imputati avrebbe dovuto essere esclusa quantomeno sotto il profilo dell'elemento soggettivo, in considerazione dei riflessi prodotti dall'art. 5 cod. pen.. Sotto altro aspetto, la sentenza avrebbe fatto erroneamente riferimento alla presenza di rifiuti pericolosi, esclusa in primo grado e non fatta oggetto di alcuno specifico atto di gravame davanti al giudice di appello; presenza da escludersi anche in assenza di qualunque contaminazione del fondo mediante verifica dei valori CSC.

Ciò che avrebbe, altresì, impedito di configurare il delitto paesaggistico contestato al capo D).

3.3. Con il terzo motivo (secondo per T.G. e V.M.) i ricorrenti lamentano, ex art. 606, comma 1, lett. b) cod. proc. pen., l'erronea applicazione della legge penale in relazione alla configurabilità del delitto previsto dall'art. 635 cod. pen.. Sotto un primo profilo, non sarebbe stato dimostrato il deterioramento funzionale della falda, tale da richiedere un intervento ripristinatorio. Inoltre, le analisi micro-biologiche non avrebbero rilevato alcun inquinamento prodotto da bucce di finocchio, fermo restando che la relativa valutazione avrebbe dovuto essere fatta in base ai valori stabiliti per il consumo irriguo e non per quello umano sicché i relativi esiti sarebbero non probanti, tanto più che non sarebbe stata esaminata l'incidenza di numerosi "detrattori ambientali". Sotto altro aspetto, la falda non sarebbe stata compiutamente esaminata, mentre il pozzo oggetto dei prelievi sarebbe stato comunque "a monte" dell'area di deposito delle bucce, sicché l'eventuale presenza di inquinanti non sarebbe stata causata da queste ultime. E del resto, la presenza, rivelata dalle analisi, di batteri coliformi, avrebbe dimostrato l'esistenza di ulteriori fonti di inquinamento.

3.4. Con il quarto motivo (terzo per T.G. e V.M.) i ricorrenti lamentano, ex art. 606, comma 1, lett. d) cod. proc. pen., la mancata assunzione di una prova decisiva costituita dall'audizione dei testi in grado di riferire circa la qualità della falda acquifera del territorio di Boscoreale nonché dei tecnici che avevano eseguito le analisi sulle concentrazioni di soglia di contaminazione.

3.5. Con il quinto motivo (quarto per T.G. e V. M.), i ricorrenti lamentano, ex art. 606, comma e, lett. b) cod. proc. pen., la mancanza, contraddittorietà ed illogicità della motivazione in relazione ai precedenti motivi di ricorso, già illustrati sotto il diverso profilo della violazione di legge.

3.6. Con il sesto motivo (quinto per T.G. e V.M.) i ricorrenti lamentano, ex art. 606, comma 1, lett. b) cod. proc. pen., l'erronea applicazione della legge penale in relazione alla disposta confisca e alle statuizioni civili, non essendovi alcuna discarica abusiva, non essendo, quindi, necessario procedere ad alcuna bonifica o ripristino del fondo e, comunque, non essendovi alcuna responsabilità dei tre imputati.

 

Considerato in diritto

1. Muovendo dall'analisi dei motivi di impugnazione che concernono i reati in materia di rifiuti contestati ai capi A), B), C) ed E), le censure svolte dai ricorrenti attengono, fondamentalmente, a due questioni principali: da un lato la possibilità di qualificare come rifiuti i residui di produzione dei finocchi lavorati nell'azienda familiare dei G.; e, dall'altro lato, la circostanza che, nell'area di proprietà di P.G., fossero presenti rifiuti pericolosi.

1.1. Quanto al primo profilo giova ricordare, in primo luogo, che secondo la previsione dell'art. 183, comma 1, lett. a), d.lgs. n. 152 del 2006, per "rifiuto" deve intendersi qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l'intenzione o abbia l'obbligo di disfarsi. Nondimeno, i residui di produzione possono acquisire il carattere di sottoprodotto, ai sensi dell'art. 184-bis, d.lgs. n. 152 del 2006, quando ricorrano le seguenti condizioni: a) la sostanza o l'oggetto è originato da un processo di produzione, di cui costituisce parte integrante, e il cui scopo primario non è la produzione di tale sostanza od oggetto; b) è certo che la sostanza o l'oggetto sarà utilizzato, nel corso dello stesso o di un successivo processo di produzione o di utilizzazione, da parte del produttore o di terzi; c) la sostanza o l'oggetto può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale; d) l'ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza o l'oggetto soddisfa, per l'utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell'ambiente e non porterà a impatti complessivi negativi sull'ambiente o la salute umana.
Inoltre, con particolare riguardo ai residui della produzione agricola destinati ad essere utilizzati come ammendanti vegetali, le disposizioni contenute nell'allegato 2 del d.lgs. n. 75 del 2010, offrono un preciso quadro definitorio, in base al quale sono qualificati come "ammendanti vegetali semplici" gli scarti vegetali semplici, i quali presuppongono l'assenza di processi fermentativi, pacificamente riscontrati nel caso di specie; come "ammendanti compostati verdi" quelli ottenuti "attraverso un processo controllato di trasformazione stabilizzazione di rifiuti organici" costituiti, tra l'altro, da "residui delle colture" e "da altri rifiuti di origine vegetale"; come "ammendanti compostati misti" quelli provenienti da "un processo controllato di trasformazione stabilizzazione di rifiuti organici" che possono essere costituiti, tra l'altro, "da rifiuti di attività agroindustriali".
Nel caso di specie, occorre preliminarmente rilevare che la difesa dei ricorrenti ha genericamente prospettato una destinazione dei residui di produzione dei finocchi alla realizzazione di concime, da utilizzare nelle colture presenti nel fondo di cui P.G. è comproprietario, richiamando le testimonianze di soggetti, prettamente riconducibili alla sua cerchia familiare, che avevano riferito in ordine a tale destinazione dei residui. Nessuna specifica informazione è stata offerta, ai fini della valutazione sulla logicità del giudizio compiuto in sede di merito, in ordine alle modalità con cui il processo di riutilizzo sarebbe stato realizzato.
In questa prospettiva, non può che osservarsi come la Corte territoriale abbia coerentemente escluso, con ragionamento niente affatto illogico, che nel caso di specie i residui vegetali di produzione venissero effettivamente destinati al riutilizzo come concime, avuto riguardo alle modalità di tenuta del materiale di risulta, abbandonato in stato di putrefazione all'interno di un canalone e senza la comprovata realizzazione di interventi diretti ad effettuarne il compostaggio attraverso gli ordinari processi di trasformazione e stabilizzazione delle sostanze.
E in questo modo la sentenza di merito ha espressamente escluso la riconducibilità dei residui di produzione in questione alla categoria dei sottoprodotti, avuto riguardo alla asserita sottoposizione del materiale organico a un processo di trasformazione preliminare.
Al contempo, osserva il Collegio che deve parimenti escludersi che i residui della lavorazione dei finocchi potessero, nella specie, essere ricondotti nella categoria degli ammendanti vegetali disciplinati dall'allegato 2 del d.lgs. n. 75 del 2010. Ciò in quanto, per un verso, la presenza di processi fermentativi esclude la possibilità di ricondurre il materiale in questione al novero degli "ammendanti vegetali semplici"; in quanto la provenienza da "attività agroindustriali" ne impedisce la riconducibilità agli ammendanti compostati "verdi" e in quanto le modalità di stoccaggio dei residui, al di fuori di "un processo controllato di trasformazione stabilizzazione di rifiuti" ne esclude, infine, la riferibilità alla categoria agli ammendanti compostati "misti".
In questo senso, la affermazione contenuta in ricorso secondo cui la putrefazione avrebbe in realtà rappresentato una fase del "compostaggio naturale", oltre a introdurre un elemento di fatto non suscettibile di alcuno scrutinio da parte di questo Collegio, cui è inibita ogni indagine su aspetti fattuali della vicenda processuale, concorre comunque a configurare l'esistenza di un processo di trasformazione del residuo di produzione che non soddisfa comunque i requisiti dettati dalla richiamata normativa speciale ai fini della esclusione dell'ordinario regime giuridico previsto per i "rifiuti".
Ne consegue, conclusivamente, la manifesta infondatezza del primo profilo di censura dedotto dai tre ricorrenti; e non avendo gli imputati formulato ulteriori doglianze rispetto a quella testé esaminata, deve essere ribadita la piena configurabilità dile contravvenzioni contestate ai capi a) e b).

1.2. Le considerazioni che precedono non devono, peraltro, obliterare il dato, pacificamente acquisito all'istruttoria di merito e significativamente pretermesso dai ricorrenti, relativo alla presenza nell'area, accanto ai residui di lavorazione dei finocchi, di altre tipologie di rifiuti, rinvenuti in particolare all'interno del canalone posto in una parte laterale del fondo: dai fusti per oli esausti, alle lastre di eternit interrate, ai sacchi in materiale plastico, anch'essi interrati, contenenti documenti riferibili all'azienda di T.G., alla carcassa di un'autovettura e di un elettrodomestico. Rifiuti che, anche in tal caso in maniera del tutto logica, i giudici di merito hanno ricondotto al novero dei rifiuti pericolosi, stante la loro pacifica sussumibilità all'interno di tale categoria in ragione della ben nota nocività alla salute di alcune delle sostanze in essi contenute (dall'amianto alle sostanze, anche cancerogene, contenute in oli e solventi rinvenuti all'interno del canalone).
Nessuna contraddizione, in questo senso, è rinvenibile nella motivazione delle sentenze impugnate, le quali hanno riqualificato le contravvenzioni contestate ai capi a) e b) dell'imputazione ai sensi dell'art. 256 comma 1, lett. a) dei d.lgs. n. 152 del 2006, sul presupposto del carattere non pericoloso dei rifiuti. Invero, le predette contestazioni concernevano, in realtà, la mera attività di gestione dei residui della produzione agricola dell'azienda di G. e non anche degli ulteriori rifiuti rinvenuti nel canalone sito nell'area oggetto delle operazioni di illecito smaltimento.
Pertanto, diversamente da quanto opinato dai ricorrenti, la ricostruzione accolta dai giudici di merito, la quale ha invece configurato, altresì, proprio in considerazione della presenza anche di rifiuti pericolosi, il reato di cui all'art. 256, comma 3 del d.lgs. n. 152 del 2006, relativo proprio alla realizzazione di una discarica abusiva di rifiuti pericolosi e non (capo c), nonché il reato di illecita miscelazione di rifiuti pericolosi e non, previsto dall'art. 187 dello stesso decreto (capo e), si palesa come perfettamente congrua e del tutto priva di contraddizioni logiche rispetto alle ricordate emergenze istruttorie. Peraltro, anche con riferimento a tali due fattispecie, del resto, le censure svolte dai ricorrenti concernono essenzialmente la qualifica di alcuni dei materiali rinvenuti sul fondo nei termini di "rifiuti pericolosi", senza che sia stata posta in discussione, con riferimento al primo reato, la natura di discarica rispetto al disordinato ammasso di rifiuti stabilmente presenti nell'area, fortemente degradata da tale presenza; e configurandosi pacificamente l'integrazione della seconda fattispecie una volta affermata la natura mista, pericolosa e non, dei rifiuti colà ammassati alla rinfusa.

Pertanto, anche le doglianze espresse in relazione ai profili appena esaminati sono manifestamente infondate.

1.3. Ad analogo giudizio deve, poi, pervenirsi in relazione alle generiche deduzioni difensive concernenti la configurabilità del reato paesaggistico.
Pacifico e non contestato, nel caso di specie, che l'area interessata dalle illecite attività in materia di rifiuti fosse tutelata sul piano paesaggistico, essendo stata dichiarata zona di notevole interesse pubblico con D.M. 28/03/1985, ritiene il Collegio che la realizzazione, in un contesto siffatto, di una discarica abusiva di rifiuti anche pericolosi, attuata anche mediante movimento di terra diretto ad occultare la presenza di sostanze gravemente nocivi, configuri la violazione contestata, la quale, originariamente qualificata come delitto, deve oggi essere riqualificata come contravvenzione. Infatti, la Corte costituzionale, con la sentenza 23 marzo 2016, n. 56 ha dichiarato "l'illegittimità costituzionale dell'art. 181, comma 1-bis, del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali del paesaggio), nella seguente parte «: a) ricadano su immobili od aree che, per le loro caratteristiche paesaggistiche siano stati dichiarati di notevole interesse pubblico con apposito provvedimento emanato in epoca antecedente alla realizzazione dei lavori; b) ricadano su immobili od aree tutelati per legge ai sensi dell'articolo 142 ed»".
Pertanto, l'attuale formulazione dell'art. 181 del Codice dei beni culturali è la seguente: "1. Chiunque, senza la prescritta autorizzazione o in difformità di essa, esegue lavori di qualsiasi genere su beni paesaggistici è punito con le pene previste dall'articolo 44, lettera c), del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380. 1-bis. La pena è della reclusione da uno a quattro anni qualora i lavori di cui al comma 1 abbiano comportato un aumento dei manufatti superiore al trenta per cento della volumetria della costruzione originaria o, in alternativa, un ampliamento della medesima superiore a settecentocinquanta metri cubi, ovvero ancora abbiano comportato una nuova costruzione con una volumetria superiore ai mille metri cubi".
Mentre in precedenza, dunque, la fattispecie incriminatrice apprestava una tutela maggiormente rigorosa per i beni vincolati in via provvedimentale laddove, per i beni vincolati per legge, il delitto di cui al comma 1-bis veniva in rilievo soltanto in caso di opere di notevole impatto volumetrico, la sentenza costituzionale ha ricondotto all'area contravvenzionale tutti i lavori eseguiti su beni paesaggistici, sia quelli vincolati attraverso il ricorso allo strumento provvedimentale, sia quelli vincolati per legge. L'unica ipotesi di delitto residuata, pertanto, concerne i lavori eseguiti su beni paesaggistici, qualora comportino il superamento delle soglie volumetriche indicate al comma 1-bis dell'art. 181 del d.lgs. n. 42 del 2004.
Nel caso in esame, la sentenza impugnata concerne, come detto, la realizzazione di una discarica abusiva in zona vincolata con D.M. 28/03/1985; e la natura provvedimentale del vincolo attraeva, pacificamente, il fatto nella fattispecie delittuosa di cui all'art. 181, comma 1-bis.
Attualmente, alla stregua della formulazione della norma conseguente alla dichiarazione di illegittimità costituzionale, l'esecuzione delle opere deve ritenersi attratta nella fattispecie contravvenzionale di cui al comma 1 dell'art. 181, non essendovi stato, alla stregua della descrizione contenuta nel capo di imputazione, cui si rimanda, alcun aumento volumetrico.
Peraltro, a seguito della riqualificazione del fatto contestato al capo d) come illecito contravvenzionale, deve dichiararsi, in relazione al medesimo, il non doversi procedere per intervenuta prescrizione, essendo il relativo termine decorso alla data del 12/02/2016.

2. Venendo, poi, alle censure dedotte con riferimento al delitto previsto dall'art. 635 cod. pen., contestato al capo H), esse attengono da un lato alla insussistenza degli elementi di fattispecie riconducibili al deterioramento funzionale del bene; e, dall'altro lato, alla mancata audizione dei testi in grado di riferire circa la qualità della falda acquifera del territorio di Boscoreale nonché dei tecnici che avevano eseguito le analisi sulle concentrazioni di soglia di contaminazione.

2.1. Sotto il primo profilo, i ricorrenti hanno dedotto che non sarebbe stato dimostrato il deterioramento funzionale della falda, non essendosi proceduto ad una compiuta analisi della stessa ed essendosi i controlli limitati alle analisi sul contenuto del pozzo artesiano, il quale, trovandosi "a monte" dell'area di deposito delle bucce di finocchio, non sarebbe stato inquinato da queste ultime, quanto dall'azione di numerosi "detrattori ambientali", come sarebbe stato dimostrato anche dalla presenza di batteri coliformi, rivelatori dell'esistenza di ulteriori fonti di inquinamento.
Rileva, nondimeno, il Collegio che le argomentazioni svolte in sede di impugnazione sembrano muovere da un equivoco e segnatamente dalla premessa che l'azione di inquinamento rilevata dalle analisi micro-biologiche condotte sulle acque del pozzo artesiano sia stata prodotta dai residui della lavorazione dei finocchi e non, come si ricava dalle sentenze di merito, dai rifiuti, anche pericolosi, presenti all'interno del fondo, sia in forma solida che liquida, sversati nel suolo senza alcuna cautela e, a cagione delle particolari caratteristiche geologiche dell'area, poste in luce dal consulente del Pubblico ministero, R.M., certamente suscettibili di arrivare alla falda acquifera sotterranea. E del resto, come correttamente posto in luce dai giudici di appello, la giurisprudenza di questa Corte è, comunque, ormai attestata nel senso che affinché ricorra la contestata fattispecie di danneggiamento è sufficiente che l'azione inquinante si produca sul sistema delle acque anche in maniera temporanea, producendo alterazioni che ne impediscano una piena fruizione da parte della collettività, sì da richiedere un qualunque effetto ripristinatorio (in argomento Sez. 3, n. 15460 del 10/02/2016, dep. 14/04/2016, Ingegneri, Rv. 267823; Sez. 3, n. 27478 del 30/05/2014, dep. 25/06/2014, Rosafio e altri, Rv. 259638; Sez. 3, n. 32797 del 18/03/2013, dep. 29/07/2013, P.G., R.C., Rubegni e altri, Rv. 256666; Sez. 4, n. 9343 del 21/10/2010, dep. 9/03/2011, Valentini, Rv. 249808).
Peraltro, proprio la natura pubblica del bene idrico, rende del tutto inconferente la tesi difensiva secondo cui i valori di riferimento per valutare l'effetto inquinante avrebbero dovuto essere parametrati sul consumo irriguo e non su quello umano, ovvero sull'uso riferito dal proprietario del fondo e non su quello, connesso al carattere pubblico del bene, che la collettività avrebbe potuto trarne, ivi compreso, quindi, anche l'uso umano.
E manifestamente infondata è, altresì, la censura relativa alla mancata valutazione dell'incidenza dei numerosi "detrattori ambientali", atteso che nella nozione di deterioramento, indicativa di una diminuzione funzionale o di valore del bene, rientrano pacificamente anche i casi in cui l'azione criminosa determini una progressione lesiva rispetto alle precedenti condizioni della cosa, in ipotesi già degradata (così Sez. 3, n. 27478 del 30/05/2014, dep. 25/06/2014, Rosafio e altri, Rv. 259638).

2.2. Quanto al secondo aspetto, relativo alla mancata assunzione di prove decisive, è appena il caso di rilevare come le osservazioni da ultimo svolte impongano di condividere integralmente la valutazione compiuta dalla Corte di appello in relazione alla richiesta di rinnovazione dell'istruzione dibattimentale, attraverso la ricordata istanza di audizione dei testi in relazione alle condizioni della falda.
Premesso che, pur non configurandosi, per le ragioni anzidette, alcun obbligo di rinnovazione dell'istruzione dibattimentale, essa può, comunque, essere disposta, ai sensi dell'art. 603, comma 1, cod. proc. pen., quale soluzione "di carattere eccezionale", quando il giudice, nella sua discrezionalità, "ritiene di non essere in grado di decidere allo stato degli atti" (Sez. U, n. 12602 del 17/12/2015, dep. 25/03/2016, Ricci, Rv. 266820), deve osservarsi, condividendo le valutazioni compiute in proposito dalla Corte territoriale, che, una volta ricostruito nei termini anzidetti il perimetro della fattispecie incriminatrice, sarebbe stato del tutto irrilevante approfondire l'istruttoria in relazione ai fenomeni di inquinamento diffusi nella zona in cui insisteva l'area di proprietà dei G..

Consegue alle considerazioni testé svolte che anche le censure mosse in relazione al delitto previsto dall'art. 635 cod. pen. devono ritenersi manifestamente infondate.

3. Riscontrata la correttezza del percorso ricostruttivo svolto, quanto alla configurabilità dei reati contestati, dalla sentenza impugnata, deve quindi affrontarsi la questione relativa alla specifica posizione di P.G., posta dal ricorrente con il suo primo motivo di impugnazione.
In proposito, rileva il Collegio che le argomentazioni svolte in sede di ricorso muovono dall'errato presupposto che la responsabilità dell'imputato sia stata affermata unicamente alla stregua di indicatori formali, quali la posizione di socio dell'azienda familiare e la sua qualifica di comproprietario del fondo.
In realtà, tali circostanze di fatto hanno costituito la premessa per un ragionamento probatorio, ineccepibile nella sue cadenze logiche, che ha ritenuto non contestabile il ruolo attivo svolto dal ricorrente, investito di importanti mansioni gestionali all'interno della società a base familiare, quale responsabile dei rapporti commerciali con i terzi, come tale sicuramente partecipe delle strategie aziendali e, dunque, certamente coinvolto anche nelle frequenti operazioni di smaltimento degli scarti di produzione, tanto più in quanto esse venivano realizzate all'interno di un fondo, di sua proprietà, recintato e chiuso da un cancello, che pertanto egli non poteva che avere reso disponibile alle necessità della società della sua famiglia e di cui, come detto, anch'egli faceva parte.
A fronte di tale ricostruzione, niente affatto illogica, il ricorrente si è limitato ad affermare, in maniera del tutto aspecifica, che i giudici di merito non avessero dimostrato la sua piena responsabilità, senza peraltro confrontarsi realmente con le argomentazioni sviluppate nella sentenza impugnata. Anche con riferimento a tale censura, dunque, il ricorso è manifestamente infondato.

4. Venendo, infine, alle censure relative ai vizi di motivazione, alla legittimità della confisca e del risarcimento dei danni è appena il caso di rilevare come esse si fondino su una serie di petizioni di principio, ovvero sostanzialmente su un complesso di premesse giuridico-fattuali che rimandano ai motivi in precedenza trattati.
Infatti, le doglianze svolte in punto di motivazione, ripropongono le medesime osservazioni critiche già articolate con i motivi riconducibili ai denunciati vizi di violazione di legge, peraltro in maniera del tutto generica e senza confrontarsi adeguatamente con le congrue e puntuali argomentazioni svolte dalle sentenze impugnate, sicché, come più volte affermato da questa Corte, deve ritenersi "inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi non specifici, ossia generici ed indeterminati, che ripropongono le stesse ragioni già esaminate e ritenute infondate e ritenute infondate dal giudice del gravame o che risultano carenti della necessaria correlazione tra le argomentazioni riportate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell'impugnazione" (così Sez. 4, n. 18826 del 9/02/2012, dep. 16/05/2012, Pezzo, Rv. 253849).
I motivi concernenti l'inapplicabilità della confisca e sulla erroneità delle statuizioni civili si fondano, invece, sul dato, già confutato, che P. G. fosse totalmente estraneo ai reati contestatigli, oltre che sulla apodittica affermazione per cui, non sussistendo i reati in questione, nessuna obbligazione civile avrebbe potuto configurarsi a carico dei tre imputati.

Ne deriva la manifesta infondatezza delle relative censure.

5. Alla luce delle considerazioni che precedono i ricorsi devono essere dichiarati inammissibili. Tuttavia, come in precedenza anticipato, deve osservarsi che a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 56 del 23 marzo 2016, il delitto contestato al capo d) deve essere riqualificato come contravvenzione, ben potendo l'illegalità della pena inflitta per imputazioni elevate ai sensi all'art. 181, comma 1-bis, D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, ma non più riconducibili all'ambito applicativo del predetto reato, essere rilevata d'ufficio, anche nel caso di ricorso inammissibile, con conseguente declaratoria di non doversi procedere per estinzione del reato, pur in assenza di specifiche censure da parte dei ricorrenti, qualora sia medio tempore maturata la prescrizione (Sez. 3, n. 35596 del 18/05/2016, dep. 29/08/2016, Esposito, Rv. 267651).
Peraltro, secondo il principio recentemente affermato dalle Sezioni unite di questa Corte, l'annullamento parziale senza rinvio pronunciato, per prescrizione, in relazione ad uno dei capi di imputazione non impedisce, in considerazione dell'autonomia dell'azione penale e dei rapporti processuali inerenti ai singoli capi di imputazione, che in relazione agli altri capi possa essere dichiarata l'inammissibilità dell'impugnazione, inibendo conseguentemente l'instaurazione di un valido rapporto processuale e precludendo, in questo modo, la possibilità di rilevare la prescrizione maturata dopo la sentenza di appello, che va pertanto dichiarata irrevocabile ai sensi dell'art. 624, comma 2 cod. proc. pen. (Sez. U, n. 6903 del 27/05/2016, dep. 14/02/2017, Aiello e altro, Rv. 268966).

[omissis]

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