La più grande foresta tropicale del mondo sta bruciando. Le fiamme stanno divorando le foreste degli stati brasiliani di Amazonas, Rondonia, Mato Grosso, Parà e del Paraguay. I satelliti hanno invito immagini allarmanti d’un fumo molto denso che ha coperto San Paolo, la più grande città del Brasile, distante migliaia di chilometri dal cuore degli incendi divampati nello stato di Rondonia e nel Paraguay.

l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) interviene per cercare di delineare i motivi di questo disastro e le possibili conseguenze.

 

Perché avvengono gli incendi?

La foresta pluviale amazzonica, che rimane umida per gran parte dell’anno, non brucia naturalmente. Gli incendi, come hanno testimoniato le istituzioni di ricerca e le organizzazioni non governative che operano in Amazzonia, sono intenzionali.  La responsabilità è attribuita agli agricoltori e alle grandi imprese zootecniche e agro-industriali, che usano il metodo “taglia e brucia” per liberare la terra, non solo dalla vegetazione, ma anche dalle popolazioni locali e indigene. Gli alberi vengono tagliati nei mesi di luglio e agosto, lasciati in campo per perdere umidità, successivamente bruciati, con l’idea che le ceneri possano fertilizzare il terreno. Quando ritorna la stagione delle piogge, l’umidità del terreno denudato favorisce lo sviluppo di vegetazione nuova per il bestiame.

 

L’allevamento del bestiame è responsabile dell’80% della deforestazione in corso nella foresta pluviale amazzonica. Una parte significativa dell’offerta globale di carne bovina, compresa gran parte dell’offerta di carne in scatola in Europa, proviene da terreni che un tempo erano la foresta pluviale amazzonica.

 

In questo contesto, un ruolo chiave è svolto dai cambiamenti climatici. Gli incendi sono favoriti e sostenuti dalle condizioni climatiche estreme, da ondate di calore prolungate e intense e da siccità prolungate, insolite per questa parte del mondo. Nella lista dei cinque mesi di luglio più caldi, appaiono quelli degli ultimi cinque anni. Questo non vale solo per l’emisfero settentrionale, dove in questo momento è estate, ma in tutto il mondo. La temperatura media globale dello scorso mese di luglio è stata di 0,56 °C più calda della media del trentennio 1981-2010.

Non è quindi singolare che molte delle aree del pianeta che in questo momento sono attraversate dagli incendi siano state interessate da un caldo prolungato ed estremo nel corso del mese precedente. È noto a tutti che queste condizioni siano le più adatte per aggravare gli incendi. Temperature elevate e bassa umidità rendono la vegetazione facile preda degli incendi.

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Quali le conseguenze?

 

La distruzione e il degrado del manto forestale avrà importanti conseguenze nella regione. Senza alberi e senza vegetazione che svolgono la funzione di ancorare il terreno e di trattenere l’umidità, la vegetazione sottostante può seccarsi, facilitando la combustione. Senza gli alberi, che attraverso la traspirazione liberano un enorme volume di acqua ed emettono sostanze chimiche che lo fanno condensare, diminuiranno le piogge.

 

In questo momento, l’Amazzonia è stata disboscata per oltre il 15% rispetto al suo stato iniziale (epoca pre-umana). Gli scienziati sono preoccupati che se il disboscamento dovesse raggiungere il 25%, non ci saranno abbastanza alberi per mantenere l’equilibrio del ciclo dell’acqua. La regione attraverserà un punto critico ed eventualmente evolvere verso la savana.  Ciò avrebbe enormi conseguenze anche per il resto del mondo. La foresta pluviale amazzonica produce enormi quantità di ossigeno. La sua vegetazione trattiene miliardi di tonnellate di carbonio nella vegetazione, nella lettiera e nel suolo, che potrebbero ossidarsi e liberarsi in atmosfera, aumentando l’effetto serra.

 

L’Amazzonia è anche un hotspot della biodiversità e include il luogo più ricco di biodiversità sulla Terra, rendendo la sua conservazione una questione chiave per arrestare l’estinzione di piante e animali. Centinaia di migliaia di indigeni in oltre 400 tribù vivono in Amazonia e fanno affidamento sulla foresta pluviale per sostenere le loro vite e preservare le loro culture.

 

La distruzione degli ecosistemi naturali e seminaturali è grave non solo perché contribuisce all’effetto serra e ai cambiamenti climatici, ma anche perché rimuove una funzione chiave che gli ecosistemi garantiscono all’umanità, quella di assorbire le emissioni dall’atmosfera e ‘sequestrarle’ nelle piante, nella lettiera e nel suolo sotto forma di sostanza organica.

 

 


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