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Gestione non autorizzata con condotte plurime: si applica la tenuità del fatto?

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. F.
Data: 13/11/2018
n. 51378

In tema di rifiuti, una gestione non autorizzata di più rifiuti, anche pericolosi, con violazione delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni (art. 256 D.L.vo 152/2006), attraverso condotte plurime non solo esclude la particolare tenuità del fatto per mancanza del requisito della «non abitualità» del comportamento, ma configura un comportamento abituale, perché la gran quantità di rifiuti che la società non era autorizzata a gestire dimostra numerosi conferimenti (nella specie, assurdo pensare che 60 pullman fossero stati conferiti in un'unica occasione). Inoltre, il fatto non solo non può essere considerato di scarsa entità, ma è grave, come dimostra la gran quantità di rifiuti illecitamente trattati e lo spregio per l'adozione di cautele che impedissero l'inquinamento del suolo, oltre alla spregiudicatezza e trasandatezza del modo con cui era stata condotta l’attività. Non rileva, infine, ai fini della esclusione della punibilità del reato il rilascio delle autorizzazioni successivamente all'accertamento dei fatti.


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Ritenuto in fatto

 

1.11 sig. G. P. ricorre per l'annullamento della sentenza del 20/06/2018 della Corte di appello di Cagliari che, in parziale riforma di quella del 05/10/2017 del Tribunale della medesima città, da lui impugnata, ha dichiarato non doversi procedere nei suoi confronti per il reato di cui al capo B della rubrica perché estinto per prescrizione, ha confermato la condanna per il reato di cui all'ad 256, commi 1 e 4, d.lgs. n. 152 del 2006, e ha rideterminato la pena nella misura di sei mesi e dieci giorni di arresto e 2.800 euro di ammenda.
1.1.Con il primo motivo eccepisce, ai sensi dell'art. 606, lett. b) ed e), cod. proc. pen., l'erronea applicazione dell'art. 131-bis cod. pen., e vizio di motivazione contraddittoria ed illogica sul punto.
Premesso che non osta alla applicazione della speciale causa di non punibilità la natura pericolosa dei rifiuti trattati, lamenta il malgoverno delle risultanze processuali che depongono a favore della non abitualità del comportamento e della scarsa entità dei fatti, risultando tautologica e frutto di una valutazione parziale dei fatti l'affermazione contraria. Peraltro egli ha provveduto a bonificare immediatamente la porzione di terreno sottoposta a sequestro, ha immediatamente richiesto l'integrazione delle autorizzazioni delle quali era già in possesso, non era stato destinatario, dal 2013 in poi di altri provvedimenti sanzionatori, le due attività alle quali era autorizzato non erano totalmente abusive.
1.2.Con il secondo motivo, lamentando la mancata applicazione delle circostanze attenuanti generiche, eccepisce, ai sensi dell'art. 606, lett. b) ed e), cod. proc. pen., l'erronea applicazione dell'art. 62-bis cod. pen., e vizio di motivazione contraddittoria ed illogica sul punto.

 

 

Considerato in diritto

 

2.Il ricorso è infondato.
3.L'imputato è stato riconosciuto colpevole del reato di cui all'art. 256, commi 1 e 4, d.lgs. n. 152 del 2006, perché, quale legale rappresentante della società «M.», aveva effettuato, all'interno di un'area estesa circa 5.000 metri quadrati, attività di gestione di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi (tra l'altro: 60 autobus fuori uso non ancora messi in sicurezza; 10 mc. di legname; 2 mc. di R.A.E.E.; frigoriferi dismessi; autocarri non ancora messi in sicurezza; 30 mc di pneumatici per autocarro, fuori uso), in assenza dell'autorizzazione di cui all'art. 208, d.lgs. n. 152 del 2006, e comunque in violazione delle prescrizioni di cui alle autorizzazioni ottenute (per l'attività di recupero di rifiuti speciali non pericolosi in regime di procedura semplificata; per la gestione di un centro di raccolta per la messa in sicurezza, la demolizione, il recupero dei materiali e la rottamazione dei veicoli a motore).

 

3.1.La Corte di appello ha escluso la particolare tenuità del fatto per mancanza del requisito della «non abitualità» del comportamento. In particolare, annotano i Giudici distrettuali, la contestazione addebita all'imputato «condotte plurime» (gestione non autorizzata di più rifiuti, anche pericolosi, e violazione delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni in suo possesso), non rilevando ai fini della esclusione della punibilità del reato il rilascio delle autorizzazioni successivamente all'accertamento dei fatti. Il comportamento è inoltre «abituale» perché la gran quantità di rifiuti che la società non era autorizzata a gestire dimostra che i conferimenti erano stati numerosissimi (tra i tanti, assurdo pensare che 60 pullman fossero stati conferiti in un'unica occasione). Infine, il fatto non solo non può essere considerato di scarsa entità, ma è grave, come dimostra la gran quantità di rifiuti illecitamente trattati e lo spregio per l'adozione di cautele che impedissero l'inquinamento del suolo, oltre alla spregiudicatezza e trasandatezza del modo con cui l'imputato aveva impunemente svolto la propria attività.

 

3.2.Escluse le inammissibili deduzioni fattuali ampiamente riportate nel primo motivo di ricorso, poste a sostegno anche di una lettura alternativa delle medesime prove, deve essere disattesa, in diritto, la tesi difensiva che nel caso di specie si veda in un'ipotesi di concorso formale di reati. Il reato di cui all'art. 256, comma 1, d.lgs. n. 152 del 2006 (gestione non autorizzata di rifiuti) non può concorrere formalmente con quello di cui al quarto comma del medesimo articolo (gestione autorizzata dei rifiuti in violazione delle prescrizioni contenute nell'autorizzazione) e ciò sul decisivo rilievo che l'oggetto materiale delle due condotte è radicalmente diverso: rifiuti autorizzati nel primo caso; rifiuti non autorizzati nel secondo. Sicché è giuridicamente impossibile che con la medesima azione (naturalisticamente intesa) possano essere contemporaneamente violate le due norme. Si tratta, dunque, di condotte diverse che se poste in essere in esecuzione di un medesimo disegno criminoso possono essere considerate come un unico reato ai soli fini di cui all'art. 81, cpv., cod. pen. non certo ai fini della particolare tenuità del fatto (sulla incompatibilità del reato continuato con la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto la giurisprudenza di questa Corte è decisamente prevalente, sul rilievo che anche il reato continuato configura un'ipotesi di "comportamento abituale", ostativa al riconoscimento del beneficio; da ultimo, Sez. 3, n. 19159 del 29/03/2018, Fusaro, Rv. 273198). Anche la giurisprudenza che ritiene possibile la non punibilità del reato continuato per particolare tenuità del fatto precisa, però, che si deve trattare di azioni commesse nelle medesime circostanze di tempo, di luogo (Sez. 5, n. 5358 del 15/01/2018, Corradini, Rv. 272109) o che comunque è necessario prendere in considerazione la gravità del reato, la durata temporale della violazione, il numero delle disposizioni di legge violate, gli effetti della condotta antecedente, contemporanea e susseguente al reato, gli interessi lesi ovvero perseguiti dal reo e le motivazioni a delinquere (Sez. 2, n. 19932 del 29/03/2017, Di Bello, Rv. 270320). Tutti aspetti esclusi dalla Corte di appello sia sotto il profilo della reiterazione nel tempo delle condotte che sotto quello della gravità delle violazioni.

 

3.3.11 ricorrente, peraltro, mostra di non conoscere l'insegnamento assolutamente prevalente di questa Corte, condiviso dal Collegio, secondo il quale la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, di cui all'art. 131-bis cod. pen., non può essere applicata ai reati, come quelli per i quali si procede, eventualmente abituali che siano stati posti in essere mediante la reiterazione della condotta tipica (Sez. 3, n. 30134 del 05/04/2017, Dentice, Rv. 270255; Sez. 3, n. 48318 dell'11/10/2016, Halilovic, Rv. 268566; Sez. 7, n. 13379 del 12/01/2017, Boetti, Rv. 269406; Sez. 3, n. 32501 del 06/06/2018, Zugnoni, n.m.; Sez. 3, n. 31395 del 11/05/2018, Gagliano, n.m., secondo cui possono essere oggetto di valutazione anche condotte prese in considerazione nell'ambito del medesimo procedimento, il che amplia ulteriormente il numero di casi in cui il comportamento può ritenersi abituale, considerata anche la ridondanza dell'ulteriore richiamo alle «condotte plurime, abituali e reiterate»; Sez. 3, n. 30179 dell'11/05/2018, Altobrando, n.nn.).

 

3.4.Del resto, come autorevolmente affermato da Sez. U, n. 13681 del 25/02/2016, Tushaj, quando il legislatore ha escluso la particolare tenuità del fatto in caso di «reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate (...) ha evocato senz'altro, in primo luogo, reati che presentano l'abitualità come tratto tipico: il pensiero corre subito, esemplificativamente, al reato di maltrattamenti in famiglia. Analogamente per ciò che riguarda i reati che presentano nel tipo condotte reiterate. Anche qui un esempio si rinviene agevolmente nel reato di atti persecutori. In tali ambiti, può dirsi, la serialità è un elemento della fattispecie ed è quindi sufficiente a configurare l'abitualità che esclude l'applicazione della disciplina; senza che occorra verificare la presenza di distinti reati. Meno agevole è intendere il riferimento alle condotte plurime. Non è tuttavia inevitabile liberarsi del problema interpretativo ritenendo che si sia in presenza di una mera, sciatta ripetizione di ciò che è stato denominato abituale o reiterato; ed occorre piuttosto cercare di dare un distinto senso all'espressione. Orbene, l'unica praticabile soluzione interpretativa è quella di ritenere che si sia fatto riferimento a fattispecie concrete nelle quali si sia in presenza di ripetute, distinte condotte implicate nello sviluppo degli accadimenti».

 

3.5.La Corte di appello, in base ad un esame complessivo della vicenda, ha fatto buon governo dell'art. 131-bis cod. pen., avendo ritenuto, con motivazione coerente e non manifestamente illogica (e dunque insindacabile in questa sede), che i fatti accertati depongono per la reiterazione delle condotte e, dunque, per l'abitualità, in concreto, dei reati.

 

4.11 secondo motivo è manifestamente infondato e proposto al di fuori dei casi consentiti nella fase di legittimità.
4.1.Nel motivare il diniego della applicazione delle attenuanti generiche non è necessario che il giudice prenda in considerazione tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti, ma è sufficiente che faccia riferimento a quelli ritenuti decisivi o comunque rilevanti, rimanendo tutti gli altri disattesi o superati da tale valutazione (Sez. 3, n. 28535 del 19/03/2014, Lule, Rv. 259899; Sez. 6, n. 34364 del 16/06/2010, Giovane, Rv. 248244; Sez. 2, n. 2285 del 11/10/2004, Alba, Rv. 230691; Sez. 1, n. 12496 del 21/09/1999, Guglielmi, Rv. 214570). Si tratta, come ben mostra di conoscere anche il ricorrente, di un giudizio di fatto, la cui motivazione è insindacabile in sede di legittimità, purché sia non contraddittoria e dia conto, anche richiamandoli, degli elementi, tra quelli indicati nell'art. 133 cod. pen., considerati preponderanti ai fini della concessione o dell'esclusione (Sez. 5, n. 43952 del 13/04/2017, Pettinelli, Rv. 271269).

 

4.2.La Corte di appello ha valorizzato la gravità del fatto (sotto il duplice profilo del quantitativo di rifiuti trattati e dello «spregio per l'adozione di cautele che impedissero l'inquinamento del suolo») per escludere la applicazione delle circostanze attenuanti generiche. Si tratta di valutazione che non può essere sindacata in questa sede, di certo non mediante l'inammissibile deduzione di fatti che si pongono in contrasto con quel che risulta dal testo della motivazione e/o che, a giudizio del ricorrente, avrebbero meritato una più benigna considerazione.

[omissis]

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