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Materiali edili di risulta collocati in area recintata: sono rifiuti?

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. VII
Data: 17/07/2020
n. 21289

Un bene diventa rifiuto ex art. 183 co. 1 lett. a) del D.L.vo 152/2006 al verificarsi della circostanza del “disfarsi” e non è di certo la recinzione o la chiusura dell’area sulla quale sono stati sversati i rifiuti ad escludere la volontà di disfarsene, la quale va al contrario improntata al criterio oggettivo della destinazione naturale del bene all'abbandono, ossia dalla circostanza che si tratti di una superficie fino a poco tempo prima del tutto intatta, benché da tempo sostanzialmente abbandonata, e dall'accumularsi del materiale ivi riversato nel tempo.  (Nel caso di specie, l’imputato trasportava e collocava materiali edili di risulta in un’area ubicata nei pressi di una pineta, vicina alla propria abitazione, delimitata da un cancello chiuso con lucchetto.)  


Leggi la sentenza

Ritenuto in fatto 

 

1. Con la sentenza in epigrafe indicata il Tribunale di Torre Annunziata ha condannato G. G. alla pena di 15.000,00 euro di ammenda ritenendolo responsabile del reato di cui all'art. 256 d. Igs. 152/2006 per aver ripetutamente effettuato attività di trasporto di rifiuti, costituiti da materiali edili di risulta, in un'area ubicata nei pressi di una pineta nelle immediate adiacenze di abitati chiusa da un cancello.
2. Avverso tale sentenza l'imputato ha proposto ricorso per cassazione articolando tre motivi.
2.1. Con il primo motivo contesta, in relazione al vizio di violazione di legge riferito all'art. 256 d. Igs. 152/2006, che il materiale scaricato corrispondesse alla nozione giuridica di "rifiuto" che, presupponendo l'attività dell'abbandono da parte dell'agente, contrastava con la circostanza che l'area fosse delimitata da un cancello chiuso con catena un lucchetto, indice del fatto che l'imputato li avesse solo temporaneamente ivi collocati, e che comunque disponesse di un titolo all'utilizzo dell'area. Deduce che in ogni caso dall'espletata istruttoria era emerso che nel fondo vi erano altri oggetti, anch'essi definiti come rifiuti, non rientranti nella contestazione accusatoria che menziona soltanto materiali edili, senza che la Procura avesse ritenuto di modificare l'imputazione.
2.2. Con il secondo motivo contesta, in relazione al vizio motivazionale, l'addebitabilità all'imputato di diverse tipologie di rifiuti essendogli stato contestato solo il trasporto e lo sversamento di materiali edili di risulta. Lamenta altresì l'illogicità della motivazione nella parte in cui afferma che ad effettuare il trasporto e lo sversamento dei rifiuti, quantunque l'imputato fosse stato visto dai testi soltanto due volte, sarebbe stata sempre la stessa persona, sostenendo che si tratti di affermazione frutto di premesse erronee, tenuto conto che l'istruttoria non aveva consentito di appurare che il fondo fosse sempre chiuso e che altri non potessero avere avuto ivi accesso e che pertanto erano stati ritenuti provati fatti e circostanze non emersi dal dibattimento.
2.3. Con il terzo motivo lamenta l'eccessività della pena calcolata in forza della quantità dei rifiuti rinvenuti nell'area che non potevano essere nel loro insieme ricondotti alla condotta dell'imputato in mancanza di alcun accertamento che egli fosse stato l'unico soggetto a depositarli in tale luogo

 

Considerato in diritto
1. Il primo motivo ed il secondo motivo, da esaminarsi congiuntamente in quanto tra loro intrinsecamente connessi, si compendiano in censure meramente fattuali e comunque non scandite dalla necessaria critica delle argomentazioni poste a base della sentenza impugnata. Nessuna rilevanza riveste la circostanza che siano state trasportate nel fondo diverse tipologie di rifiuti e non esclusivamente i materiali edili di risulta contestati nell'imputazione.
L'accertata risultanza, lungi dal configurare un mutamento del fatto il quale ricorre solo in presenza di una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l'ipotesi astratta prevista dalla legge, in modo che si configuri un vero e proprio stravolgimento dei termini dell'accusa, a fronte dei quali l'imputato è impossibilitato a difendersi (Sez. 1, n. 28877 del 4/6/2013, Colletti, Rv. 256785), corrisponde a tutti gli effetti alla fattispecie criminosa contestata: la condotta, infatti, è rimasta invariata nei suoi termini soggettivi (eventuali qualifiche dell'agente) ed oggettivi (imputazione di smaltimento di rifiuti non pericolosi in difetto di autorizzazione), al pari del titolo di reato ascritto e riconosciuto (art. 256, comma 1, lett. a, d. Igs. n. 152 del 2006), risultando mutata soltanto la qualificazione assegnata al materiale di diverse tipologie, e non soltanto di natura edile, ma comunque rientrante nell'ambito dei rifiuti non pericolosi così come contestato nell'imputazione. Trattasi di un mutamento del tutto "neutro", dunque, che, per un verso, ha costituito uno dei possibili epiloghi del giudizio, e che e, per altro verso, non ha costituito limite alcuno all'esercizio delle prerogative difensive.
Del resto, il ricorrente non contesta affatto il trasporto da parte propria nell'area de qua dei materiali, edili o di qualunque altra tipologia fossero - peraltro univocamente comprovata dalle deposizioni dei testi P. ed I. che hanno identificato il G. come il soggetto che avevano visto portare a bordo di un furgone per ben due volte il materiale abbandonato nel fondo limitrofo alla propria abitazione -, ma sostiene, invece, che gli stessi non potessero essere considerati "rifiuti" non risultando che di tali oggetti egli intendesse disfarsi, ma soltanto depositarli temporaneamente nel terreno, per il quale aveva esibito anche un titolo, chiuso con tanto di catena e lucchetto.
Va al riguardo chiarito che la nozione di rifiuto, desumibile dalla formulazione dell'art. 183, comma 1, lett. a), del testo unico attualmente vigente, comprende "qualsiasi sostanza o oggetto che rientra nelle categorie riportate nell'allegato A alla parte quarta del presente decreto e di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l'obbligo di disfarsi." Sicché, per la relativa definizione deve farsi esclusivo riferimento al concetto di abbandono, utilizzato dal legislatore nella disposizione citata. Al di là del rilievo che un contratto preliminare di compravendita non è di per sé idoneo al trasferimento della proprietà né del possesso, trattandosi soltanto di un titolo costitutivo di diritti obbligatori in capo ai contraenti in relazione al futuro perfezionamento del contratto definitivo, deve in ogni caso osservarsi che non è la recinzione o la chiusura dell'area sulla quale sono stati sversati i rifiuti ad escludere la volontà di disfarsene, la quale va al contrario improntata al criterio oggettivo della destinazione naturale del bene all'abbandono, logicamente desunta dal Tribunale campano dalle contingenze concrete, ovverosia dalla circostanza che si trattasse di una superficie "fino a poco tempo prima del tutto intatta, benché da tempo sostanzialmente abbandonata" e dall'accumularsi del materiale ivi riversato nel tempo, come avvalorato dalla documentazione fotografica agli atti, stante l'esplicita ed inequivoca significanza di quanto in essa ritratto, neanch'essa oggetto di contestazione.
Né d'altra parte può invocarsi al fine di escludere la rilevanza penale del fatto la fattispecie del deposito temporaneo, cui sembra alludere la difesa, in difetto dei presupposti, mai addotti dal ricorrente, richiesti dall'art. 183 lett. aa) d. Igs. 152/2006. Non è in ogni caso affatto vero che la sentenza impugnata abbia conferito rilievo a fatti non accertati, atteso che il riferimento alla circostanza che lo sversamento dei rifiuti sull'area in questione corrispondesse, stante la sua quantità, ad un'attività costante posta in essere dalla medesima persona è affermata al solo fine di evidenziare la gravità della condotta, che avrebbe astrattamente consentito la contestazione della più grave ipotesi criminosa della discarica abusiva contemplata dal terzo comma dello stesso art. 256 d. Igs. 152/2006: trattasi in ogni caso di rilievo che resta sullo sfondo avendo lo stesso giudice di merito considerato l'inopportunità di siffatto accertamento tenuto conto che ad esso si opponevano in concreto sia la vastità dell'area, sia la mancanza di eterogeneità dei rifiuti, e ritenuto perciò sufficienti ad integrare la fattispecie contravvenzionale di cui al primo comma dell'art. 256 d. Igs. 152/2006, corrispondente a quella contestata, le due condotte di trasporto dei rifiuti risultanti dalle deposizioni dei due testi escussi, abitanti in prossimità del fondo su cui gli stessi erano stati sversati, e dell'agente di PG che su segnalazione di questi ultimi aveva espletato le indagini.
2. Il terzo motivo, che gioca sull'equivoco rilievo del Tribunale appena citato, deve anch'esso ritenersi inammissibile. Nella graduazione del trattamento sanzionatorio la sentenza impugnata ha fatto, invero, espresso riferimento, oltre che al rilevante danno di natura ambientale legato alla dislocazione dell'area nei pressi di una pineta e nelle immediate vicinanze di agglomerati abitativi, alla quantità dei rifiuti trasportati dall'imputato e non già a quelli presenti sul medesimo fondo, con ciò dando conto, nel corretto esercizio del proprio potere discrezionale, degli elementi evidenzianti la gravità del reato in forza dei quali ha ritenuto di discostarsi dai minimi edittali previsti per la contravvenzione ascrittagli. Tenuto conto della sentenza del 13.6.2000 n.186 della Corte Costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che "la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità" all'esito del ricorso consegue, a norma dell'art. 616 cod. proc. pen., l'onere delle spese del procedimento, nonché quello del versamento di una somma, in favore della Cassa delle Ammende, equitativamente fissata come in dispositivo.
(omissis)

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