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Il proprietario di un'area è responsabile per il deposito incontrollato di rifiuti da parte di terzi?

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 24/09/2020
n. 31963

Il legale rappresentante di una ditta, proprietario di un’area su cui terzi depositino in modo incontrollato dei rifiuti, è penalmente responsabile dell’illecita condotta di questi ultimi, in quanto il dovere di diligenza gli impone di vigilare sull’osservanza da parte dei medesimi delle norme in materia ambientale.


Leggi la sentenza

 

Ritenuto in fatto

 

1.Con ordinanza emessa il 21 novembre 2019, il Tribunale del Riesame di V. confermava il decreto del 28 ottobre 2019, con cui il G.I.P. presso il Tribunale di V. aveva disposto il sequestro preventivo dell'area di proprietà della società A.I.S. s.r.I., il cui amministratore unico e liquidatore risultava essere V.B., indagato del reato previsto dagli art. 192 e 256 del d.lgs. n. 152 del 2006, reato a lui contestato per avere abbandonato in modo incontrollato rifiuti speciali pericolosi e non, fatti accertati in A. in data 26 ottobre 2019.

 

2.Avverso l'ordinanza del Tribunale vicentino, B., tramite il suo difensore di fiducia, ha proposto ricorso per cassazione, sollevando un unico motivo, con cui la difesa deduce la violazione degli art. 192 e 256 del d.lgs. n. 152 del 2006, osservando che, nella valutazione del materiale investigativo disponibile, il Tribunale aveva omesso di considerare gli elementi introdotti dalla difesa e volti a smentire che il ricorrente fosse responsabile della collocazione dei rifiuti rinvenuti, non avendo egli il controllo e la disponibilità attuale del terreno; in particolare, dagli atti presenti nel fascicolo delle indagini preliminari, valorizzati dalla difesa in sede di riesame, emergeva che nel sito vi era soltanto del materiale edile, depositato in modo ordinato, essendo peraltro presenti rifiuti analoghi anche nel terreno di proprietà dell'amministrazione comunale.

In ogni caso, la tipologia del materiale rinvenuto non era riconducibile in alcun modo alla A.I. s.r.I., che comunque era in procedura di concordato preventivo liquidatorio, per cui alcun addebito era formulabile a carico del liquidatore della società, tanto più che il deposito di rifiuti era recente.

Oltre alla valutazione del fumus commisi delicti, la difesa censura altresì il giudizio sul periculum in mora, osservando come nel caso di specie non ricorrano né la concretezza né l'attualità del pericolo di reiterazione derivante dalla libera disponibilità in capo alla società in liquidazione del terreno in sequestro.

 

Considerato in diritto

 

Il ricorso è inammissibile sotto un duplice aspetto.

 

1.In via preliminare, occorre evidenziare che il decreto di sequestro è stato operato nei confronti della società A.I.S. s.r.l. in liquidazione, proprietaria del terreno dove sono stati rinvenuti i rifiuti abbandonati in modo incontrollato, per cui l'imputato avrebbe dovuto agire non in proprio, ma quale legale rappresentante pro tempore della società avente diritto alla restituzione dei beni sequestrati, il che avrebbe imposto peraltro il rilascio di una procura speciale. Già sotto tale profilo, il ricorso risulta quindi inammissibile.

 

2. A ciò deve aggiungersi, per completezza, che anche nel merito il ricorso è inammissibile, in quanto manifestamente infondato.

In proposito, deve richiamare innanzitutto la costante affermazione di questa Corte (cfr. Sez. 2, n. 18951 del 14/03/2017, Rv. 269656), secondo cui il ricorso per cassazione contro ordinanze emesse in materia di sequestro preventivo o probatorio, ai sensi dell'art. 325 cod. proc. pen., è ammesso solo per violazione di legge, in tale nozione dovendosi comprendere sia gli "errores in iudicando" o “in procedendo", sia quei vizi della motivazione così radicali da rendere l'apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidoneo a rendere comprensibile l'itinerario logico seguito dal giudice.

Non può invece essere dedotta l'illogicità manifesta della motivazione, la quale può denunciarsi nel giudizio di legittimità soltanto tramite lo specifico e autonomo motivo di cui alla lett. E) dell'art. 606 cod. proc. pen. (in tal senso, cfr. Sez. Un. n. 5876 del 28/01/2004, Rv. 226710).

 

3.Tanto premesso, deve ritenersi che nel caso di specie non sia configurabile né una violazione di legge, né un'apparenza di motivazione, avendo il Tribunale del Riesame illustrato in modo compiuto le ragioni poste a fondamento della propria decisione, confrontandosi adeguatamente con le obiezioni difensive.

In particolare, i giudici cautelari hanno richiamato l'attività investigativa compiuta dai CC del Comando Forestale di A., i quali, in data 26 ottobre 2019, compivano un sopralluogo presso un'area di circa 2.000 mq., priva di cancelli delimitativi, di proprietà della società A.I.S. s.r.I., il cui legale rappresentante veniva individuato in V.B..

Su una porzione del terreno, venivano rinvenuti numerosi rifiuti urbani e speciali, pericolosi e non, depositati in modo incontrollato, tra cui tre frigoriferi, un televisore, laterizi di ogni tipo, piastrelle in ceramica, oltre a vari materiali.

I militari procedevano quindi al sequestro d'urgenza dell'area, sequestro poi convalidato dal G.I.P., al fine di evitare che l'assenza di un effettivo controllo del terreno potesse agevolare nuovi depositi incontrollati di rifiuti di vario genere.

Orbene, nel ribadire l'astratta configurabilità della fattispecie contravvenzionale contestata e nel confrontarsi con le censure difensive, il Tribunale ha evidenziato, in maniera non illogica, che a carico dell'indagato, a prescindere dalla cessazione dell'attività tipica di impresa a seguito dell'avvio della procedura concordataria, era comunque ascrivibile la condotta contestata, ciò in base alla condivisa affermazione di questa Corte (Sez. 3, n. 45974 del 27/10/2011, Rv. 251340), secondo cui il legale rappresentante di una ditta, proprietario di un'area su cui terzi depositino in modo incontrollato rifiuti, è penalmente responsabile dell'illecita condotta di questi ultimi, in quanto tenuto a vigilare sull'osservanza da parte dei medesimi delle norme in materia ambientale.

È stato infatti sottolineato che, in tema di rifiuti, la responsabilità per l'attività di gestione non autorizzata non attiene necessariamente al profilo della consapevolezza e volontarietà della condotta, potendo scaturire anche da comportamenti che violino i doveri di diligenza per la mancata adozione di tutte le misure necessarie per evitare illeciti nella predetta gestione e che legittimamente si richiedono ai soggetti preposti alla direzione dell'azienda.

La valutazione indiziaria sulla ravvisabilità della contravvenzione contestata resiste pertanto alle obiezioni difensive, invero non adeguatamente specifiche.

Parimenti immune da censure è il giudizio sulla sussistenza del periculum in mora, essendo stata ragionevolmente rimarcata l'esigenza di prevenire ulteriori depositi incontrollati di rifiuti, stante l'assenza di perimetrazione e sorveglianza del fondo, su cui, come attestato dalla P.G., sono stati rinvenuti, oltre a materiali più risalenti, anche rifiuti di più recente abbandono, come televisori e frigoriferi.

 

4. In definitiva, fermo restando che le doglianze sollevate dalla difesa potranno essere eventualmente sviluppate, soprattutto a livello probatorio, nelle successive evoluzioni del procedimento penale in corso, deve ribadirsi che il provvedimento impugnato risulta sorretto da un apparato argomentativo non apparente, ma al contrario logico e coerente, concernendo in ogni caso le censure difensive aspetti che ruotano nell'orbita non tanto della violazione di legge, ma piuttosto della manifesta illogicità o della erroneità della motivazione, profilo questo tuttavia non deducibile con il ricorso per cassazione proposto contro le ordinanze emesse in materia di sequestro preventivo o probatorio.

 

5. Anche nel merito, il ricorso proposto nell'interesse di B. deve essere dichiarato quindi inammissibile, con conseguente onere per il ricorrente di sostenere le spese del procedimento e di provvedere al versamento della somma, determinata in via equitativa, di euro 3.000 in favore della Cassa delle Ammende, non essendoVi ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza "versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, tenuto conto della sentenza della Corte costituzionale n. 186 del 13 giugno 2000.

 

(Omissis…)

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