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Sansa disoleata come combustibile: non basta attestarlo sul documento di trasporto

Categoria: Aria
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 16/09/2020
n. 26086

  Il fatto che il documento di trasporto della sansa disoleata rechi l’attestazione secondo la quale il prodotto in questione sia “conforme alle caratteristiche di cui al D.L.vo 152/2006, allegato X, sezione 4” non può considerarsi tale da esimere l’utilizzatore dalla attenta verifica della rispondenza alle specifiche legislative del materiale da lui utilizzato come combustibile nel ciclo produttivo. (Nel caso di specie, l’imputato ha consapevolmente omesso un adeguato controllo sulla rispondenza della sansa disoleata alle specifiche stabilite dal legislatore per escludere la qualifica di detta sostanza dal novero dei rifiuti).


Leggi la sentenza

Ritenuto in fatto

 La Corte di appello de L'Aquila, in parziale riforma della sentenza emessa in data 17 luglio 2017 dal Tribunale di Lanciano a carico di V. E. e di V. A., ha dichiarato non doversi procedere a carico del secondo in ordine al reato di cui al capo a/2) della rubrica a lui contestata (quanto al reato di cui al capo b) già il Tribunale aveva prosciolto il prevenuto per intervenuta prescrizione) mentre ha integralmente confermato la sentenza di condanna a carico del primo, il quale era stato condannato quanto alla contestazione sub d) della rubrica, mentre era stato assolto già in primo grado quanto a quella sub c). Con riferimento al trattamento sanzionatorio, mentre la sentenza del Tribunale è stata confermata quanto alla posizione di V. E., cui era stata inflitta dal giudice di primo grado la pena di mesi 6 di arresto, convertiti in euro 45.000,00 di ammenda, la pena di V. A. è stata ridotta, per effetto del suo parziale proscioglimento, essendo stata essa portata da mesi 8 di arresto, convertiti in euro 60.000,00 di ammenda, a mesi 4 di arresto, sostituita dalla pena pecuniaria pari ad euro 30.000,00 di ammenda. Erano state confermate per ambedue i prevenuti le statuizioni a contenuto risarcitorio in favore delle numerose parti civili costituitesi in giudizio.

Hanno interposto ricorso per cassazione ambedue gli imputati, affidandolo ai motivi qui di seguito riassunti. Per V. A. è stata dedotta la illegittimità della sentenza impugnata in quanto la Corte di merito non avrebbe considerato che nei documenti di trasporto della sansa disoleata utilizzata presso lo stabilimento di produzione di energia attraverso l'utilizzo di biomasse del V. erano presenti tutti gli elementi richiesti dalla normativa di settore onde attribuire a tale sostanza la qualifica di combustibile e non di rifiuto. Ha, peraltro, osservato il ricorrente che, essendo egli utilizzatore del prodotto, non era suo compito verificarne la conformità alle caratteristiche imposte dalla legge, gravando tale obbligo sul produttore, dovendo il consumatore solamente controllare che le indicazioni presenti sui documenti di viaggio dei prodotti da lui utilizzati attestino la conformità di essi al tipo legislativamente previsto.

Col secondo motivo di ricorso V. A. ha lamentato la illogicità della motivazione riguardante la mancata assoluzione nel merito relativamente al reato di cui al capo a/2), per il quale vi è stato proscioglimento solo per intervenuta prescrizione, fattore questo incidente negativamente in ordine alla conferma delle relative statuizioni civili. Al riguardo il ricorrente ha rilevato la assenza di significato indiziario ai fini della ritenuta utilizzazione di sostanze qualificabili come rifiuto e non come combustibili nell'azienda di produzione di energia da lui condotta del fatto che alla combustione del prodotto immesso nel ciclo industriale fosse residuata una quantità di ceneri superiori al 2°/o del peso del prodotto stesso, posto che un tale residuo è compatibile con l'uso sia della sansa disoleata che, a maggior ragione, con l'uso del cippato di legno; materiale quest'ultimo per lo più utilizzato dal V. nella sua attività imprenditoriale. Relativamente alla imputazione di cui al capo d), contestata al solo V. E., la difesa di quest'ultimo ha lamentato il vizio di motivazione della sentenza impugnata. In questa non ci si sarebbe dati carico di una adeguata confutazione delle argomentazioni contenute nell'atto di appello.

In particolare non sarebbe stato considerato il fatto che il parametro relativo alla emissione in atmosfera del monossido di carbonio non sarebbe stato rilevante una volta che i fumi prodotti per la fase della caldaia a biomassa fossero confluiti in quelli relativi alla fase della essiccazione della sansa. La Corte non avrebbe considerato tale aspetto, sebbene nel corso della istruttoria fosse emerso che i campionamenti dei fumi fossero stati eseguiti non a monte ma a valle della predetta confluenza. Con l'ultimo motivo, comune ad entrambi i ricorrenti, è stata contestata la legittimità della sentenza della Corte di appello, riguardo alla idoneità della sua motivazione, con riferimento alla determinazione della pena inflitta ai due imputati. In particolare, in ordine alla mancata concessione delle attenuanti generiche, gli imputati hanno dedotto la illogicità delle motivazioni riportate in sentenza per escluderle, essendo stata questa legata alla gravità del fatto commesso sotto il profilo inerente alla compromissione di un bene primario. Al riguardo i ricorrenti hanno rilevato che il legislatore ha previsto, onde tutelare il bene ambientale, la sanzione alternativa, detentiva o pecuniaria, pertanto la giustificazione della scelta della sanzione detentiva non può essere data con il solo riferimento alla tutela del bene protetto, potendo questa, per espressa statuizione normativa, essere assicurata anche con la irrogazione della sola pena pecuniaria.

 

 

Considerato in diritto

I ricorsi proposti dai due imputati sono inammissibili e per tali vanno dichiarati.

Quanto al primo motivo di impugnazione si osserva che con lo stesso il ricorrente, si tratta infatti, di un motivo di impugnazione riguardante il solo imputato V. A. essendo esso riferito ad una imputazione contestata solamente a lui, si è doluto, sotto molteplici profili, del fatto che la Corte di appello non abbia rilevato, quale elemento scriminante, il fatto che i documenti di trasporto della sansa disoleata, utilizzata presso lo stabilimento di produzione di energia del V. quale combustibile, recassero la attestazione secondo la quale il prodotto in questione era "conforme alle caratteristiche di cui al dlgs n. 152 del 2006, allegato X, sezione 4".

L'esistenza di tale indicazione, peraltro risultata non rispondente al vero a seguito delle attività di verifica eseguite in sede di indagine ed avente un contenuto estremamente generico, non può evidentemente - anche in considerazione della rimarcata mancanza di una puntuale specificità del suo significato - considerarsi tale da esimere l'imputato dalla attenta verifica della rispondenza alle specifiche legislative del materiale da lui utilizzato nel ciclo produttivo; le laconiche informazioni rese dal produttore della sansa disoleata se potevano essere sufficienti laddove la stessa fosse stata successivamente utilizzata da un consumatore non professionale, il quale può legittimamente fare affidamento sulla correttezza delle stesse, erano, chiaramente inidonee, anche per la loro scarsa precisione, a fornire assicurazioni sulla regolarità del prodotto ad un soggetto che, facendo uso di tale sostanza in maniera continuativa e con finalità imprenditoriali, è da considerare egli stesso onerato da uno specifico dovere di diligenza nel verificare, anche autonomamente, la idoneità del prodotti da lui usati nel ciclo produttivo, sebbene si tratti di materiali di provenienza aliena. Il fatto che il V. abbia, invece, colpevolmente omesso un adeguato controllo sulla rispondenza della sostanza in questione alle specifiche stabilite dal legislatore - rispondenza che, ove fosse presente, sarebbe tale da escludere la qualifica di detta sostanza in guisa di rifiuto, integra gli estremi della negligenza atta ad integrare l'elemento soggettivo del reato a lui contestato.

 

Le ulteriori doglianze sviluppate dal ricorrente nel motivo ora in esame, appartengono al novero delle censure in fatto, in quanto afferenti a valutazioni non a contenuto giuridico operate dai giudici del merito e, pertanto, sono chiaramente inammissibili in questa sede di legittimità. Riguardo al successivo motivo di impugnazione, la cui rilevanza è limitata, stante la di già dichiarata prescrizione del reato contestato sub a2), alle sole conseguenze civile della commissione dell'illecito in tal modo ascritto al V., si rileva che, diversamente da quanto appare ritenere il ricorrente, non vi è dubbio che la autorizzazione unica n. 28/08 allo stesso rilasciata per il trattamento delle biomasse all'interno dello stabilimento di produzione di energia da lui condotto prevedesse, quale condizione limitativa alla liceità della condotta, il fatto che si trattasse di materiali il cui residuo, a seguito della combustione, non fosse superiore al 2% del peso della massa combusta. Avendo i giudici del merito, con apprezzamento di fatto non suscettibile di rivalutazione nella presente sede, rilevato che, nel caso di specie, siffatto limite era stato "pacificamente superato" (come si esprime con affermazione non contestata la sentenza impugnata), non appare revocabile in dubbio che, sia pure ai soli fini della conferma delle conseguenti statuizioni civili, la condotta del V. era stata posta in essere in contrasto con le limitazioni apposte alla autorizzazione da lui goduta e, pertanto, la stessa era da qualificare come illecita ai sensi del dlgs n. 152 del 2006.

 

Passando al motivo di impugnazione, riferito alla posizione di V. E., avente ad oggetto il preteso vizio di motivazione riguardante la condanna per il reato sub d), si osserva che anche esso - relativo ad una valutazione di carattere tecnico operata dalla Corte di appello in merito alla concentrazione del monossido di carbonio nelle emissioni gassose promananti dall'impianto di essiccazione della sansa disoleata installato nell'azienda Sansificio V. da lui gestita ed alle modalità di sua rilevazione - ha quale suo contenuto, sulla scorta di analogo rilievo operato anche dal giudice di prime cure, un aspetto della ricostruzione in fatto sviluppata in sede di merito; le censure articolate con detto motivo, esulano - trattandosi, appunto, di profilo eminentemente valutativo di fatto - dalla sfera di cognizione riservata alla giurisdizione di questa Corte di legittimità; si tratta, perciò di argomentazioni inammissibili in questa sede. Quanto all'ultimo motivo di ricorso, riguardante la dosimetria della pena, esso, per ciò che attiene alla esclusione in capo ai due imputati del beneficio delle circostanze attenuanti generiche è evidentemente inammissibile, posto che, a non volere altro considerare, detto beneficio, in assenza di specifici motivi che lo potrebbero giustificare, non appare riconoscibile in favore dell'imputato V. A. a cagione della sua condizione di pregiudicato, tale da evidenziare una personalità non aliena alla violazione delle norme penali e, pertanto, in quanto non adeguatamente sensibile al profilo rieducativo della pena, non meritevole di una riduzione di essa tale da renderne ulteriormente più fievoli le finalità di prevenzione speciale.

 

Quanto all'imputato V. E., le circostanze attenuanti generiche sono state escluse posto che, diversamente da quanto affermato dal ricorrente, la Corte di merito ha, nella sua discrezionalità - esercitata in maniera né illegittima né manifestamente illogica - ritenuto che nessun elemento fra quelli segnalati dalla difesa del prevenuto, le avrebbe potute giustificare, trattandosi di condotte ampiamente successive alla commissione del reato e semplicemente tali da ricondurre a legittimità la condizione degli impianti della azienda del V. ovvero essendo riferite ad una pretesa, ma affatto dimostrata, scarsa offensività della condotta da quello posta in essere. Con riferimento alla entità della pena irrogata a ciascuno degli imputati, si osserva che essa, contenuta ben entro il limite del medio edittale e, anzi, sottoposta alla conversione in pena pecuniaria, trova la sua adeguata motivazione attraverso il richiamo compiuto dai giudici del merito alla ritenuta sua congruità rispetto alla gravità dei fatti ascritti ai due ricorrenti (nel senso indicato, cfr.: Corte di cassazione, Sezione III penale, 9 luglio 2019, n. 29968). Alla dichiarazione di inammissibilità dei ricorsi fa seguito la condanna dei ricorrenti, visto l'art. 616 cod. proc. pen., al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 3000.00 ciascuno in favore della Cassa delle ammende.

 

(Omissis)

 

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