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Gestione non autorizzata di rifiuti: reato comune o proprio?

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 12/06/2020
n. 18100

Il pronome indefinito "chiunque" contenuto nella fattispecie di cui all'art. 256, comma primo, D.L.vo 152/2006 fa riferimento a tutte le categorie indicate nella norma generale, e quindi anche al "detentore", senza che rilevino requisiti di imprenditorialità e/o di professionalità, dovendo invece essere soprattutto valutati indici dai quali poter desumere un minimum di organizzazione che escluda la natura esclusivamente solitaria della condotta (tra gli altri, il dato ponderale dei rifiuti oggetto di gestione, la necessità di un veicolo adeguato e funzionale al trasporto di rifiuti, la quantità di soggetti che hanno posto in essere la condotta e il tipo stesso del rifiuto).


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Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Catania con sentenza del 20 febbraio 2019, ha riformato la decisione del Tribunale di Catania del 25 ottobre 2011 e ha condannato G. A. M. alla pena di mesi 10 di reclusione ed C 20.000,0 di multa relativamente al reato di cui agli art. 110, cod. pen. e 6 comma 1, lettera D, n. 1, legge n. 210 del 2008 perché [...] facendo uso di una moto ape [...] effettuavano un'attività di raccolta e trasporto di rifiuti senza essere in possesso della prescritta autorizzazione; con la recidiva reiterata; commesso il 26 gennaio 2011.

2. L'imputato ha proposto ricorso in cassazione per i motivi di seguito enunciati, nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall'art 173, comma 1, disp. att., cod. proc. pen.

2.1 Violazione di legge (art. 6, comma 1, lettera D, legge n. 210 del 2008); vizio della motivazione, in relazione alla sussistenza della condotta contestata di recupero dei rifiuti, occasionalità della condotta per non essere il ricorrente un imprenditore del settore. Il ricorrente non è un imprenditore, non è titolare di un ente e non ha partita IVA; non svolge alcuna attività organizzata di trasporto di rifiuti, inoltre non dispone di mezzi propri. Egli, quindi, ha svolto un trasporto occasionale non costituente reato. La norma si applica solo ed esclusivamente a chi svolge un'attività imprenditoriale; il ricorrente veniva fermato a bordo di un moto ape con materiale ferroso per soli tre metri cubi. Un mezzo, quindi, non adeguato per un'attività imprenditoriale. Forzata, pertanto, la deduzione della sentenza che egli era dedito abitualmente all'attività di trasporto di rifiuti. Ha chiesto quindi l'annullamento della sentenza impugnata.

 

Considerato in diritto

3. Il ricorso è inammissibile, per manifesta infondatezza dei motivi e per genericità, senza critiche specifiche di legittimità alla motivazione della decisione impugnata. Non si confronta, infatti, con le motivazioni della sentenza impugnata.

Ai fini della configurabilità del reato di cui dell'art. 6, comma 1, lettera D, n. 1, legge n. 210 del 2008 (e dell'art. 256, comma primo, d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152), trattandosi di illecito istantaneo, è sufficiente anche una sola condotta integrante una delle ipotesi alternative previste dalla norma, purché costituisca un'attività di gestione di rifiuti e non sia assolutamente occasionale. (Vedi Sez. 3, n. 8193 del 11/02/2016 - dep. 29/02/2016, P.M. in proc. Revello, Rv. 266305; cfr. anche, nello stesso senso, Sez. 3, n. 8979 del 02/10/2014 - dep. 02/03/2015, Pmt in proc. Cristinzio e altro, Rv. 26251401). Nel caso in giudizio, come adeguatamente motivato nella sentenza impugnata, il ricorrente aveva intrapreso un'attività di trasporto di rifiuti destinata a durare nel tempo, e quindi, non svolta in modo occasionale, come emergente dalle stesse ammissioni dell'imputato nel suo esame («ammetto gli addebiti a me contestati e faccio presente di aver commesso il fatto per cercare di guadagnare qualcosa per la mia famiglia»). Egli, quindi, utilizzava una moto ape e traeva profitto dal conferimento dei rifiuti presso i centri di raccolta di materiale ferroso.

3.1 Relativamente alla prospettata occasionalità della condotta, deve anzitutto rilevarsi che sul punto il ricorso risulta estremamente generico, e che comunque «Ai fini della configurabilità del reato di gestione abusiva di rifiuti, non rileva la qualifica soggettiva del soggetto agente bensì la concreta attività posta in essere in assenza dei prescritti titoli abilitativi, che può essere svolta anche di fatto o in modo secondario» La non occasionalità della condotta, inoltre, può essere desunta anche da indici sintomatici, quali la provenienza del rifiuto da una attività imprenditoriale esercitata da chi effettua o dispone l'abusiva gestione, la eterogeneità dei rifiuti gestiti, la loro quantità, le caratteristiche del rifiuto indicative di precedenti attività preliminari di prelievo, raggruppamento, cernita, deposito ( Vedi Sez. 3, n. 36819 del 04/07/2017 - dep. 25/07/2017, Ricevuti, Rv. 27099501).

Nel caso in giudizio i rifiuti erano di terze persone, non del ricorrente, e come adeguatamente motivato nelle decisioni di merito, il ricorrente traeva profitto dal commercio degli stessi, mediante il conferimento ai centri di raccolta (anche se per cercare di guadagnare qualche cosa per la sua famiglia).

Il pronome indefinito "chiunque" contenuto nella fattispecie di cui all'art. 6, comma 1, lettera D, legge n. 210 del 2008, fa riferimento a tutte le categorie indicate nella norma definitoria generale, e quindi anche al "detentore", senza che al riguardo possano essere introdotte surrettizie limitazioni interpretative fondate sui requisiti - non espressamente richiesti - di imprenditorialità e/o di professionalità, dovendo invece essere soprattutto valutati indici dai quali poter desumere un minimum di organizzazione che escluda la natura esclusivamente solitaria della condotta (tra gli altri, il dato ponderale dei rifiuti oggetto di gestione, la necessità di un veicolo adeguato e funzionale al trasporto di rifiuti, la quantità di soggetti che hanno posto in essere la condotta e il tipo stesso del rifiuto). Alla dichiarazione di inammissibilità consegue il pagamento in favore della cassa delle ammende della somma di C 2.000,00, e delle spese del procedimento, ex art 616 cod. proc. pen.

 

(omissis)

 

 

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