Top

Certificato di analisi: come si qualifica e quale deve essere il suo contenuto?

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 16/07/2019
n. 31213

Per qualificarsi come certificato di analisi rilevante per il reato di cui all’art. 258 c. 4 Dlvo 152/06, occorre che l'atto sia espressivo di una specifica professione abilitata e che, conseguentemente, fornisca informazioni sulla natura, sulla composizione e sulle caratteristiche chimico-fisiche dei rifiuti di riferimento, ovvero sulla loro "caratterizzazione". Così, la qualifica di certificato ben può prescindere dal “nome” utilizzato per identificarlo, rilevando, piuttosto, la sua funzione.


Leggi la sentenza

Ritenuto in fatto

 

1.Con sentenza del 5 marzo 2018, la Corte di Appello di Lecce confermava la sentenza del 23 marzo 2016 del tribunale di Brindisi, con la quale G.G. era stato condannato, ai sensi dell'art. 438 e ss. cod. proc. pen., alla pena di mesi otto di reclusione nonché al risarcimento dei danni nei confronti della costituita parte civile "I. N. Onlus ", in relazione al reato di cui agli artt. 110 cod. pen. 258 comma 4 Dlgs. 152/06 in relazione all'art. 483 cod. pen., perché, quale perito chimico, attestava falsamente in un rapporto di prova, che i rifiuti prodotti da un canile provenivano da piccola ristorazione, cancelleria e pulizia uffici e, conseguentemente, attribuiva il falso codice 20.3.01 in luogo di quello corretto 2.1.2006. In Mesagne il 11.2.2011.

 

2.Contro la predetta sentenza, ha proposto ricorso per cassazione, mediante il proprio difensore, G. G., deducendo un unico motivo di impugnazione, nonché la costituita parte civile "I. N. Onlus ", che ha dedotto un unico motivo di impugnazione; motivi che si riportano ai sensi dell'art. 173 disp. att. cod. proc. pen.

 

3.G.G.ha dedotto, in particolare, il vizio di cui all'art. 606 comma 1 lett. b) cod. proc. pen., per erronea applicazione dell'art. 258 comma 4 del Dlgs 152/06, dell'art. 184 del Dlgs 152/06 e dei punti 3.3.1. 3 e 3.2. dell' allegato D al decreto, nonché dell'allegato 1 al Dlgs. 36/03 punti 1.2 e 3. Secondo il ricorrente, la Corte di appello avrebbe errato nell'applicazione dell'art. 258 del Dlgs 152/06, laddove avrebbe ritenuto che, ai fini dell'applicazione della fattispecie sia sussumibile qualunque documento proveniente da un professionista che sia dottore in chimica, anche a prescindere dall'adozione di quelle precise metodologie tecniche che ne costituiscono il presupposto logico e giuridico necessario, per soddisfare l'esigenza di certezza pubblica affidata al certificato di analisi. Laddove, invece, il rapporto di prova attesta solo la ricezione del rifiuto da parte del chimico e lo svolgimento di una prova di laboratorio, senza lo svolgimento delle fasi conoscitive, che devono essere poste in essere per giungere ad un risultato certificato.

 

4.La parte civile "I. N. Onlus ", ha dedotto la violazione e falsa applicazione dell'art. 601 comma 4 cod. proc. pen., per la mancata notifica del decreto di citazione di appello alla medesima. Che quindi non ha potuto esercitare i propri diritti e prerogative anche in sede di gravame.

 

Considerato in diritto

1.Il ricorso proposto da G.G. è manifestamente infondato. Il ricorrente afferma la tesi della qualificabilità di un documento, in termini di certificato di analisi, in ragione, esclusivamente, dell'avvenuto svolgimento o meno, da parte del professionista legittimato, delle attività tecniche ritenute prodromiche alla certificazione.

 

In proposito, va evidenziato che con riguardo all'art. 258, comma 4, D.Lgs. n. 152 del 2006 - che punisce, richiamando quoad poenam l'art. 483 c.p., la predisposizione di un certificato di analisi di rifiuti contenente false indicazioni sulla natura, sulla composizione e sulle caratteristiche chimico-fisiche dei rifiuti medesimi nonché l'uso di certificato falso durante il trasporto -, la giurisprudenza di legittimità ha precisato che il certificato risponde ad una esigenza di certezza pubblica. Esso proviene da soggetto qualificato ed abilitato all'esercizio di una specifica professione che, nel caso previsto dal D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 258, comporta l'esternazione di dati, precedentemente acquisiti attraverso specifiche metodologie, concernenti natura, composizione e caratteristiche del rifiuto.

 

Sono stati dunque evidenziati i connotati qualificanti il documento, ai fini della sua qualificazione come certificato rilevante ai sensi del citato articolo 258: occorre che l'atto sia espressivo di una specifica professione abilitata e che, conseguentemente, fornisca informazioni sulla natura, sulla composizione e sulle caratteristiche chimico-fisiche dei rifiuti di riferimento, ovvero sulla loro "caratterizzazione".

 

Consegue, quale ulteriore corollario, che la qualifica di certificato in esame ben può prescindere dal nomen utilizzato, rilevando, piuttosto, la funzione o volontà, qualificata, enucleabile dall'atto.

 

Tale ricostruzione ermeneutica si conforma, da una parte, ai concetti generali in tema di certificazione, che presuppone un centro di potere o competenze e l'esplicazione delle medesime mediante l'indicazione di dati qualificati; dall'altra, ai principi in tema di interpretazione degli atti giuridici, secondo cui ciò che rileva, per determinarne la natura e il contenuto, è, a seconda del settore, pubblico o privato, di riferimento, la funzione ovvero la volontà esplicata.

 

Tanto precisato, può aggiungersi che l'adozione di precise metodologie, funzionali alle determinazioni certificatorie finali, può integrare la procedura che deve precedere l'illustrazione finale, contenuta nel certificato, sulla natura, sulla composizione e sulle caratteristiche chimico-fisiche dei rifiuti medesimi.

 

Essa non va quindi confusa, occorre sottolinearlo, con i dati informativi che consentono di qualificare un documento come certificato di analisi e che vengono in rilievo ancor prima della verifica della sua veridicità; piuttosto, può venire in considerazione nella ulteriore, e distinta fase di accertamento, eventuale, della genuinità delle informazioni qualificate fornite.

 

In altri termini, la tematica introdotta dal ricorrente, in ordine all'effettiva esplicazione o meno delle tecniche che dovrebbero presiedere alla formulazione dei dati certificati, non incide sulla qualificazione del documento quale certificato di analisi, bensì rileva sul diverso piano della relativa genuinità ovvero della correttezza delle conclusioni raggiunte.

 

La Corte di appello ha mostrato di fare applicazione dei predetti principi, laddove ha valorizzato la provenienza dell'atto in parola da soggetto professionalmente competente ed il contenuto illustrativo della natura, composizione e caratteristiche chimico-fisiche dei rifiuti di riferimento, ovvero della loro "caratterizzazione"; tanto da riportare anche la precisa classificazione con l'attribuzione del codice C.E.R. 20.03.01 nonché la relativa "abbancabilità in una discarica per rifiuti non pericolosi". Oltre che la corrispondenza contenutistica con altro documento di analisi redatto dal ricorrente "e denominato certificato di analisi".

 

2.Manifestamente infondato è anche il ricorso proposto dalla parte civile. E' noto il principio per cui l'omessa notifica del decreto di citazione, avanti il giudice di appello, alla parte civile regolarmente costituita nel corso del giudizio di primo grado, determina la nullità di cui all'art. 178, comma primo, lett. c) - concernente la violazione delle norme che prevedono l'intervento, l'assistenza e la rappresentanza di una parte privata -, sottoposta al regime di cui all'art. 180 cod. proc. pen.; essa, ove tempestivamente dedotta, comporta l'annullamento della sentenza, impugnata ai soli effetti civili, con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello (Sez. 2, n. 10813 del 13/12/2011 (dep. 20/03/2012 ) Rv. 252470 - 01 Panza).

 

Nel caso concreto inoltre, risulta effettivamente la mancata notifica, in favore della ricorrente parte civile, del decreto di citazione in grado di appello.

 

Va tuttavia rilevato che la norma processuale violata, di cui all'art. 601 comma 4 cod. proc. pen., è funzionale all'intervento, rappresentanza e assistenza della parte privata a tutela degli interessi di riferimento/ Che nel caso in esame si traducono processualmente nell'avvenuto riconoscimento della responsabilità dell'imputato con correlate determinazioni agli effetti civili e nella conferma di tali statuizioni, comunque intervenuta, in grado di appello.

 

Emerge in tal modo, la necessità di verificare - nel predetto concreto quadro giuridico - se sussista l'interesse ad impugnare della parte civile ricorrente.

 

In proposito, va osservato che l'interesse ad impugnare si identifica con l'interesse al risultato del giudizio sull'impugnazione; ne consegue che, nella valutazione della sussistenza o meno dell'interesse della parte ad impugnare, è necessario prendere in esame i due aspetti di tale interesse e cioè quello processuale e quello sostanziale. Quest'ultimo deve risolversi in un "vantaggio", in una "utilità" in senso obiettivo, per la parte impugnante. Si è pertanto osservato, con considerazioni valevoli anche per la parte civile, che se l'impugnazione proposta dall'imputato, per una qualsiasi causa, non può portare ad una modificazione degli effetti del provvedimento impugnato, non può cioè conseguire il risultato di porre riparo al pregiudizio dedotto, non vi è interesse (cfr. Sez. 6, n. 1473 del 02/04/1997 Rv. 207488 - 01 Pacifico). Le Sezioni unite hanno ribadito questo concetto laddove hanno rappresentato che l'interesse richiesto dall'art. 568, comma 4, cod. proc. pen., quale condizione di ammissibilità di qualsiasi impugnazione, deve essere correlato agli effetti primari e diretti del provvedimento da impugnare e sussiste solo se il mezzo di impugnazione proposto sia idoneo a costituire, attraverso la eliminazione di un provvedimento pregiudizievole, una situazione pratica più vantaggiosa per l'impugnante rispetto a quella esistente (Sez. U, n. 29529 del 25/06/2009 Ud. (dep. 17/07/2009) Rv. 244110 - 01 De Marino).

 

Orbene, con l'intervenuta conferma della sentenza di condanna primo grado nei confronti dell'imputato, ha trovato tutela anche l'interesse della parte civile, pur in assenza della relativa partecipazione al giudizio di gravame. Consegue che tra gli effetti primari e diretti dell'eventuale eliminazione del provvedimento impugnato in questa sede, non ricorre una situazione pratica più vantaggiosa per l'impugnante, rispetto a quella esistente. Per cui è insussistente nel caso concreto l'interesse ad impugnare della parte civile ricorrente.

 

3.Sulla base delle considerazioni che precedono, la Corte ritiene pertanto che i ricorsi debbano essere dichiarati inammissibili, con conseguente onere per i ricorrenti, ai sensi dell'art. 616 cod. proc. pen., di sostenere le spese del procedimento. Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte costituzionale in data 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che i ricorsi siano stati presentati senza "versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità", si dispone che i ricorrenti versino la somma, determinata in via equitativa, di euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

 

(Omissis)

© Riproduzione riservata