Ci sono voluti sette anni ma alla fine ci sono riusciti, prima l’Environmental Investigation Agency e poi i ricercatori guidati da M. Rigby dell’Università di Bristol, a gettar luce sul mistero dell’anomala ondata di emissioni di CFC-11 che rischia di ritardare la “chiusura” del buco dell’ozono.

La sostanza in questione, bandita già dal Protocollo di Montreal nel 1987, è il triclorofluorometano o CFC-11, e risulterebbe impiegata da una ventina di fabbriche cinesi nel campo dell’edilizia in quanto capace di rendere molto più economici e di maggior qualità i pannelli di poliuretano, isolanti “nascosti” nei muri degli edifici.

Questo studio pubblicato su Nature il 22 maggio scorso sembra confermare oltre ogni ragionevole dubbio che circa il 40-60% dell’aumento delle emissioni di CFC-11 proviene dalle province della Cina orientale.

La concentrazione atmosferica del gas, il secondo CFC per abbondanza, ha cominciato a diminuire dalla metà degli anni ’90. Un anomale rallentamento della sua diminuzione a partire dal 2012 aveva attirato l’attenzione degli scienziati e suggerito che le emissioni globali stessero aumentando.

Gli scienziati non hanno certezza delle aree geografiche esatte a cui corrispondono queste emissioni  hanno potuto calcolare solo l’ultimo rilascio in atmosfera , ma sono stati in grado di simulare il trasporto di questi gas nell’atmosfera e  di affermare che sono state misurate circa 7000 tonnellate di emissioni extra di CFC-11 sopra le regioni del dell’Asia orientale.

Conseguenze allarmanti anche per i cambiamenti climatici: il CFC-11 è un gas serra molto potente. Una tonnellata di CFC-11 equivale a circa 5000 tonnellate di CO2. L’emissione tracciata nello studio quindi si stima possa equivalere a circa 35 milioni di tonnellate di CO2 emesse ogni anno, che è circa il 10% delle emissioni annuali del Regno Unito.

Posto che occorre intraprendere azioni a livello internazionale per bloccare al più presto la produzione e l’impiego di tale sostanza già bandita, è stato calcolato che queste violazioni del protocollo di Montreal ritarderanno di una decina di anni la chiusura del buco, prevista originariamente intorno al 2070. (CZ)


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