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Fertilizzazione con letame: reato o illecito amministrativo?

Categoria: Acqua
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 12/06/2020
n. 18101

La pratica di fertilizzazione con letame, in difformità alle disposizioni regionali in materia, costituisce reato e non illecito amministrativo: nello specifico, integra il reato di cui all'art. 137 co. 14 D.L.vo 152/2006 l'utilizzazione agronomica di acque di vegetazione di frantoi effettuata in contrasto con le prescrizioni imposte dalle regioni, comprese quelle per il controllo dell'attività. (Fattispecie relativa all'utilizzazione agronomica di affluenti di allevamento al di fuori dei casi e delle procedure previste dall’art. 112 D.Lvo 152/2006 e contravvenendo a quanto disposto dalla legge Regione Campania n. 14 del 2010; in particolare non risultava rispettato il limite di 340 kgN/Ha annuo (2014) inerente alla distribuzione di azoto con gli effluenti di allevamento.)


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Ritenuto in fatto

 

1. Il Tribunale di Salerno con sentenza dell'Il marzo 2019 ha condannato K. S. alla pena di C 1.000,00 di ammenda con il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche relativamente al reato di cui all'art. 137, comma 14, in relazione all'art. 112, d. Igs. 152 del 2006 perché [...] effettuava l'utilizzazione agronomica di affluenti di allevamento al di fuori dei casi e delle procedure previste dal citato art. 112 d. Igs. 152 del 2006 e contravvenendo a quanto disposto dalla legge Regione Campania n. 14 del 2010 e del relativo disciplinare tecnico n. 771 del 21/12/2012, così come approvato dall'articolo 3 della richiamata legge regionale; in particolare non risultavo rispettato il limite di 340 kgN/Ha annuo (2014) per le seguenti particelle [...]; accertato il 23 dicembre 2014. L'imputato era, invece, assolto dal reato di cui all'art. 256, comma 1, lettera A, e comma 2, d. Igs. 152 del 2006 perché il fatto non sussiste.

2. L'imputato ha proposto ricorso in cassazione, per i motivi di seguito enunciati, nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall'art 173, comma 1, disp. att., cod. proc. pen.

2. 1. Erronea dichiarazione di responsabilità penale per il reato in oggetto. La responsabilità è stata rilevata, dalla sentenza impugnata, nel superamento dei limiti previsti dalla normativa di settore, ovvero nello spargimento di azoto nella misura di 553, 5 kgN/Ha annuo. Si sono poste alla base della condanna le conclusioni dei tecnici dell'ARPAC dopo l'accesso in azienda. Però, il tecnico dell'ARPAC aveva riferito che nessun elemento di criticità era stato rilevato nello spandimento del letame (reflui da allevamenti) sui terreni. La considerazione del superamento dei limiti dell'azoto è stata, del resto, effettuata solo sulla documentazione, senza alcun prelievo di campioni nel terreno. I valori soglia, comunque, sono fissati in maniera cautelativa (ultra) e gli sforamenti dovrebbero essere frequenti e notevoli, per la probabilità del danno ambientale. Manca o risulta insufficiente, quindi, la prova del commesso reato.

2.2. Violazione del principio del ne bis in idem per le sanzioni amministrative irrogate al ricorrente. Per la medesima condotta sono state irrogate al ricorrente le sanzioni amministrative; sussiste pertanto il divieto di un doppio giudizio (art. 4, Protocollo n. 7, CEDU). La condotta che ha dato origine al procedimento penale è la stessa delle sanzioni amministrative. Ha chiesto pertanto l'annullamento della sentenza impugnata.

 

Considerato in diritto

 

3. Il ricorso risulta inammissibile per manifesta infondatezza dei motivi, genericità e perché tenta di rileggere i fatti accertati in sede di merito. Inoltre, il motivo sul ne bis in idem non risulta proposto al giudice di merito. In tema di giudizio di Cassazione, sono precluse al giudice di legittimità la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione impugnata e l'autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, indicati dal ricorrente come maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa rispetto a quelli adottati dal giudice del merito. (Sez. 6, n. 47204 del 07/10/2015 - dep. 27/11/2015, Musso, Rv. 265482).

In tema di motivi di ricorso per Cassazione, non sono deducibili censure attinenti a vizi della motivazione diversi dalla sua mancanza, dalla sua manifesta illogicità, dalla sua contraddittorietà (intrinseca o con atto probatorio ignorato quando esistente, o affermato quando mancante), su aspetti essenziali ad imporre diversa conclusione del processo; per cui sono inammissibili tutte le doglianze che "attaccano" la persuasività, l'inadeguatezza, la mancanza di rigore o di puntualità, la stessa illogicità quando non manifesta, così come quelle che sollecitano una differente comparazione dei significati probatori da attribuire alle diverse prove o evidenziano ragioni in fatto per giungere a conclusioni differenti sui punti dell'attendibilità, della credibilità, dello spessore della valenza probatoria del singolo elemento. (Sez. 6, n. 13809 del 17/03/2015 - dep. 31/03/2015, 0., Rv. 262965).

In tema di impugnazioni, il vizio di motivazione non può essere utilmente dedotto in cassazione solo perché il giudice abbia trascurato o disatteso degli elementi di valutazione che, ad avviso della parte, avrebbero dovuto o potuto dar luogo ad una diversa decisione, poiché ciò si tradurrebbe in una rivalutazione del fatto preclusa in sede di legittimità. (Sez. 1, n. 3385 del 09/03/1995 - dep. 28/03/1995, Pischedda ed altri, Rv. 200705).

La sentenza impugnata con adeguata motivazione, immune da contraddizioni o da manifeste illogicità, ricostruisce i fatti e determina la penale responsabilità della ricorrente relativamente al reato contestato, rilevando il superamento del limite di 340 kgN/Ha annuo inerente alla distribuzione di azoto con gli effluenti di allevamento; in particolare azoto pari a 553,5 kg annuo, per ettaro. Il superamento del limite è stato determinato con un calcolo matematico avente ad oggetto la divisione del quantitativo di azoto prodotto in un anno per la superficie dei terreni utilizzati per lo spandimento del letame, in relazione ai registri di stalla forniti dallo stesso ricorrente.

Si tratta di accertamenti di fatto, relativi ai quantitativi dello spandimento sul terreno dell'azoto, insindacabili in sede di legittimità, se adeguatamente motivati come nella fattispecie in giudizio. Del resto, la pratica di fertilizzazione con letame, in difformità alle disposizioni regionali in materia, costituisce reato e non illecito amministrativo: «Integra il reato di cui all'art. 137 D.Lgs. 3 aprile 2006 n. 152 l'utilizzazione agronomica di acque di vegetazione di frantoi effettuata in contrasto con le prescrizioni imposte dalle regioni, ivi comprese quelle per il controllo dell'attività. (Fattispecie relativa ad attività di trasporto delle acque svolta in difetto di documento di trasporto conforme alle disposizioni emanate dalla Regione Puglia)» (Sez. 7, n. 37442 del 10/04/2015 - dep. 16/09/2015, Muraglia, Rv. 26445101). Il ricorso sul punto, articolato in fatto non si confronta con le motivazioni della sentenza, ma in via del tutto generica ritiene configurabile solo un illecito amministrativo.

 

4. Relativamente al motivo sul ne bis in idem, per l'irrogazione delle sanzioni amministrative, si deve rilevare la manifesta infondatezza del motivo per genericità (non risulta nemmeno indicato se le sanzioni amministrative sono o no definitive) e in quanto la questione non è stata proposta al giudice di merito, per gli eventuali accertamenti in fatto: "Non è deducibile per la prima volta davanti alla Corte di cassazione la violazione del divieto del "ne bis in idem" sostanziale, in quanto l'accertamento relativo alla identità del fatto oggetto dei due diversi procedimenti, intesa come coincidenza di tutte le componenti della fattispecie concreta, implica un apprezzamento di merito, né è consentito alle parti produrre in sede di legittimità documenti concernenti elementi fattuali" (Sez. 2, n. 18559 del 13/03/2019 - dep. 03/05/2019, Z. G. A., Rv. 27612202). Inoltre, "È preclusa la deducibilità della violazione del divieto di bis in idem in conseguenza della irrogazione, per un fatto corrispondente sotto il profilo storico-naturalistico a quello oggetto di sanzione penale, di una sanzione formalmente amministrativa, ma della quale venga riconosciuta la natura "sostanzialmente penale" secondo l'interpretazione data dalle decisioni emesse dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo nelle cause "Grande Stevens e altri contro Italia" del 4 marzo 2014, e "Nykanen contro Finlandia" del 20 maggio 2014, quando manchi qualsiasi prova della definitività della irrogazione della sanzione amministrativa medesima" (Sez. 3, n. 48591 del 26/04/2016 - dep. 17/11/2016, Pellicani, Rv. 26849301). Alla dichiarazione di inammissibilità consegue il pagamento in favore della cassa delle ammende della somma di C 2.000,00, e delle spese del procedimento, ex art 616 cod. proc. pen.

 

(omissis)

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