E’ stato presentato a Roma a fine 2018 il Rapporto ISPRA sulla qualità dell’ambiente urbano, giunto alla XIV Edizione, frutto dell’analisi dell’ambiente in 109 Comuni capoluoghi di provincia italiani e 11 città densamente abitate non capoluogo di provincia, per un totale di 120 Comuni, più un approfondimento per tutte le 14 Città metropolitane. (scaricabile qui). Ogni anno il Rapporto è completato da un approfondimento relativo ad un tema cruciale per la qualità ambientale della città, quest’anno si tratta degli “Strumenti e metodi innovativi per la qualità dell’ambiente urbano”, una rassegna delle principali esperienze a carattere innovativo condotte dalle Agenzie regionali e provinciali (inerenti alla ricerca e all’innovazione, al supporto tecnico-scientifico agli amministratori, ecc.) finalizzate al miglioramento della qualità ambientale in ambito urbano.

L’indagine nasce dalla considerazione per cui l’interazione con l’ambiente si svolge prevalentemente negli spazi dove si sviluppa, di fatto, la vita dell’uomo, ed è proprio da lì che occorre partire per orientare lo sviluppo alla sostenibilità: come si legge nel Rapporto iSPRA, le aree urbanesi configurano quali ambiti del territorio in cui si concentrano i massimi livelli di inquinamento e pressione ambientali“. Ma in questo sta anche la potenzialità del sistema urbano: l’elevata densità di persone in alcuni luoghi del pianeta “potrebbe rappresentare una formidabile opportunità se siamo in grado di realizzare “città circolari” che debbono rispettare tre principi. Il primo riguarda i rifiuti da non considerare un “fine vita” ma risorse per soddisfare la richiesta di input energetici o materiali. Il secondo principio è che l’energia prodotta venga solo da fonte rinnovabile. Il terzo e ultimo riguarda il rispetto e il perseguimento della diversità in tutte le sue declinazioni. Laddove riconosciamo l’applicazione dei tre principi troviamo la “città circolare” che è anche una città “positiva”.

Qual è la situazione attuale?. Come segnalato nel Comunicato Stampa ISPRA, a dicembre 2018 ben 19 città italiane risultano aver superato il limite giornaliero per il PM10, e nel 2017 il valore limite annuale per l’NO2 è stato superato in almeno una delle stazioni di monitoraggio di 25 aree urbane, anche se le concentrazioni di PM10, PM2,5 e NO2 sembrano essere in diminuzione. Diminuisce anche il rischio frana nei comuni capoluoghi di Provincia: “il 3,6% del territorio è classificato a pericolosità da frana elevata P3 e molto elevata P4 (Piani di Assetto Idrogeologico) a fronte di una media nazionale che raggiunge, nelle stesse classi di pericolosità, l’8,4%“, ed è bene considerare che dal 1999 al 2017 sono stati finanziati 462 interventi contro il dissesto in 120 comuni, per un ammontare complessivo che supera il miliardo e mezzo di euro. Positivi, infine, i dati sullo stato chimico delle acque: il 40% delle città ha tutti i corpi idrici nel proprio territorio in stato Buono e solo il 13% in stato Non Buono, diversamente dalla situazione dei pesticidi nelle acque superficiali, per i quali sono state rilevate, invece, concentrazioni superiori ai limiti normativi in 24 comuni sui 65 esaminati, mentre per le acque sotterranee il 7,3% dei punti presenta concentrazioni sopra ai limiti consentiti. Quanto alle acque di balneazione (marine, lacustri e fluviali), nel 2017 ben il 95% si classifica in classe eccellente e buona, con un 1% in classe scarsa.

Per quanto riguarda le prospettive future, allo scopo di evidenziare la necessità di un cambiamento radicale e tenere insieme le dimensioni più complesse su cui intervenire, l’Anci ha deciso di lavorare ad una proposta di legge sulla transizione energetica: il passaggio graduale dal 2020 dai combustibili fossili tradizionali alle fonti alternative come le energie rinnovabili. “Il limite temporale al 2020 entro cui invertire la nostra “economia energetica” – si legge nel Rapporto 2018 – è ribadito dalla Comunità Scientifica Internazionale, oltre che dalle Nazioni Unite, come limite a partire dal quale il trend delle emissioni di anidride carbonica deve iniziare a scendere verso il basso per arrivare ad azzerarsi al 2050.


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