Top

Abbandono o deposito incontrollato di rifiuti: le pene a quali imprese si applicano?

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. VII
Data: 29/05/2020
n. Ord. n. 16354

Il comma 2 dell'art. 256 del D.L.vo 152/2006 stabilisce che le pene del precedente comma 1 si applicano ai titolari di imprese ed ai responsabili di enti che abbandonano o depositano in modo incontrollato i rifiuti ovvero li immettono nelle acque superficiali o sotterranee, a prescindere quindi dal tipo di attività svolta. Pertanto, i soggetti qualificati dalla norma non sono solo coloro che effettuavano attività tipiche di gestione dei rifiuti: la norma è rivolta ad ogni impresa con le caratteristiche dell'art. 2082 cod. civ. o ente con personalità giuridica o operante anche di fatto.


Leggi la sentenza

 

Ritenuto in fatto

 

1.Con sentenza in data 20 giugno 2019 la Corte d'appello di Palermo ha confermato la sentenza in data 14 settembre 2018 del Tribunale di Agrigento che aveva condannato G. e B. e L. A. alle pene di legge per il reato del capo a), art. 110 cod. pen. e 256, comma 2, d.lgs. n. 152 del 2006, perché, in qualità di esercenti un'attività di allevamento di equini, bovini, caprini e suini, avevano abbandonato nel terreno di loro pertinenza lamiere, lastre in fibrocemento, strutture in eternit e legno, carcasse di auto, pneumatici, segnaletica stradale, bidoni di latta, transenne, resti di elettrodomestici, legname, conduttori domestici gommati, e per il reato del capo b), art. 110 e 727, secondo comma, cod. pen., perché avevano detenuto gli animali allevati in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze, in quanto giacenti sul terreno su cui erano stati abbandonati i rifiuti ed esposti a grave rischio sanitario (era stato riscontrato un focolaio di brucellosi su un bovino e tre caprini), in Ravanusa il 2 settembre 2014.

 

  1. Gli imputati ricorrono per cassazione sulla base di tre motivi. Con il primo lamentano la violazione di legge perché nella contestazione sia nel decreto di citazione che nella rubrica della sentenza era stato indicato il d.lgs. n. 153 del 2006, anziché il d.lgs. n. 152 del 2006. Con il secondo deducono la violazione di legge perché non potevano essere loro attribuite le caratteristiche imprenditoriali di cui agli art. 2082 e 2135 cod. civ. Con il terzo eccepiscono il vizio di motivazione in rapporto all'art. 727, secondo comma, cod. pen., poiché la Corte territoriale non aveva esaminato la foto da cui si evinceva che gli animali erano tenuti lontani dai rottami delle automobili ivi esistenti e non alloggiavano in stalle costruite con rifiuti ferrosi, dal momento che la sera venivano condotti in una stalla limitrofa alla periferia; inoltre, non era stata condotta alcuna analisi sulle lastre di fibrocemento per accertare la presenza di amianto.

 

 

Considerato in diritto

 

  1. I ricorsi sono inammissibili perché consistono in mere doglianze di fatto, riproduttive di profili di censura già adeguatamente vagliati e disattesi con corretti argomenti giuridici dal Giudice di merito. La Corte territoriale ha osservato che l'errore nell'indicazione del decreto era il frutto di un error calami che non aveva integrato alcuna nullità, poiché il fatto materiale era stato dettagliatamente descritto. Dal momento che il comma 2 dell'art. 256 d.lgs. n. 152 del 2006 stabilisce che le pene del precedente comma 1 si applicano ai titolari di imprese ed ai responsabili di enti che abbandonano o depositano in modo incontrollato i rifiuti ovvero li immettono nelle acque superficiali o sotterranee, a prescindere quindi dal tipo di attività svolta, correttamente i Giudici hanno quindi affermato che i soggetti qualificati dalla norma non erano solo coloro che effettuavano attività tipiche di gestione dei rifiuti, siccome la norma era rivolta ad ogni impresa con le caratteristiche dell'art. 2082 cod. civ. o ente con personalità giuridica o operante anche di fatto. Con riferimento al reato di maltrattamenti di animali, il Tribunale aveva accertato che gli animali erano allevati all'interno di stalle realizzate con rifiuti ferrosi di risulta e con lastre di fibrocemento scheggiate che potevano infliggere loro anche dolorose lesioni cutanee; inoltre non era stato allontanato il bestiame affetto da brucellosi. La Corte territoriale ha dichiarato l'appello inammissibile per difetto di specificità. Tale conclusione si appalesa solida e razionale, tanto più che il motivo di cassazione, al pari di quello d'appello, non ha offerto alcun elemento per disarticolare il ragionamento del Tribunale. Sulla base delle considerazioni che precedono, la Corte ritiene pertanto che i ricorsi debbano essere dichiarati inammissibili, con conseguente onere per i ricorrenti, ai sensi dell'art. 616 cod. proc. pen., di sostenere le spese del procedimento. Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte costituzionale in data 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che i ricorsi siano stati presentati senza "versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità", si dispone che ciascun ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di euro 3.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

 

 

(Omissis)

© Riproduzione riservata