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Sottoprodotti, l’esistenza del mero contratto non basta

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. VII
Data: 16/12/2019
n. Ord. n. 50628

Se è vero che l’esistenza di rapporti contrattuali tra il produttore del residuo ed eventuali intermediari ed utilizzatori rilevano in termini di prova sulla certezza dell’utilizzo, il mero richiamo all’esistenza di tali rapporti non può però essere sufficiente a soddisfare le verifiche richieste, necessitando che dalla documentazione citata possano con certezza evincersi le caratteristiche tecniche dei prodotti, l’esistenza di condizioni che giustifichino la vantaggiosità della cessione, e via dicendo. Tale dimostrazione specifica richiede anche l’osservanza dell’art. 6 del D.M. citato per quanto attiene alla “normale pratica industriale” cui fa riferimento l’art. 184 bis lett. c) che contempla specifiche verifiche sui requisiti dei prodotti e sull’impatto ambientale derivante dai processi di trasformazione.


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Ritenuto in fatto

1.Con la sentenza in epigrafe indicata il Tribunale di Vicenza ha condannato G. B. alla pena di C 2.600,00 di ammenda ritenendolo responsabile del reato di cui all'art. 256, 1° comma d. Lgs 152/2006 per aver svolto attività di recupero e raccolta di rifiuti di natura tessile e cartacea senza averne l'autorizzazione.

 

2.Avverso tale sentenza l'imputato ha proposto ricorso per cassazione articolando un unico motivo con il quale deduce, in relazione al vizio di violazione di legge riferito agli artt. 184 bis d. Lgs. 152/2006 e 2,4, e 5 D.M. 264/2016 e al vizio motivazionale, che il materiale raccolto dall'imputato non era annoverabile nell'ambito dei rifiuti, bensì dei sottoprodotti essendo emerso dalle risultanze istruttorie e segnatamente dalla deposizione dell'Ispettore Palumbo che veniva da costui svolta attività di compattazione di residui di abbigliamento in conformità all'oggetto dell'impresa di cui era titolare, costituito dal trattamento di cascami destinato alla compattazione ed alla rivendita a terzi per lavorazioni successive, avvalorata da fatture di vendita di tale materiale emesse dallo stesso B. nei confronti di altre imprese. Sostiene che il suddetto materiale presentasse tutti gli elementi necessari ad identificarlo come sottoprodotto in quanto originato da un processo di produzione e destinato ad essere utilizzato in un successivo processo di produzione, destinazione questa comprovata dagli impegni contrattuali tra l'imputato ed i vari intermediari ed utilizzatori sulla base della documentazione fiscale acquisita nel corso dell'ispezione e prodotta in dibattimento, in conformità al regime probatorio quanto previsto dal Decreto del Ministro dell'Ambiente n. 264/2016, lamentando che tutti tali elementi fossero stati indebitamente tralasciati dalla sentenza impugnata

 

Considerato in diritto

Il ricorso deve ritenersi manifestamente infondato, basandosi le contestate violazioni di legge su assunti relativi alla ricostruzione dinamica della fattispecie concreta non rivisitabile in sede di legittimità, ed incorre perciò nella censura di inammissibilità.

Invero la catalogazione come sottoprodotto del materiale raccolto e trattato all'interno dell'edificio in cui è stato rinvenuto a seguito dell'ispezione è subordinata alla prova positiva, gravante sull'imputato, della sussistenza delle condizioni previste per l'applicabilità dell'art. 184 bis d. Lgs. 152/2006, in quanto trattasi di disciplina avente natura eccezionale e derogatoria rispetto a quella ordinaria.

 

La norma in esame - nella cui formula novellata si è recepita la nozione comunitaria di cui all'art. 5 della direttiva quadro sui rifiuti 2008/98/CE nel senso di un evidente favore alla soluzione di recupero, come si desume pure dall'art. 4 della stessa direttiva - qualifica sottoprodotto la sostanza o l'oggetto originati da un processo di produzione di cui sono parte integrante e scopo primario (lett. a), di certa utilizzazione nel processo di produzione o in un successivo processo di produzione o di utilizzazione (lett. b), di utilizzabilità diretta senza alcun trattamento ulteriore rispetto alla normale pratica industriale (lett. c) e di ulteriore utilizzo legale in relazione alla protezione della salute e dell'ambiente (lett. d) - requisiti che tutti devono coesistere: nella specie per contro, anche a prescindere dalla derivazione del suddetto materiale da un ciclo produttivo, lo stesso risulta essere sottoposto dall'imputato ad un procedimento di triturazione e compattazione, come logicamente desunto dai macchinari rinvenuti nello stesso edificio, che configura un'attività di recupero, necessitante quindi di autorizzazione, sotto forma di reimpiego dei rifiuti stessi (Sez. 3, n. 42342 del 09/07/2013 - dep. 15/10/2013, P.G. in proc. Massucco, Rv. 258329, secondo cui integra il reato di cui all'art. 256, comma quarto, del D.Lgs. n. 152 del 2006 l'attività, svolta in assenza di autorizzazione, di raccolta e triturazione, a mezzo di un apposito macchinario, di materiali già qualificabili come rifiuto, in quanto in tal modo si realizza un reimpiego di rifiuti).

 

Il DM 13.10.2016 n.246, citato dal ricorrente, indica specifiche modalità di dimostrazione dei requisiti costituitivi del sottoprodotto, con i quali occorre tuttavia confrontarsi per comprovare che sono soddisfatte le condizioni generali di cui all'art. 184 bis d. Igs. 152/2006.

 

Ora, se è vero che l'esistenza di rapporti contrattuali tra il produttore del residuo ed eventuali intermediari ed utilizzatori rilevano in termini di prova sulla certezza dell'utilizzo, il mero richiamo all'esistenza di tali rapporti non può però essere sufficiente a soddisfare le verifiche richieste, necessitando che dalla documentazione citata possano con certezza evincersi le caratteristiche tecniche dei prodotti, l'esistenza di condizioni che giustifichino la vantaggiosità della cessione, e via dicendo; peraltro dimostrazione specifica richiede anche l'osservanza dell'art. 6 del D.M. citato per quanto attiene alla "normale pratica industriale" cui fa riferimento l'art. 184 bis lett. c) che contempla specifiche verifiche sui requisiti dei prodotti e sull'impatto ambientale derivante dai processi di trasformazione. Si tratta di aspetti per i quali la mancanza di specifica dimostrazione si ripercuote inevitabilmente sull'ammissibilità del ricorso sia in termini di specificità, che di autosufficienza dei motivi.

 

 

Tali ragioni, dunque, unitamente alla rilevata mancanza di autorizzazione all'attività svolta dal ricorrente, elemento anch'esso tralasciato dal ricorrente, rendono il ricorso inammissibile.

 

Tenuto conto della sentenza del 13.6.2000 n.186 della Corte Costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che "la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità" all'esito del ricorso consegue, a norma dell'art. 616 cod. proc. pen., l'onere delle spese del procedimento, nonché quello del versamento di una somma, in favore della Cassa delle Ammende, equitativamente fissata come in dispositivo.

 

(Omissis)

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