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Abbruciamento di materiali vegetali per concimare il terreno: quando non è gestione di rifiuti?

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. sez. IV
Data: 26/03/2019
n. 13153

La norma di cui all’art. 182 comma 6 bis del D.Lvo n. 152/06 precisa a quali condizioni il raggruppamento e l’abbruciamento di paglia, gli sfalci e le potature e altro materiale agricolo o forestale naturale non pericoloso siano da ritenersi non attività di gestione di rifiuti, bensì normali pratiche agricole consentite e rientrino, pertanto, nell’ambito delle esclusioni di cui all’art. 185 D.Lvo n. 152/06. Tra le suddette condizioni, la cui sussistenza deve essere provata da colui che chiede l’applicazione della norma derogatoria, vi è il rispetto della decretazione regionale in materia di prevenzione del rischio per gli incendi boschivi.  


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Ritenuto in fatto

 

1.Con ordinanza del 27 ottobre 2017 il Tribunale di Avellino, quale Giudice del riesame delle misure cautelari reali, aveva rigettato l'appello proposto dal Pubblico Ministero avverso la pronuncia di rigetto, da parte del Giudice per le indagini preliminari, della richiesta di sequestro preventivo di cumuli di fogliame e comunque di residui della combustione in località Sant'Andrea Apostolo del Comune di Solofra, nell'ambito del procedimento penale a carico di Giuseppe Trasi, Mario Ingino e Massimo De Vita per i reati di cui agli artt. 110 cod. pen. 182 e 256, comma 1, lett. a) d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152 commessi in Solofra il 24 settembre 2017.

 

2.Avverso il predetto provvedimento il Pubblico Ministero aveva proposto ricorso per cassazione per violazione di legge quanto agli artt. 321 cod. proc. pen., 256, comma 1, e 182, comma 6 - bis, d.lgs. 152 cit., ed in relazione al negato fumus del delitto contestato, sostenendo che la combustione di residui vegetali durante il periodo di massimo rischio per gli incendi boschivi costituisce un'attività illecita di gestione dei rifiuti, da ritenersi sempre vietata. In secondo luogo il ricorrente aveva affermato che, contrariamente all'orientamento di legittimità, il Tribunale di Avellino aveva ritenuto che incombesse al pubblico ministero la prova della sussistenza formale dell'abbruciamento non in piccoli cumuli ed in quantitativi giornalieri non superiori a tre metri steri, trattandosi di elementi costitutivi del reato, laddove al contrario la disciplina esonerativa rappresenta norma eccezionale derogatrice della disciplina ordinaria.

 

2.La Terza Sezione penale della Corte di Cassazione (sentenza n.48397/2018), in accoglimento del ricorso, aveva disposto l'annullamento dell'ordinanza del Tribunale di Avellino, per la seguente ragione: «L'art. 182 cit. stabilisce, nel comma 6-bis, che "le attività di raggruppamento e abbruciamento in piccoli cumuli e in quantità giornaliere non superiori a tre metri steri per ettaro dei materiali vegetali di cui all'articolo 185, comma 1, lettera f), effettuate nel luogo di produzione, costituiscono normali pratiche agricole consentite per II reimpiego dei materiali come sostanze concimanti o ammendanti, e non attività di gestione dei rifiuti. Nei periodi di massimo rischio per gli incendi boschivi, dichiarati dalle regioni, la combustione di residui vegetali agricoli e forestali è sempre vietata. I comuni e le altre amministrazioni competenti in materia ambientale hanno la facoltà di sospendere, differire o vietare la combustione del materiale di cui al presente comma all'aperto in tutti i casi in cui sussistono condizioni meteorologiche, climatiche o ambientali sfavorevoli e in tutti i casi in cui da tale attività possano derivare rischi per la pubblica e privata incolumità e per la salute umana, con particolare riferimento al rispetto dei livelli annuali delle polveri sottili (PM10)". E' stato così osservato che la norma pone una serie di condizioni che riguardano, nell'ordine: 1) la tipologia dell'attività (raggruppamento e abbruciamento); 2) la quantità di materiale (piccoli cumuli e in quantità giornaliere non superiori a tre metri steri per ettaro); 3) la tipologia dei materiali (materiali vegetali di cui all'articolo 185, comma 1, lettera f); 4) il luogo in cui l'attività descritta deve svolgersi (luogo di produzione). Concorrendo tutte queste condizioni, le attività descritte non rientrano nell'ampia nozione di gestione e si ritiene costituiscano "normali pratiche agricole", consentite, però, "per il reimpiego dei materiali come sostanze concimanti o ammendanti", ponendosi, così, un'ulteriore condizione per l'operatività della deroga. In altre parole, un'attività che, in base alle regole generali, rientrerebbe, per come svolta, tra quelle di smaltimento, a determinate condizioni viene sottratta alla disciplina comune per espressa deroga contenuta nell'art. 182, comma 6-bis, d.lgs. 152 cit.. L'art. 182 comma 6-bis esclude quindi che costituisca smaltimento, fase residuale della gestione dei rifiuti, la combustione, con le modalità ed alle condizioni descritte, di materiali che, per origine non sono rifiuti, poiché vengono richiamati i "materiali vegetali" di cui all'articolo 185, comma 1, lettera f), che sono, appunto, esclusi dalla disciplina di settore. Tale esclusione, tuttavia, non riguarda tutti i materiali vegetali, senza distinzione di sorta, ma soltanto, come si è visto, quelli che rispettino le ulteriori condizioni che la richiamata disposizione prevede e che riguardano, come già detto, provenienza, natura e, soprattutto, destinazione successiva (normali pratiche agricole e zootecniche o utilizzazione in agricoltura, nella silvicoltura o per la produzione di energia), con la conseguenza che tutto ciò che non presenta tali requisiti è da considerarsi rifiuto, soggetto, quindi, alla disciplina ordinaria ed alle relative sanzioni, quali quelle previste per la gestione in assenza di titolo abilitativo. In particolare, ricorrendone ovviamente i presupposti, andranno applicate le sanzioni di cui all'art. 256 cit. e, nel caso i fatti siano commessi in territorio soggetto alla disciplina emergenziale, quelle previste dal quasi speculare art.6 I.n.210/2008. In definitiva, pertanto, le attività di raggruppamento e abbruciamento in piccoli cumuli dei materiali vegetali di cui all'art. 185, comma 1, lettera f), effettuate con le modalità ed alle condizioni indicate dall'art. 182, comma 6-bis non rientrano tra le attività di gestione dei rifiuti, non costituendo smaltimento, e non integrano alcun illecito. Al di fuori di tali modalità e condizioni non opera alcuna deroga e divengono applicabili le sanzioni previste dall'art. 256 d.lgs. 152 del 2006 per l'illecita gestione di rifiuti. Oltre a ciò, il ricorrente ha altresì correttamente evocato i principi più volte espressi in tema di distribuzione dell'onere probatorio, cui non si è invece attenuta l'ordinanza impugnata. Infatti, come più volte affermato da questa Corte, l'eventuale applicazione di norme aventi natura eccezionale e derogatoria rispetto alla disciplina ordinaria in tema di rifiuti fa sì che l'onere della prova circa la sussistenza delle condizioni di legge debba essere assolto da colui che ne richiede l'applicazione e quindi, come in specie e diversamente da quanto ritenuto dal provvedimento impugnato, sull'autore del trattamento contestato».

 

3.Il Tribunale di Avellino, con l'ordinanza in epigrafe, ha nuovamente rigettato l'appello del pubblico ministero per le seguenti ragioni: a) con l'appello non è stata impugnata la parte dell'ordinanza che aveva ritenuto non superato il limite di tre metri steri per ettaro di materiale vegetale bruciato; b) i cumuli giacevano in un castagneto; c) i residui delle sostanze vegetali bruciate e accumulate hanno alto valore concimante rispetto alla piantagione, per cui è dimostrato il fine di reimpiego per la concimazione; d) la natura del materiale edil tempo trascorso dal settembre 2017 lasciano ragionevolmente ritenere che i beni di cui si chiede il sequestro siano venuti fisicamente meno per decomposizione ovvero dispersione.

 

4.Ricorre per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Avellino censurando l'ordinanza, con un primo motivo, per violazione dell'art.627, comma 3, cod.proc.pen. Con l'ordinanza impugnata il tribunale ha nuovamente operato il vaglio di irrilevanza penale della combustione di residui vegetali destinati al reimpiego per la concimazione sebbene la Suprema Corte, con la sentenza rescindente, avesse affermato il principio di diritto in base al quale l'incenerimento di residui vegetali effettuato nel luogo di produzione al di fuori delle condizioni previste dall'art.182, comma 6 - bis, primo e secondo periodo, d.lgs.n.152/2006 integra il reato di smaltimento non autorizzato di rifiuti speciali non pericolosi di cui all'art.256, comma 1, lett. a) d.lgs.n.152/2006, così esplicitamente ribadendo il consolidato orientamento secondo il quale la combustione di residui vegetali non è mai consentita durante il periodo di massimo rischio per gli incendi boschivi. La combustione eseguita durante il periodo di massimo rischio dichiarato con Decreto della Regione Campania n.33 del 4 luglio 2017 avrebbe dovuto considerarsi vietata anche perché ritualmente contestata con l'incolpazione provvisoria. Secondo il Procuratore ricorrente, dunque, l'ordinanza si pone in contrasto con il principio di diritto enunciato dalla Corte di Cassazione e viola l'art.627, comma 3, cod.proc.pen.

 

Con il secondo motivo deduce violazione degli artt.321 cod.proc.pen., 256, comma 1, lett.a) d.lgs.n.152/2006 e 182, comma 6-bis, d.lgs.n.152/2006. Come evidenziato dalla giurisprudenza della Suprema Corte, il secondo periodo dell'art.182, comma 6-bis, T.U.A. deve essere interpretato nel senso che la combustione di residui vegetali durante il periodo di massimo rischio per gli incendi boschivi costituisce un'attività illecita di gestione di rifiuti in quanto attiene ad un processo ambientalmente insalubre, pericoloso e perciò non consentito dalla normativa; la deroga al regime penale dei rifiuti è norma non suscettibile di interpretazione analogica in quanto eccezionale rispetto al regime generale della gestione dei rifiuti. Affermando che si possa ritenere che i beni dei quali si chiede il sequestro siano fisicamente venuti meno in quanto decomposti o dispersi, il tribunale omette di considerare che la gestione irregolare dei rifiuti, anche vegetali, cessa solo con l'accertamento del venir meno della situazione di antigiuridicità con il rilascio dell'autorizzazione amministrativa, con la regolare rimozione dei rifiuti o con la bonifica dell'area, ovvero con il sequestro che sottrae la disponibilità dei rifiuti fino al completamento delle procedure di regolare smaltimento disciplinate dalla legge.

 

Considerato in diritto

 

1.Il ricorso è infondato per le ragioni che si vanno ad esporre.

 

2.Occorre ricordare che i provvedimenti pronunciati dal giudice di merito in fase di rinvio, secondo l'art.628, comma 2, cod.proc.pen., possono essere impugnati soltanto per motivi non riguardanti i punti già decisi dalla Corte di Cassazione, ovvero nel caso in cui il giudice di rinvio non si sia uniformato alle questioni di diritto decise dalla Corte. Va inoltre premesso che, a norma dell'art.325 cod.proc.pen., il ricorso per cassazione avverso le ordinanze emesse ai sensi dell'art.322 bis cod.proc.pen. può essere proposto soltanto per violazione di legge. Secondo quanto affermato dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite (Sez. U, n. 5876 del 28/01/2004, Ferazzi, Rv. 22671001), nel concetto di violazione di legge può comprendersi la mancanza assoluta di motivazione o la presenza di motivazione meramente apparente in quanto correlate all'inosservanza di precise norme processuali, quali ad esempio l'art. 125 cod.proc.pen., che impone la motivazione anche per le ordinanze, ma non la manifesta illogicità della motivazione, che è prevista come autonomo mezzo di annullamento dall'art. 606, lett. e), cod.proc.pen., ne' tantomeno il travisamento del fatto non risultante dal testo del provvedimento. Tali principi sono stati ulteriormente ribaditi successivamente dalle stesse Sezioni Unite (Sez. U, n. 25932 del 29/05/2008, Ivanov, Rv. 23969201, secondo cui nella violazione di legge debbono intendersi compresi sia gli errores in iudicando o in procedendo, sia quei vizi della motivazione così radicali da rendere l'apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento o del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidonei a rendere comprensibile l'itinerario logico seguito dal giudice).

 

3.La questione interpretativa posta dal primo motivo di ricorso concerne l'individuazione delle condizioni alle quali possano essere incluse nella fattispecie tipica del reato di attività di gestione di rifiuti non autorizzata sanzionata dall'art.256, comma 1, d.lgs. n.152/2006 le attività di raggruppamento e abbruciamento, in piccoli cumuli e in quantità giornaliere non superiori a tre metri steri per ettaro, dei residui vegetali. Queste attività sono qualificabili come normali pratiche agricole e sono consentite in quanto siano svolte con l'obiettivo di produrre sostanze concimanti, in quanto tali non classificabili come rifiuti (Sez.3, n. 38658 del 15/06/2017, Pizzo, Rv. 27089701). Qualora tali attività che, alle condizioni dell'art.182, comma 6 - bis, d. Igs. n.152/2006, non sono classificabili come attività di gestione di rifiuti, vengano esercitate nei periodi di massimo rischio per gli incendi boschivi, dichiarati tali dalle Regioni, la seconda parte del medesimo art.182, comma 6 - bis, cit. le dichiara «sempre vietate».

 

3.1. La sentenza rescindente aveva posto a carico del giudice di rinvio l'obbligo di verificare, ove ritenesse di confermare il diniego di sequestro preventivo, se sussistessero tutte le condizioni (concernenti la tipologia dell'attività, la quantità di materiale, la tipologia dei materiali ed il luogo in cui l'attività fosse eseguita) utili ad escludere, a norma dell'art.182, comma6 - bis, cit. che la condotta contestata all'imputato fosse inquadrabile nell'attività di gestione di rifiuti; la pronuncia di annullamento non specificava, tuttavia, se la norma in esame, derogatoria rispetto alla disciplina dei rifiuti, dovesse interpretarsi nel senso che si dovesse accertare, quale ulteriore requisito, il rispetto della decretazione regionale in materia di prevenzione del rischio per gli incendi boschivi. Secondo quanto si legge nella sentenza rescindente, infatti, è da considerare rifiuto tutto ciò che viene incenerito, trattandosi della fase residuale della gestione dei rifiuti, al di fuori delle condizioni poste dalla norma, senza però che si possa evincere dal tenore della pronuncia di annullamento se vi sia ricompresa l'assenza del divieto di combustione di residui vegetali agricoli e forestali posto dalla Regione in periodo di massimo rischio per gli incendi boschivi.

 

3.2.Occorre, in proposito, considerare che i residui vegetali agricoli e forestali destinati alle normali pratiche agricole sono esclusi dal campo di applicazione delle norme in materia di gestione dei rifiuti a norma dell'art.185, comma 1, lett.f) d. Igs. n.152/2006, al quale rimanda l'art.182, comma 6 - bis, cit.; è, tuttavia, la stessa norma da ultimo citata che pone un divieto assoluto di combustione di residui vegetali agricoli e forestali in quei periodi dell'anno che presentano massimo rischio per gli incendi boschivi, così introducendo un limite all'attività di combustione in esame la cui violazione, così come per le altre condizioni, trasforma, secondo il ricorrente, una condotta lecita in gestione non autorizzata di rifiuti in quanto certamente priva di titolo abilitativo (Sez.3, n.30625 del 8/02/2018, Pecchia, n.m.).

 

3.3.La lettura della norma nel senso proposto dal Procuratore ricorrente è conforme alla plurioffensività dell'illecito in questione ed alle finalità di protezione, sia dell'ambiente che della salute umana, enunciate dall'art.177 d.lgs. n.152/2006; è, inoltre, in linea con la tutela anticipata dettata dal legislatore al fine di prevenire rischi connessi alla gestione dei rifiuti non solo per la salute dell'uomo ma anche per l'acqua, l'aria, il suolo, la fauna e la flora (art.177, comma 4, letta) d. Igs. n.152/2006).

 

3.4.Il Tribunale di Avellino, nuovamente investito del riesame dell'ordinanza di rigetto dell'istanza di sequestro preventivo in fase di rinvio, aveva l'obbligo di accertare il fumus in merito alla sussistenza o meno di tutti i presupposti di applicabilità della disciplina derogatoria alle regole che sanzionano la combustione di rifiuti. Aveva l'obbligo di tenere conto del principio espresso dalla Corte di Cassazione in base al quale la norma che deroga alla normativa sui rifiuti subordina la liceità delle attività di raggruppamento e abbruciamento in piccoli cumuli di materiali vegetali ad una serie di modalità e condizioni la cui esistenza deve essere provata da colui che chiede l'applicazione della norma derogatoria, ossia nel caso in esame sull'autore del trattamento contestato. Tuttavia, aveva anche l'obbligo di valutare la condizione, non espressamente decisa ma menzionata nel capo d'imputazione, inerente alla prova del tempo in cui la condotta di combustione si era realizzata, rilevante secondo quanto disposto dall'articolo 182, comma 6 - bis, seconda parte d. Igs. n.152/2006, al fine di stabilire se la produzione dei residui vegetali fosse avvenuta a seguito di combustione effettuata in periodo decretato a rischio di incendi boschivi.

 

4.Deve, tuttavia, considerarsi che la conferma del provvedimento di diniego del sequestro preventivo è stata motivata non solo con la insussistenza del fumus dell'illecito penalmente rilevante, ma anche con l'esclusione del periculum in mora.

 

4.1.Sebbene sia stato affermato nella giurisprudenza di legittimità che la condotta di gestione irregolare dei rifiuti cessa non solo con la rimozione dei rifiuti ma anche con la bonifica dell'area ovvero con il sequestro, si tratta di principio espresso in relazione al diverso reato di gestione di discarica abusiva, connotato dall'intrinseca pericolosità dei rifiuti (art.256, comma 3, d.lgs. n.152/2006).

 

4.2.Il requisito costituito dal periculum in mora presuppone la sussistenza di un pericolo concreto e attuale e l'accertamento, con ragionevole certezza, del rischio di utilizzazione del bene per la commissione di ulteriori reati o per l'aggravamento o la prosecuzione di quello per cui si procede (Sez. 6, n. 18183 del 23/11/2017, dep.2018, Polifroni, Rv. 27292801). Sotto tale profilo il provvedimento impugnato, che ha fatto riferimento al lasso di tempo trascorso dall'attività di combustione a fronte della contestazione di una condotta in ipotesi commessa il 24 settembre 2017, non è censurabile.

 

4.3.Essendo allegato che l'illiceità della condotta derivasse dal rischio di incendi boschivi esistente all'epoca del fatto, e non essendo dedotto che la combustione fosse ancora in corso, il periculum in mora non si sarebbe potuto né dovuto valutare in relazione alla permanenza sul suolo dei residui vegetali inceneriti, non residuando, così come indicato nel provvedimento impugnato, alcun pericolo concreto ed attuale che le sostanze incenerite, non altrimenti qualificabili come rifiuti, potessero produrre ulteriore danno o rischio per l'ambiente e per la salute umana.

 

5. Conclusivamente, il ricorso deve essere rigettato.

 

[Omissis]

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