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Controlli ARPA, quali procedure si applicano?

Categoria: Vigilanza e controlli
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 19/05/2020
n. 15276

Nell'ambito delle attività di ispezione e vigilanza di natura amministrativa svolte dall’ARPA non è necessario il rispetto delle norme del codice di procedura penale, almeno fino all'emersione degli indizi di reato di cui all'art. 220 disp. att. cod. proc. pen.  


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Ritenuto in fatto

 

  1. Con decreto in data 20 maggio 2019 il Giudice per le indagini preliminari di Roma ha disposto il sequestro preventivo di una serie di beni ai sensi degli art. 452-quaterdecies cod. pen., 256, commi 2 e 3, e 258, comma 4, d.lgs. n. 152 del 2006, nonché 483 cod. pen. ed il sequestro preventivo anche per equivalente del profitto del reato, ai sensi dell'art. 452-quaterdecies cod. pen. per i reati di cui ai capi A), I), L), M), N), nella misura di C 1.013.489,21, nei confronti di tutti gli indagati e di una serie di società di capitali. Con ordinanza in data 23 luglio 2019 il Tribunale del riesame di Roma ha confermato il decreto del Giudice per le indagini preliminari.

 

  1. Ricorrono per cassazione gli indagati sulla base di otto motivi.

 

Con il primo deducono la violazione di legge con riferimento ai decreti autorizzativi delle intercettazioni telefoniche ed ambientali. In particolare, osservano che il decreto del 1 marzo 2018 era del tutto disarticolato dalle indagini compiute fino a quel momento dalla polizia giudiziaria, la quale, nonostante avesse osservato un'ordinaria attività di trasporto, consegna e spargimento di ammendante compostato misto sui terreni, sospettando tuttavia un traffico illecito di rifiuti, aveva sollecitato delle attività captative, invece di procedere ad accertamenti tecnici a mezzo campionatura del terreno ai sensi dell'art. 360 cod. proc. pen. Con nota del 13 febbraio 2018 la Polizia stradale, grazie alla localizzazione satellitare autorizzata sugli automezzi della D. S.r.l., aveva ipotizzato che questa società stava smaltendo il materiale di risulta dei lavori in corso alla stazione Termini, contenente eternit-amianto, in una discarica di via Canestrini, senza lavorazioni aggiuntive per rendere inerte il rifiuto. Fino a quella data, gli investigatori avevano invece ipotizzato che i predetti rifiuti erano destinati al sito di Fosso di Campoleone sotto forma di ammendante compostato misto. Il 23 febbraio 2018, il Pubblico ministero aveva prospettato che i mezzi della D., dopo aver caricato i materiali, erano transitati, prima, presso la discarica della A. S.r.l. di via Canestrini e, poi, erano arrivati alla discarica abusiva di Ardea, ove i rifiuti erano stati sversati ed interrati. Sennonché, nessuna delle informative richiamate dal Pubblico ministero recava spunti per siffatta ricostruzione, smentita dalla stessa Polstrada che aveva dato atto che i mezzi contenenti i rifiuti della stazione Termini, una volta raggiunta la discarica di via Canestrini, erano stati scaricati in una buca ricavata nel terreno. Secondo gli indagati, la richiesta, oltre a essere disarticolata dall'esito delle attività investigative compiute dalla Polizia giudiziaria (il riferimento era all'interramento nel sito di Ardea dei rifiuti provenienti dalle lavorazioni presso la stazione Termini), era anche incoerente rispetto all'art. 267 cod. proc. pen., poiché il Pubblico ministero era ancora nella fase di ricerca degli elementi indiziari piuttosto che di verifica degli stessi rispetto ai reati già delineati. Il Tribunale del riesame aveva liquidato la doglianza relativa all'illegittimità del decreto come una svista, dal momento che il Giudice per le indagini preliminari aveva erroneamente individuato il sito di destinazione dei rifiuti da demolizione della stazione Termini in via Fosso di Campoleone piuttosto che in via Canestrini. Sostengono invece che il travisamento dei presupposti indiziari del decreto dell'i marzo 2018 si era tradotto in un difetto assoluto di motivazione. Insistono sulla natura esplorativa delle intercettazioni e precisano che i decreti di proroga successivi non potevano assolvere ad alcuna funzione sanante.

Con il secondo denunciano la violazione di legge, perché non erano stati eseguiti gli accertamenti tecnici irripetibili. Ricordano che il presente procedimento costituiva il risultato di ben quattro autonomi procedimenti già iscritti a loro carico a partire dal 2014.

 

Con il terzo eccepiscono la violazione di legge, perché i fertilizzanti erano regolari. Peraltro, l'ARPA Lazio non faceva parte dell'elenco dei laboratori competenti a prestare i servizi necessari per verificare la conformità dei prodotti al d.lgs. n. 75 del 2010.

 

Con il quarto lamentano la violazione di legge, perché il disconoscimento del dlgs. n. 75 del 2010, quale fonte di regolazione dell'accertamento della conformità del compost aveva prodotto una serie ulteriore di violazioni, con specifico riferimento alle modalità di campionamento ed analisi del prodotto in contestazione.

 

Con il quinto L. F. deduce la violazione di legge, perché il decreto del 13 aprile 2018, che aveva autorizzato le intercettazioni nei suoi confronti, era motivato per relationem rispetto alla richiesta del Pubblico ministero ed all'informativa del 9 aprile 2018. La prospettiva secondo cui era socio di fatto della S. S.r.l. non aveva fondamento, tant'era vero che nelle incolpazioni provvisorie era stato indicato come consulente degli Ugolini. La polizia giudiziaria aveva giustificato le sue richieste sul duplice presupposto dell'esistenza di un'associazione a delinquere, mai contestata, e della qualifica di socio di fatto, poi degradata a mera attività di consulenza. Lamenta di essere rimasto il solo a subire il sequestro.

 

Con il sesto eccepiscono la violazione di legge in ordine alla quantificazione del profitto confiscabile, perché il Tribunale aveva calcolato il profitto sulla base delle condotte effettivamente tenute dagli indagati piuttosto che sulla base di quelle alternative che avrebbero dovuto tenere, così contraddicendo il concetto stesso di risparmio di costi. Il consulente del Pubblico ministero aveva impropriamente sovrapposto volume e peso. Il Tribunale aveva inspiegabilmente ritenuto di estendere l'entità del profitto realizzato dalla S., ben oltre i limiti indicati dal Pubblico ministero e recepiti dal Giudice per le indagini preliminari. Osservano che il Tribunale non poteva dilatare gli ambiti dispositivi del sequestro.

 

Con il settimo lamentano la violazione di legge, perché il Tribunale del riesame aveva lasciato irrisolto il nodo della relazione tra il sequestro disposto a carico della società e quello dei singoli indagati. Il Pubblico ministero non aveva libera scelta tra il sequestro diretto e quello per equivalente né poteva chiederli entrambi e confusamente, prescindendo da una valutazione allo stato degli atti in ordine alle risultanze relative al patrimonio di chi aveva tratto vantaggio dalla commissione del reato e rimettendo alla fase dell'esecuzione gli accertamenti sulla capienza. Ritengono non concludente il richiamo alla giurisprudenza di legittimità secondo cui l'indagato era onerato della prova circa la concreta esistenza di beni nella disponibilità della persona giuridica. Il decreto di sequestro conteneva un dettagliato elenco dei beni di pertinenza delle società, certamente in grado di soddisfare la funzione cautelare del sequestro.

 

Con l'ottavo deducono la violazione di legge, poiché, siccome l'attività illecita non aveva ad oggetto le modalità di gestione del capitale o del patrimonio sociale, quanto piuttosto la produzione del compost, a scongiurare la prospettiva di reiterazione del reato sarebbe stata sufficiente l'apprensione dei beni aziendali e, se necessario, dell'intero opificio che, in quanto inserito in un contesto produttivo, era sottratto alla gestione del titolare ed affidato ad un custodeamministratore giudiziario ai sensi dell'art. 104-bis disp. att. cod. proc. pen. Il sequestro delle quote si era risolto in un sequestro per equivalente.

 

 

Considerato in diritto

 

  1. I ricorsi sono parzialmente fondati nei limiti di cui alla motivazione.

 

3.1. Il primo motivo di ricorso non si confronta con l'ampia decisione del Tribunale che ha ben spiegato come l'eccezione di inutilizzabilità delle intercettazioni fosse inammissibile, perché la difesa non aveva individuato quelle ritenute rilevanti e decisive dal Giudice per le indagini preliminari, né aveva censurato specificamente i singoli decreti di proroga, focalizzando la sua attenzione solo sul decreto dell'i marzo 2018. La censura, sollevata innanzi al Tribunale del riesame e riproposta tal quale in questa sede, ha ad oggetto, a ben leggere, il difetto di motivazione, perché il Giudice per le indagini preliminari aveva travisato i fatti esposti nella richiesta del Pubblico ministero che aveva, a sua volta, travisato i fatti esposti dalla Polizia giudiziaria nell'informativa. Il Tribunale ha escluso la necessità di ricorrere al suo potere di emendare il vizio di motivazione, perché ha precisato che il decreto dell'i marzo 2018 era idoneamente motivato, dal momento che aveva richiamato integralmente le informative della Polizia giudiziaria ed in particolare quella del 22 febbraio 2018, salvo incorrere nel lapsus calami di indicare quale luogo di sversamento illecito dei rifiuti la discarica di Fosso di Campoleone anziché di via Canestriní. Più in particolare, era del tutto irrilevante la circostanza che l'originaria ipotesi investigativa, che aveva giustificato la richiesta di intercettazioni, cioè l'abusivo smaltimento del materiale di risulta dai lavori alla stazione Termini, non avesse avuto ulteriore seguito e sviluppi investigativi. Infatti, non si poteva valutare la congruità della motivazione delle intercettazioni sulla base del risultato più o meno proficuo dell'impiego di tale mezzo. Ciò tanto più ove si considerava che il ricorso alle intercettazioni nel corso delle indagini relative alla criminalità organizzata era consentito in presenza di "sufficienti indizi di reato" e non "di gravi indizi" e quando le stesse risultavano "necessarie" e "non assolutamente indispensabili", per il proseguimento delle indagini. La decisione è in linea con il dato normativo dell'art. 13 d. I. 13 maggio 1991, n. 152, conv. con modificazioni dalla I. 12 luglio 1991, n. 203, che si applica trattandosi del reato di cui all'art. 260 d.lgs. n. 152 del 2006, poi trasfuso nell'art. 452-quaterdecies cod. pen., nonché della giurisprudenza di legittimità citata nell'ordinanza impugnata (Cass., Sez. U, n. 17 del 21/06/2000, Primavera, Rv. 216663-01). Peraltro, nella specie si tratta dell'utilizzabilità delle intercettazioni nell'ambito dello stesso procedimento in cui il reato astrattamente configurato si è andato precisando con contorni fattuali diversi (Cass., Sez. 6, n. 28622 del 02/07/2013, Di Giovine, Rv. 256176 e n. 53418 del 04/11/2014, De Col, Rv. 261837).

 

3.2. Del pari esaustiva risposta hanno trovato il secondo, il terzo ed il quarto motivo. Il Tribunale del riesame ha chiarito che gli accertamenti erano ripetibili, come ammesso dalla stessa difesa che aveva fatto riferimento alla circostanza che in alcuni casi le analisi effettuate dall'ARPA erano state oggetto di controanalisi o revisione. Ed invero, molti dei campionamenti e delle analisi richiamati dal decreto di sequestro sono stati effettuati nell'ambito delle attività di ispezione e vigilanza di natura amministrativa, per le quali non è necessario il rispetto delle norme del codice di procedura penale, almeno fino all'emersione degli indizi di reato di cui all'art. 220 disp. att. cod. proc. pen. L'ARPA poi ha pieno titolo ad analizzare i rifiuti, perché l'art. 6 d. Igs. n. 75 del 2010 riguarda la diversa ipotesi dei fertilizzanti, mentre la verifica della cessazione della qualifica del rifiuto è disciplinata dall'art. 184-ter d.lgs. n. 152 del 2006. L'ARPA, infatti, è il principale organo tecnico-scientifico pubblico di cui dispongono le Regioni in materia di inquinamento ed ambiente. Sulle contestazioni di carattere tecnico in ordine alle modalità di conduzione delle operazioni, il Tribunale del riesame ha ricordato di non disporre di poteri istruttori e ha rinviato alla sede della cognizione piena le verifiche del caso. Va ribadito sul punto il consolidato orientamento giurisprudenziale di legittimità secondo cui in sede di riesame o di appello avverso una misura cautelare reale, il tribunale non è tenuto a dirimere le questioni tecniche e contabili per la cui risoluzione è necessario il ricorso ad un accertamento peritale, costituendo questo un mezzo istruttorio incompatibile con l'incidente cautelare (Cass., Sez. 3, n. 19011 del 11/05/2015, Citarella, Rv. 263554). Peraltro, sulla base degli accertamenti condotti dall'amministratore giudiziario, è emerso che il materiale prodotto dall'impianto era affetto da 5 Corte di Cassazione - copia non ufficiale anomalie, seppur non gravi, che non consentivano di qualificarlo come compost di qualità, mentre la circostanza che, attraverso il riprocessamento, il materiale potesse essere trasformato in compost di qualità non escludeva, ma, anzi, confermava che quanto prodotto dall'impianto non fosse conforme a norma. La motivazione è logica e razionale.

 

3.3. Il quinto motivo relativo alla posizione di F. non si confronta con gli argomenti spesi nell'ordinanza sulla questione processuale e mira ad una rivalutazione del fatto. Quanto alle intercettazioni, in disparte gli argomenti già esaminati, il Tribunale del riesame ha evidenziato che buona parte di quelle poste a base della decisione non erano state captate sulla sua utenza. Invece, le intercettazioni che riguardavano specificamente la sua posizione erano state autorizzate dal Giudice per le indagini preliminari con decreto del 13 aprile 2018, su articolata e conforme richiesta del Pubblico ministero del 10 aprile 2018. Contrariamente a quanto dedotto dalla difesa, non erano state disposte sulla base di congetture - precedenti giudiziali e frequentazioni con ambienti politici ed imprenditoriali poco trasparenti -, ma sulla base di precisi elementi di fatto risultanti dall'informativa della polizia giudiziaria in data 9 aprile 2018. Era dunque emerso, nell'ambientale del 27 marzo 2018, che il Fegatelli aveva dato dei suggerimenti ad Alessio Ugolini su come sbarazzarsi di ingenti quantitativi di materiale che non potevano essere più collocati presso il terreno di uno dei proprietari pagati per interrare il compost, perché saturo; più in generale, anche le altre conversazioni avevano restituito il dato univoco della sua funzione di consulente degli Ugolini anche di metodi illeciti di smaltimento. A ben leggere, Fegatelli pone dei problemi di motivazione dell'ordinanza, il cui esame è precluso al giudice di legittimità ai sensi dell'art. 325 cod. proc. pen., trattandosi di misura cautelare reale (tra le molte, Cass., Sez. 2, n. 18951 del 14/03/2017, Napoli, Rv. 269656).

 

3.4. Va respinto anche il sesto motivo di ricorso perché attiene alla quantificazione del profitto ponendo una questione che esula dal potere del Tribunale del riesame di verificare i calcoli effettuati in questa fase. La motivazione resa sull'argomento è plausibile. Dagli atti d'indagine il Giudice per le indagini preliminari aveva tratto la conclusione che l'impianto di trattamento di rifiuti della S. S.r.l. era stabilmente ed intrinsecamente inidoneo, per carenze strutturali ed organizzative, a produrre compost di qualità. In particolare, tutte le diverse analisi effettuate nel corso degli anni sul materiale conferito alle aziende agricole avevano dato esito negativo; gli ingenti quantitativi di compost fuori specifica erano stati interrati tra gennaio e giugno 2018; gli Ugolini, su consiglio del Fegatelli, erano alla spasmodica ricerca di modalità con cui disfarsi degli ingenti quantitativi di sostanza prodotti dal loro impianto; tutte le ispezioni presso l'impianto della S. avevano evidenziato criticità e violazioni delle prescrizioni delle autorizzazioni anche gravi; anche al momento dell'esecuzione del sequestro, l'amministratore giudiziario, ancora nel luglio 2019, aveva rinvenuto consistenti quantitativi di prodotto finito che non erano a norma ed erano da qualificarsi come rifiuto. Vi erano quindi elementi gravi, precisi e concordanti che inducevano a ritenere che le quantità di compost illecitamente prodotto e smaltito non erano solo quelle effettivamente rinvenute e misurate dal consulente del Pubblico ministero, ma molto superiori e tendenzialmente pari all'intera produzione dell'impianto nel periodo considerato, cioè circa 57.535 tonnellate, sicché il calcolo era stato fatto in modo prudenziale a tutto vantaggio degli indagati.

 

3.5. Del pari infondato è l'ottavo motivo, siccome l'argomento dedotto è suggestivo ma non congruente. Il sequestro delle quote delle società mira ad impedire la gestione illecita della società. Rispetto alla prospettazione accusatoria, non si tratta solo di evitare l'attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti, incidendo sull'andamento dell'azienda, ma vi è la necessità di inibire, in questa fase e sulla base della cognizione cautelare, le scelte che abbiano ad oggetto la vita della società e ridondino sulla gestione dell'azienda. Il Tribunale del riesame ha ben spiegato che il sequestro delle quote è necessario per privare gli indagati della disponibilità della società, come soggetto giuridico autonomo, e quindi prevenire che la persona giuridica possa riprendere l'attività in altro contesto o con altri beni strumentali. Pertanto, correttamente, ha concluso che l'imposizione del vincolo d'indisponibilità sulle quote non era una misura inutilmente afflittiva.

 

3.6. E' fondato invece il settimo motivo di ricorso. Secondo il Tribunale del riesame, in caso di reati commessi dall'amministratore di una società, il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente può essere disposto nei confronti della persona fisica del reato, solo quando, all'esito di una valutazione allo stato degli atti sul patrimonio della persona giuridica, risulti impossibile il sequestro diretto del profitto del reato nei confronti dell'ente che abbia tratto vantaggio dalla commissione dello stesso. Tuttavia, tale regola troverebbe applicazione nel caso in cui il provvedimento di sequestro sia stato richiesto ed adottato solo nei confronti della persona fisica dell'indagato: è in tale ipotesi che il Pubblico ministero ed il Giudice per le indagini preliminari devono dar conto delle ragioni per le quali il sequestro nei confronti dell'ente sarebbe infruttuoso o inutile. Nel caso in esame, invece, tale esigenza non rileverebbe perché con il medesimo provvedimento il Giudice per le indagini preliminari aveva disposto il sequestro preventivo del profitto del reato sia nei confronti della persona giuridica che aveva tratto vantaggio dalla commissione del reato sia nei confronti degli autori del reato stesso. Il provvedimento non era illegittimo né carente di motivazione. In ogni caso, spettava all'imputato l'onere di fornire la prova della concreta esistenza dei beni nella disponibilità della persona giuridica su cui disporre la confisca diretta. Il ragionamento non è in linea con il consolidato orientamento giurisprudenziale di legittimità. Ed invero la sentenza di questa Sezione, citata dal Tribunale del riesame, la n. 42966 del 10/06/2015, Klein, Rv. 265158, secondo cui l'indagato o l'imputato, che intende sottrarsi alla confisca, deve provare l'incapienza del patrimonio della società, riguarda già la fase esecutiva della misura reale e non quella genetica. Invece, come spiegato nella sentenza sempre di questa Sezione n. 46973 del 10/05/2018, Barletta, Rv. 274074, il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei reati tributari ammette la struttura mista, contemplando sia il sequestro in forma diretta (in via principale) sia per equivalente (in via subordinata), poiché il sequestro di valore si pone in stretta relazione con il verificarsi dell'impossibilità di eseguire quello in forma specifica. La ragione di ciò risiede nel fatto che l'art. 12-bis d. Igs. n. 74 del 2000 e, prima ancora, l'art. 1, comma 143, I. n. 244 del 2007 in relazione all'art. 322-ter cod. pen. non poneva le due forme di sequestro in via alternativa tra di loro, poiché la norma indica nella confisca diretta l'opzione obbligatoria principale e, in quella di valore, l'opzione parimenti obbligatoria subordinata, con la conseguenza che al titolare dell'azione cautelare non è consentito chiedere ad libitum l'una o l'altra. Mentre deve ritenersi escluso il ricorso in via principale al solo sequestro per equivalente, è ammesso, invece, quando risulti ex actis, anche in via genetica, l'impossibilità di esecuzione del sequestro in forma specifica. Tale principio è stato ulteriormente chiarito e ribadito da Cass., Sez. 3, n. 46709 del 28/03/2018, Carriero, Rv. 274561, secondo cui, in tema di misure cautelari reali, la richiesta di sequestro preventivo esclusivamente funzionale alla confisca per equivalente, in quanto presuppone l'impossibilità di procedere al sequestro diretto del profitto del reato, si distingue, per diversità di oggetto e di presupposti, da quella congiunta di sequestro in forma diretta' e, in via residuale, per equivalente, che deve essere avanzata nei casi in cui non siano stati compiuti accertamenti sulla possibilità o meno di porre il vincolo direttamente sul profitto del reato. Orbene, nel caso in esame, il Tribunale del riesame non ha svolto alcuna riflessione sulla capienza patrimoniale della società sicché è rimasto carente di giustificazione il sequestro per equivalente sul patrimonio dei singoli ricorrenti.

 

3.7. A tali fini va disposto l'annullamento dell'ordinanza impugnata, limitatamente al sequestro dei beni degli indagati con rinvio al Tribunale di Roma, mentre per il resto i ricorsi devono essere rigettati.

 

 

(Omissis)

 

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