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Assimilazione acque reflue industriali alle acque reflue domestiche

Categoria: Acqua
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 03/11/2021
n. 39351

In tema di inquinamento idrico l'assimilazione, ai fini della disciplina degli scarichi e delle autorizzazioni, di determinate acque reflue industriali alle acque reflue domestiche è subordinata alla dimostrazione della esistenza delle specifiche condizioni individuate dalle leggi che la prevedono, restando applicabili, in difetto, le regole ordinarie (fattispecie relativa ai reflui provenienti da una cantina vitivinicola).  


Leggi la sentenza

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza 19/01/2021, il Tribunale di Barcellona Omissis ha condannato il ricorrente Omissis al pagamento di euro 1.500,00 di ammenda per il reato di cui all'art. 137, comma 1, D.Igs.152/2006.
2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore di
fiducia, iscritto all'Albo speciale previsto dall'art. 613, cod. proc. pen., articolando
tre motivi, di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. c.p.p.
2.1. Deduce, con il primo motivo, il vizio di erronea applicazione della legge
penale, ex art.606, comma 1, lett. b) ed e) c.p.p., in relazione all'art. 137 D.Igs.
152/2006, ed il vizio di manifesta illogicità della motivazione, nella parte in cui il
Tribunale ha ritenuto sussistente uno scarico secondo la definizione di cui all'art. 74, comma 1, lett. ff), D.Igs. 152/2006.
In sintesi, la difesa si duole perché nel caso di specie non sarebbe stato operato alcun accertamento in ordine all'effettivo collegamento tra il pozzetto di raccolta dei reflui, ubicato all'interno dell'azienda vinicola, ed il suolo o la pubblica fognatura; pertanto, non potrebbe in alcun modo ritenersi integrato il reato contestato e ciò per mancanza di prova in ordine all'esistenza di un effettivo scarico ai sensi dell'art. 74, comma 1, lett. ff) D.Igs. 152/2006.
La difesa inoltre si duole perché, sempre in ordine all'esistenza di detto
scarico, il giudice di primo grado avrebbe fornito una motivazione basata sulla
mera comune esperienza, omettendo di prendere in considerazione la possibilità,
prevista dalla normativa regionale per le piccole aziende vitivinicole, di utilizzare i
reflui per finalità agronomiche; né sarebbe condivisibile l'affermazione giudiziale
per cui gravava sull'imputato l'onere di dimostrare la propria innocenza rispetto
allo smaltimento dei reflui, posto che tale affermazione, oltre a contrastare con i
principi generali del diritto processuale, lederebbe anche il principio nemo tenetur
se detegere in quanto l'imputato, in caso di smaltimento al di fuori ed in contrasto
con la normativa, con le eventuali sue dichiarazioni poteva essere destinatario di
una contestazione in tema di smaltimento di rifiuti. La difesa, infine, sottolinea che
il verbale dell'ARPA, posto a fondamento della sentenza impugnata, dà atto del
prelievo di un campione dal terreno di proprietà Omissis, utilizzato dallo stesso
per lo spandimento dei sottoprodotti della vinificazione.
2.2. Deduce, con il secondo motivo, il vizio di erronea applicazione della
legge penale, ex art.606, comma 1, lett. b) ed e) c.p.p., e di disposizioni legislative
di cui tenere conto nell'applicazione della legge penale, in relazione agli artt. 137
e 101 D.Igs. 152/2006, art. 7 I. Reg. Sicilia n. 27/1986 e artt. 1 e 2 D.P.R. 227/11.
La difesa si duole perché il Tribunale, pur avendo individuato correttamente
la normativa che disciplina l'equiparazione delle acque reflue industriali a quelle
domestiche, avrebbe tuttavia errato nel ritenere la disciplina di cui all'art. 1 del
D.P.R. 227/11 non applicabile al caso di specie perché residuale rispetto alla normativa
regionale di cui alla L. reg. Sicilia n. 27/1986.
Pur riconoscendo che l'equiparazione delle acque reflue industriali a quelle
domestiche è soggetta alla disciplina generale nazionale di cui all'art. 101, comma
7, lett. e), D.Igs152/2006 e alla normativa regionale di cui alla L.reg. Sicilia
27/1986, la difesa ritiene che il D.P.R. 227/11 detti una disciplina speciale, di settore,
per i reflui prodotti dalle piccole aziende vitivinicole. Pertanto ai fini dell'assimilabilità,
se rispetto alle attività diverse da quelle disciplinate dal DPR 227/2011
è necessario fare riferimento alla normativa nazionale e a quella regionale, per le
aziende vitivinicole sarebbe necessario fare riferimento alle disposizioni speciali di
cui al D.P.R. citato, a meno che, in applicazione dell'art. 2 dello stesso decreto,
non vi sia una normativa regionale di settore più restrittiva.
La difesa, infine, sottolinea che l'azienda del proprio assistito rientra nella
previsione di cui al DPR 227/11 e dunque, a suo avviso, non ricorrerebbe in alcun
caso la fattispecie di cui al 137 D.Igs. 152/06, in quanto l'eventuale scarico
avrebbe avuto comunque ad oggetto acque assimilabili ex lege a quelle domestiche.
2.3. Deduce, con il terzo ed ultimo motivo, il vizio di manifesta illogicità
della motivazione ex art. 606, comma 1, lett. e,) c.p.p. in relazione al passaggio
della sentenza impugnata in cui il Tribunale ha ritenuto di escludere la ricorrenza
della causa di non punibilità di cui all'art. 131-bis c.p.
Ed infatti, ad avviso della difesa, il Tribunale avrebbe erroneamente escluso
l'applicabilità del 131 bis c.p.- richiesta in via esclusiva dal P.M. e in via subordinata
dalla difesa - sulla base di due elementi: l'abitualità della condotta contestata
e l'idoneità della stessa a realizzare un pericolo per l'ambiente di non lieve entità.
A tal riguardo, la difesa si duole perché la ritenuta abitualità e reiterazione della
condotta del proprio assistito non sarebbe stata desunta da dati obbiettivi ma sarebbe
frutto di una mera supposizione del giudice; anche l'affermazione giudiziale
in ordine alla potenziale idoneità della condotta del ricorrente a realizzare un pericolo
per l'ambiente di non lieve entità sarebbe apodittica ed illogica, e ciò in considerazione del fatto che lo stesso giudice ha escluso l'aggravante di cui al comma 2 dell'art. 137 T.U.A., contestando dunque all'imputato una violazione di natura formale (mancata previa richiesta di autorizzazione), e che la ritenuta non assimilabilità dei reflui dell'azienda a quelli domestici è stata dedotta dal superamento
di due soli parametri rispetto ai quelli previsti dalla normativa regionale.
3. Il Procuratore Generale, con requisitoria scritta - depositata in data
13.07.2021, antecedente all'entrata in vigore dell'art. 7, comma 2, d.l. n. 105 del
23 luglio 2021, entrato in vigore in pari data - ha chiesto il rigetto del ricorso,
ritenendo condivisibili le argomentazioni della sentenza impugnata con riferimento
a tutte le questioni oggetto dei motivi di ricorso, conclusioni reiterate all'udienza
pubblica odierna.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è infondato.
2. Con il primo motivo, la difesa si duole per aver il Tribunale ritenuto sussistente
uno scarico secondo la definizione di cui all'art. 74, comma 1, lett. ff), Digs. 152/2006.
Come sottolineato anche dal giudice che ha emesso il provvedimento oggetto
di ricorso, in tema di inquinamento idrico, la giurisprudenza di legittimità ha
chiarito che «ai fini della integrazione del reato di cui agli artt. 124, comma primo,
e 137, comma primo, del D.Lgs. n. 152 del 2006, costituisce scarico non autorizzato
di acque reflue industriali qualsiasi immissione delle stesse in un sistema
stabile di collettamento che collega senza soluzione di continuità il ciclo di produzione
del refluo con il corpo ricettore acque superficiali, dovendosi escludere dalla
nozione di scarico contenuta nella lett. ff) dell'art. 74, comma primo, dello stesso
decreto il solo rilascio di reflui che non comporti alcun contatto fisico tra il refluo
e tale corpo ricettore (Sez. 3, n. 24118 del 28/03/2017 - dep. 16/05/2017, Saligari,
Rv. 270305 - 01).
Nella sentenza in esame si dà atto che le emergenze istruttorie acquisite in
corso di giudizio hanno dimostrato, invero, la presenza all'interno dei pozzetti fognari,
di acque derivanti dalla produzione vinicola esercitata dall'azienda di cui il
ricorrente era legale rappresentante all'epoca dei fatti. La sentenza ha puntualmente
ricostruito i fatti, dando conto dell'esito delle prove testimoniali e di quelle
documentali, osservando come non potesse riconoscersi rilievo alcuno alla circostanza che le acque reflue, all'atto del controllo, permanessero all'interno dei pozzetti fognari atteso che, si legge in sentenza, per comune esperienza gli stessi risultano funzionali proprio a favorire il deflusso nella reta fognaria, così evidenziando pertanto, e al contrario rispetto a quanto asserito dalla difesa, il convogliamento dei residui liquidi in pubblica fognatura. A ciò la sentenza aggiunge l'ulteriore
considerazione, anch'essa non manifestamente illogica, secondo cui non appariva
nemmeno verosimile che il ricorrente avesse smaltito con modalità diverse
i reflui derivanti necessariamente dall'attività di vendemmia, non avendo offerto
prova di ciò. Né, parimenti, aggiunge la sentenza, rileva la circostanza che al momento
del controllo effettuato i macchinari non risultassero in funzione e che non
vi fosse sversamento di reflui all'interno della fognatura, essendo sufficiente, ai
fini della configurabilità del reato, anche lo scarico periodico o discontinuo quale
deve ragionevolmente ritenersi quello effettuato da Omissis nel corso dell'attività
vinicola, risultando irrilevante che l'attività produttiva fosse o meno attiva all'atto
del sopralluogo: nessun dubbio, invero, puntualizza la sentenza, quanto alla provenienza
dei residui liquidi dall'attività vinicola svolta dall'odierno imputato il quale
ha confermato che i silos contenessero il vino prodotto nell'anno 2017; ciò in aggiunta
all'ulteriore e, già di per sé tranciante, rilievo che la presenza, all'interno
dei pozzetti, di acque per tipologia, composizione e caratteristiche compatibili con
quelle derivanti dalla produzione vinicola svolta in loco è evidente e inconfutabile
indice del pregresso sversamento delle acque di scarto all'interno della rete fognaria.
In conclusione, si legge nel provvedimento impugnato, è irrilevante l'attualità dell'attività produttiva, evidentemente conclusa nel periodo proprio della vendemmia, essendo sufficiente la prova dello scarico, cioè del sistema stabile di collettamento tra ciclo produttivo e corpo recettore, costituendo la fattispecie contestata, per come ripetutamente evidenziato da consolidata giurisprudenza, reato di pericolo (si citano in sentenza, correttamente, Cass. Pen. 21643/2015; Cass. Pen. 3199/2014) che per sua natura prescinde dalla effettiva produzione di un evento
dannoso o pericoloso, risultando sufficiente ai fini dell'integrazione del reato la
concreta potenzialità offensiva della condotta.
3. Al cospetto di tale apparato argomentativo, le doglianze del ricorrente si appalesano in definitiva manifestamente infondate, in quanto si risolvono nel "dissenso" sulla ricostruzione dei fatti e sulla valutazione delle emergenze processuali svolta dai giudici di merito, operazione vietata in sede di legittimità, attingendo la sentenza impugnata e tacciandola per una presunto vizio di violazione di legge con cui, in realtà, si propone una doglianza non suscettibile di sindacato da parte di questa Corte. Deve, sul punto, ribadirsi infatti che il controllo di legittimità operato dalla Corte di cassazione non deve stabilire se la decisione di merito proponga effettivamente la migliore possibile ricostruzione dei fatti, ne' deve condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se tale giustificazione sia compatibile con il senso comune e con i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento (v., tra le tante: Sez. 5, n. 1004 del 30/11/1999 - dep. 31/01/2000, Moro,
Rv. 215745).
E, sotto il profilo giuridico, non può dubitarsi che nel caso di specie sia stata
correttamente applicata la disciplina in tema di tutela delle acque (ritenendo sussistere
uno "scarico" tecnicamente qualificabile come tale), non solo alla stregua delle considerazioni ampie e condivisibili sviluppate nella sentenza impugnata, ma anche considerarsi l'ulteriore dato logico, costituito dalla presenza stessa del "pozzetto d'ispezione", la cui realizzazione è, non a caso, imposta dalla legge per consentire alle autorità di controllo le verifiche sulla rispondenza del sistema di canalizzazione alle prescrizioni di legge in tema di tutela delle acque dall'inquinamento.
4. Può quindi procedersi all'esame del secondo motivo, con cui la difesa sostiene che il tribunale avrebbe errato nel ritenere la disciplina di cui all'art. 1 del D.P.R. 227/11 non applicabile al caso di specie perché residuale rispetto alla normativa regionale di cui alla L. reg. Sicilia n. 27/1986.
4.1. Anche tale motivo è infondato.
Ed invero, la sentenza di occupa specificamente della questione alle pagg.
6 e segg., fornendo una puntuale risposta all'eccezione difensiva secondo cui lo
scarico, pur se proveniente da attività industriale, risulterebbe assimilabile allo
scarico di acque domestiche ai sensi dell'art. 101, c. 7, TUA, non soggetto ad alcuna autorizzazione amministrativa.
Il giudice di merito, dopo aver operato un'ampia e puntuale ricognizione della normativa applicabile, osserva, nello specifico, come dal rapporto di prova n. 2018ME000423 del 12/07/2018 prot. 22959/2018 eseguito dalla' Arpa su un campione di liquido prelevato all'interno del pozzetto dell'azienda e acquisito al fascicolo del dibattimento emergeva che le acque reflue prodotte dall'azienda non fossero assimilabili, stante la loro composizione, a quelle domestiche alla stregua dei parametri vigenti nella Regione Siciliana. Invero, si legge in sentenza, il parametro
80D5 (02) risulta presente in percentuale pari a 660 mg/I a fronte di un parametro massimo, di cui alla tabella 8 L. 27/1986, di 300 mg/I; parimenti, il parametro COD (02) risulta presente in percentuale pari a 1549 mg/I a fronte di un limite massimo pari a 600 mg/I. Doveva pertanto escludersi per il primo giudice che i reflui prodotti fossero assimilabili agli scarichi domestici, esorbitando dai parametri previsti dalla legge. La sentenza, poi, richiama correttamente quella giurisprudenza di questa Corte che ha affermato il principio secondo cui in tema di inquinamento
idrico l'assimilazione, ai fini della disciplina degli scarichi e delle autorizzazioni,
di determinate acque reflue industriali alle acque reflue domestiche è subordinata
alla dimostrazione della esistenza delle specifiche condizioni individuate
dalle leggi che la prevedono, restando applicabili, in difetto, le regole ordinarie.
(Fattispecie di scarichi di reflui provenienti da attività di cantina di un'azienda vinicola:
Sez. 3, n. 38946 del 28/06/2017 - dep. 07/08/2017, Rv. 270791 — 01).
Ciò, si noti, al fine di evidenziare come alcuna prova avesse fornito Omissis della
conformità delle acque derivanti dall'attività vinicola ai limiti tabellari previsti dalla
normativa di riferimento (L.R. Sicilia n. 27/1986) per l'equiparazione alle acque
reflue domestiche. Non appare peraltro conducente, a tal fine, aggiunge la sentenza,
il richiamo operato dal CTP all'art. 1 del DPR 227/2011 che, parimenti individua
taluni criteri di assimilazione delle acque reflue industriali a quelle domestiche,
atteso che i criteri di assimilazione ivi previsti si applicano, ai sensi del comma 2, art. 2, in via residuale, in mancanza di una specifica e diversa disciplina regionale.
Erroneo, in tal senso, è stato ritenuto dalla sentenza anche il richiamo alla predetta normativa operato dal teste Taletta, dipendente dell'ARPA, stante la vigenza di una disciplina regionale che espressamente individua le condizioni di assimilazione delle acque reflue industriali. Diversamente, puntualizza il primo giudice, la Regione Siciliana prevede parametri indubbiamente più stringenti di quelli previsti dalla normativa nazionale che non consentono, per l'appunto, di ricondurre
le acque prodotte dall'azienda alla categoria delle acque industriali assimilabili alle acque domestiche.
4.2. Come già osservato a proposito del primo motivo, anche in relazione al secondo motivo di ricorso deve concludersi che, al cospetto di tale apparato argonnentativo, le doglianze del ricorrente si appalesano in definitiva manifestamente infondate, in quanto si risolvono nel "dissenso" sulla ricostruzione dei fatti e sulla valutazione delle emergenze processuali svolta dai giudici di merito, operazione vietata in sede di legittimità, attingendo la sentenza impugnata e tacciandola
per un presunto vizio di violazione di legge con cui, in realtà, si propone una
doglianza non suscettibile di sindacato da parte di questa Corte. Deve, sul punto,
ribadirsi infatti che il controllo di legittimità operato dalla Corte di cassazione non
deve stabilire se la decisione di merito proponga effettivamente la migliore possibile
ricostruzione dei fatti, ne' deve condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi
a verificare se tale giustificazione sia compatibile con il senso comune e con i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento (v., tra le tante: Sez. 5, n.
1004 del 30/11/1999 - dep. 31/01/2000, Moro, Rv. 215745).
E, sotto il profilo giuridico, non può dubitarsi che nel caso di specie sia stata
correttamente applicata la disciplina in tema di tutela delle acque, non solo alla
stregua delle considerazioni ampie e condivisibili sviluppate nella sentenza impugnata,
ma anche in virtù del rilievo, costantemente operato dalla giurisprudenza
di questa Corte, secondo cui grava sull'imputato l'onere della prova relativa alla
sussistenza delle condizioni normative che consentono l'applicabilità di deroghe al
regime ordinario che, come nel caso in esame, richiede l'autorizzazione allo scarico
pena la violazione dell'art. 137, D.Igs. 3 aprile 2006, n. 152 (tra le tante, in materia
ambientale: Sez. 3, n. 40761 del 20/03/2013 - dep. 02/10/2013, Rv. 257613 -
01; Sez. 3, n. 16078 del 10/03/2015 - dep. 17/04/2015, Rv. 263336; Sez. 3, n.
3943 del 17/12/2014 - dep. 28/01/2015, Rv. 262159; Sez. 3, n. 6107 del
17/01/2014 - dep. 10/02/2014, Rv. 258860; Sez. 3, n. 37280 del 12/06/2008 -
dep. 01/10/2008, Rv. 241087).
5. Resta, infine, da esaminare il terzo ed ultimo motivo, con cui si contesta
il passaggio della sentenza impugnata in cui il Tribunale ha ritenuto di escludere
la ricorrenza della causa di non punibilità di cui all'art. 131-bis c.p.
5.1. Anche tale motivo è privo di pregio.
Ed invero, la sentenza motiva sul punto alle pagg. 9 e segg., osservando
come non può, ancora, ritenersi che la condotta integri i presupposti di cui all'art.
131 bis c.p. che non consente di pronunciare l'assoluzione dell'imputato per particolare
tenuità della condotta allorché la stessa risulti abituale e reiterata. Sul
punto, si legge in sentenza, dall'esame del verbale di accertamento documentazione
ufficiale vitivinicola del 26 ottobre 2017, acquisito con consenso delle parti
al fascicolo del dibattimento, risulta che Omissis aveva svolto attività di produzione
vinicola anche nel 2016, anno precedente l'accertamento, facendo presumibilmente
utilizzo dello scarico realizzato. Peraltro, trattandosi di reato di pericolo,
precisa il giudice di merito, deve rilevarsi come la condotta non possa ritenersi
potenzialmente idonea a realizzare un pericolo di lieve entità al bene giuridico
tutelato tenuto conto che Omissis, all'epoca del controllo, esercitava stabilmente
l'attività imprenditoriale, seppur con carattere stagionale, con conseguente permanere
dell'esposizione a pericolo del bene giuridico ambiente, di per sé non lieve
tenuto conto dei componenti inquinanti riscontrati nelle acque reflue analizzate e
della potenzialità della condotta a realizzare uno sversamento delle acque nella
rete fognaria per un tempo non ragionevolmente prevedibile.
5.2. Trattasi, anche in questo caso, di motivazione scevra da illogicità manifeste
e del tutto rispondente all'orientamento consolidato di questa Corte, atteso
che, anzitutto, diversamente da quanto asserisce il ricorrente, la motivazione del
giudice non appare illogica nella parte in cui egli, pur avendo escluso l'ipotesi aggravata
di cui al comma 2, dell'art. 137 T.U.A., non ha riconosciuto la particolare
tenuità del fatto oggetto di contestazione. L'esclusione dell'ipotesi aggravata di cui
al secondo comma della norma, infatti, non comporta automaticamente un giudizio
di tenuità del fatto.
Inoltre, il discostamento dei valori di COD(02) e BOD5(02) rispetto a quelli
limite fissati dalla normativa regionale, su cui fa leva la valutazione giudiziale di
non tenuità del pericolo, risulta effettivamente considerevole: il parametro
BOD5(02), infatti, è risultato presente in percentuale pari a 660 mg/I a fronte di
un parametro massimo di cui alla L. reg. Sicilia di 300 mg/l ed il parametro COD
(02) è risultato presente in percentuale pari a 1549 mg/I a fronte di un limite
massimo pari a 600 mg/l.
Il giudizio conclusivo del giudice di merito, dunque, non mostra segni di
cedimento logico né, tantomeno appare sganciato dalla valutazione dell'offensività
del fatto ancorata ai parametri individuati dall'art. 131-bis, c.p.
Questa Corte, ha, infatti, autorevolmente affermato che ai fini della configurabilità
della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto,
prevista dall'art. 131 bis cod. pen., il giudizio sulla tenuità richiede una valutazione
complessa e congiunta di tutte le peculiarità della fattispecie concreta, che tenga
conto, ai sensi dell'art. 133, primo comma, cod. pen., delle modalità della condotta,
del grado di colpevolezza da esse desumibile e dell'entità del danno o del
pericolo (Sez. U, n. 13681 del 25/02/2016 - dep. 06/04/2016, Tushaj, Rv. 266590
— 01). E, in relazione al caso concreto sottoposto all'esame di questa Corte, non
può certo dirsi che il primo giudice non abbia, coerentemente alle emergenze processuali,
operato quella valutazione complessa e congiunta di tutte le peculiarità
della fattispecie concreta che lo hanno, con motivazione immune da vizi, condotto
a ritenere il fatto non meritevole dell'applicazione della speciale causa di non punibilità.
6. Il ricorso dev'essere, conclusivamente, rigettato (…)

(Omissis)

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