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Risarcimento del danno e deposito incontrollato di rifiuti

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. VII
Data: 30/05/2019
n. 24000

In caso di reato di deposito incontrollato di rifiuti, così come previsto dal comma secondo dell’art. 256 D.Lvo n. 152/2006, oltre alla sanzione penale stabilita dalla norma, si può essere condannati anche a risarcire il danno che si è verificato a seguito del reato. La somma del risarcimento viene determinata sulla base di una valutazione discrezionale del Giudice, il quale però dovrà indicare quali circostanze ha considerato per il calcolo dell’ammontare del danno.  


Leggi la sentenza

Ritenuto in fatto

 

1.Con sentenza del 10 dicembre 2010 il Tribunale di Vicenza ha condannato L. e N. A. alla pena, sospesa per entrambi e col beneficio della non menzione in favore di N. A. , di euro 3000 di ammenda per il reato, così infine definito, di cui all'art. 256, comma 2, d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, oltre al risarcimento del danno in favore della parte civile.

 

2.Avverso la predetta decisione è stato proposto atto di impugnazione alla Corte di Appello di Venezia, infine riqualificato in ricorso per cassazione stante l'inappellabilità della decisione.

 

2.1.In particolare, attesa la periodicità delle verifiche circa il buono stato del pozzetto dalla cui base fessurata era infine fuoriuscito il liquido inquinante, i ricorrenti hanno osservato che poteva presumersi che la rottura dello stesso pozzetto si fosse verificata pochi giorni prima della denuncia della fuoriuscita del liquido stesso, sì che alcuna responsabilità - se non di natura oggettiva - poteva essere ascritta agli imputati. Tanto più che la stessa N. A. non si occupava di simili questioni, e ben poteva contare sull'altrui opera di controllo.

 

Oltre a ciò, la pena avrebbe dovuto essere contenuta nei minimi, al pari del risarcimento del danno.

 

2.2. E' stata infine depositata dal difensore rinuncia all'impugnazione.

 

Considerato in diritto

 

  1. I ricorsi sono inammissibili.

 

3.1.In relazione al proposto motivo di impugnazione, è infatti appena il caso di ricordare che è inammissibile il motivo di ricorso per cassazione che censura l'erronea applicazione dell'art. 192, comma terzo, cod. proc. pen., se è fondato su argomentazioni che si pongono in confronto diretto con il materiale probatorio, e non, invece, sulla denuncia di uno dei vizi logici, tassativamente previsti dall'art. 606, comma primo, lett. e), cod. proc. pen., riguardanti la motivazione della sentenza di merito in ordine alla ricostruzione del fatto (Sez. 6, n. 13442 del 08/03/2016, De Angelis e altro, Rv. 266924; Sez. 6, n. 43963 del 30/09/2013, Basile e altri, Rv. 258153; cfr. anche Sez. 6, n. 45249 del 08/11/2012, Cimini e altri, Rv. 254274).

 

3.1.1.In specie, vero è in primo luogo che gli odierni ricorrenti avevano in realtà proposto atto di appello nei confronti del provvedimento impugnato, ma trattandosi di provvedimento inappellabile le censure vanno direttamente rivolte a questo Giudice di legittimità.

 

 

Nell'impugnazione, peraltro, era stata richiesta l'assoluzione degli imputati per non avere commesso il fatto nonché, comunque e in subordine, l'assoluzione a norma dell'art. 530, comma 2, cod. proc. pen..

 

Dalla mera lettura dell'impugnazione non può non essere così riconosciuta la sola volontà di proporre mere considerazioni di merito, atteso che è stata espressamente censurata sotto tali profili la pronuncia di condanna, mediante riferimenti all'esito dell'istruttoria ed alle valutazioni probatorie colà dedotte.

 

In effetti, se l'atto di appello proposto avverso una sentenza inappellabile, come in specie, non può essere dichiarato inammissibile ma va appunto trasmesso alla Corte di cassazione (in forza della regola per la quale l'impugnazione è ammissibile indipendentemente dalla qualificazione data dalla parte, pur quando il giudice d'appello riscontri in essa censure soltanto in fatto, cfr. ad es. Sez. 3, n. 19980 del 24/03/2009, Passannante, Rv. 243655), i motivi illustrati non appartengono in ogni caso al vaglio di questa Corte.

 

In particolare, la stessa deduzione circa una non ammissibile applicazione della responsabilità oggettiva ha come presupposto una ricostruzione dei fatti che non è stata consacrata nel provvedimento censurato.

 

3.1.2.Del pari, quanto alle doglianze su quantificazione della pena ed entità del risarcimento del danno, anzitutto la liquidazione del danno morale è affidata ad apprezzamenti discrezionali ed equitativi del giudice di merito il quale ha, tuttavia, il dovere di dare conto (come in specie, trattando dell'inquinamento provocato, sebbene il risarcimento sia stato contenuto equitativamente in euro

400) delle circostanze di fatto considerate in sede di valutazione equitativa e del percorso logico posto a base della decisione (ad es. Sez. 4, n. 18099 del 01/04/2015, Lucchelli e altro, Rv. 263450). In relazione alla dosimetria della pena, poi, la determinazione della pena tra il minimo ed il massimo edittale rientra parimenti tra i poteri discrezionali del giudice di merito ed è insindacabile nei casi in cui la pena sia applicata in misura media e, ancor più, se prossima al minimo (come in specie), anche nel caso il cui il giudicante si sia limitato a richiamare criteri di adeguatezza, di equità e simili, nei quali sono impliciti gli elementi di cui all'art. 133 cod. pen. (Sez. 4, n. 21294 del 20/03/2013, Serratore, Rv. 256197).

 

3.2.La manifesta infondatezza del provvedimento censurato non può che condurre all'inammissibilità dei ricorsi (cfr., ex plurimis, Sez. 4, n. 38202 del 07/07/2016, Ruci, Rv. 267611).

 

4.Tenuto altresì conto della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che «la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità», alla declaratoria dell'inammissibilità medesima consegue, a norma dell'art. 616 cod. proc. pen. ed a carico di ciascun ricorrente, l'onere delle spese del procedimento nonché quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in euro 3.000,00.

 

Né l'intervenuta mera rinuncia all'impugnazione ha alcun rilievo al riguardo, tra l'altro non essendo stata allegata in proposito alcuna sopravvenuta carenza di interesse (cfr. Sez. 5, n. 28691 del 06/06/2016, Arena, Rv. 267373; Sez. 5, n. 39521 del 04/07/2018, Haeres Equita s.r.I., Rv. 273882).

 

(Omissis)

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