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Reato di scarico non autorizzato: quali circostanze attenuanti possono invocarsi?

Categoria: Acqua
Autorità: Cass. Pen. sez.
Data: 04/04/2019
n. 14762

Al reato di scarico di acque reflue industriali senza autorizzazione non è applicabile la circostanza attenuante del danno patrimoniale di speciale tenuità di cui all'art. 62 n. 4 cod. pen., perché la stessa è incompatibile con la natura contravvenzionale e di pericolo della fattispecie di cui all'art. 137 D.Lgs. n. 152 del 2006. Non trova applicazione nemmeno la diminuente di cui all'art. 62 n. 6 cod. pen. in caso di successivo rilascio dell'autorizzazione, in quanto il conseguimento del titolo abilitativo non comporta di per sé l'eliminazione o l'attenuazione delle conseguenze del reato ambientale, avendo solo l'effetto di rendere lecita la condotta successiva.  


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Ritenuto in fatto e considerato in diritto

 

1.La sig.ra C. M. ricorre per l'annullamento della sentenza in epigrafe indicata che l'ha condanna alla pena di 800,00 euro di ammenda per il reato di cui all'art. 137, d.lgs. n. 152 del 2006, a lei ascritto per aver effettuato lo scarico delle acque reflue industriali originate dall'attività di officina meccanica e autolavaggio veicoli (nel caso di specie, autoarticolati) in costanza di autorizzazione scaduta (fatto contestato come commesso in Fondi il 09/12/2011).

 

1.1.Con il primo motivo, deducendo la mancanza di prova della natura industriale dei reflui, eccepisce, ai sensi dell'art. 606, lett. b) ed e), cod. proc. pen., l'erronea applicazione della norma incriminatrice e vizio di motivazione sul punto.

 

1.2.Con il secondo, che richiama gli argomenti oggetto del primo motivo, eccepisce, ai sensi dell'art. 606, lett. d), cod. proc. pen., la mancata assunzione, ex art. 507 cod. proc. pen., della prova della effettiva natura industriale dei reflui.

 

1.3.Con il terzo motivo eccepisce, ai sensi dell'art. 606, lett. b), cod. proc. pen., l'erronea applicazione delle circostanze attenuanti di cui agli artt. 62, nn. 4)e 6), cod. pen.

2.Il ricorso è inammissibile perché manifestamente infondato e presentato per motivi non consentiti dalla legge nella fase di legittimità.

 

3.Osserva il Collegio:

 

3.1.per costante giurisprudenza di questa Corte, lo scarico dei reflui provenienti da impianti di autolavaggio, eseguito in assenza di autorizzazione, integra il reato di cui all'art. 137, comma primo, del D.Lgs. n. 152 del 2006, non potendo tali acque essere assimiliate a quelle domestiche (Sez. 3, n. 51889 del 21/07/2016, Rv. 268398; Sez. 3, n. 26543 del 21/05/2008, Rv. 240537; Sez. 3, n. 985 del 05/12/2003, Rv. 227182; Sez. 3, n. 5465 del 26/03/1999, Rv. 213375, secondo cui gli impianti di autolavaggio hanno natura di insediamenti produttivi in quanto utilizzano in grande quantità e continuità non solo detersivi ma anche altri materiali che interagiscono nelle operazioni di lavaggio dando luogo ad un inquinamento chimico ripetuto e costante. Ne consegue che non è possibile configurare una assimilabilità degli stessi agli scarichi civili provenienti da insediamenti abitativi e caratterizzati da uso limitato di detersivi; nello stesso senso, Sez. 3, n. 3898 del 08/02/1999, Rv. 213264);

 

3.2.1a natura industriale dei reflui, peraltro, è confermata dall'autorizzazione rilasciata alla società di cui era legale rappresentante l'imputata (scaduta al momento dell'accertamento del fatto) e da quella successiva;

 

3.3.inutile, pertanto, l'invocato accertamento della natura degli scarichi dedotto come ingiustamente omesso (peraltro non deducibile ai sensi dell'art. 606, lett. d, cod. proc. pen.);

 

3.4. l'art. 124, comma 8, d.lgs. n. 152 del 2006, consente il mantenimento provvisorio degli scarichi per i quali sia stato chiesto "tempestivamente" il rinnovo dell'autorizzazione (Sez. 3, n. 16054 del 16/03/2011, Rv. 250308);

 

3.5.nel caso di specie, però, il rinnovo è stato chiesto il 07/06/2012, ben oltre il termine di scadenza quadriennale dell'autorizzazione rilasciata il 24/11/2006;

 

3.6.al reato di scarico di acque reflue industriali senza autorizzazione non è applicabile la circostanza attenuante del danno patrimoniale di speciale tenuità di cui all'art. 62 n. 4 cod. pen., perché la stessa è incompatibile con la natura contravvenzionale e di pericolo della fattispecie di cui all'art. 137 D.Lgs. n. 152 del 2006, rispetto alla quale non trova applicazione nemmeno la diminuente di cui all'art. 62 n. 6 cod. pen. in caso di successivo rilascio dell'autorizzazione, in quanto il conseguimento del titolo abilitativo non comporta di per sé l'eliminazione o l'attenuazione delle conseguenze del reato ambientale, avendo solo l'effetto di rendere lecita la condotta successiva (Sez. 3, n. 3199 del 02/10/2014, Rv. 262005).

 

5.Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso (che osta alla rilevazione d'ufficio della prescrizione maturata successivamente alla data della sentenza impugnata) consegue, ex art. 616 cod. proc. pen., non potendosi escludere che essa sia ascrivibile a colpa della ricorrente (C. Cost. sent. 7-13 giugno 2000, n. 186), l'onere delle spese del procedimento nonché del versamento di una somma in favore della Cassa delle ammende, che si fissa equitativamente, in ragione dei motivi dedotti, nella misura di C 3.000,00.

 

[Omissis]

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