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Genericità e inadeguatezza del MOG non bastano a fondare la responsabilità dell’ente!

Categoria: Responsabilità ambientali
Autorità: Cass. Pen. Sez. IV
Data: 11/01/2023
n. 570

La colpa di organizzazione dell'ente deve essere rigorosamente provata e non confusa o sovrapposta con la colpevolezza del (dipendente o amministratore dell'ente) responsabile del reato. La genericità e l’inadeguatezza del Modello organizzativo non sono sufficienti a fondare la responsabilità dell’ente: è necessario, invece, verificare se il deficit di tale assetto organizzativo abbia avuto un’incidenza causale rispetto alla verificazione del reato presupposto in concreto verificatosi.


Leggi la sentenza

RITENUTO IN FATTO
1. La Corte di appello di Milano, in parziale riforma della sentenza pronunciata
dal Tribunale cittadino in data 27/05/2019, ha dichiarato non doversi procedere
nei confronti di V. B. per essere il reato a lui ascritto estinto per
intervenuta morte del reo. Ha confermato nel resto l'impugnata sentenza con
riguardo alla ritenuta responsabilità amministrativa della V. S.p.A.,
condannata alla sanzione amministrativa di euro 30.000,00, oltre al pagamento
delle spese processuali.
2. V. B. era stato chiamato, unitamente a K. S. -
amministratore unico della I. M. S.r.l. (ora I. M. S.r.l. in liquidazione)
- a rispondere del reato di cui agli artt. 41, 589, commi 1 e 2, cod. pen., in
relazione alle norme per la sicurezza dei lavoratori, perché, con condotte
indipendenti e causalmente rilevanti nella produzione dell'evento, operando,
mediante le rispettive imprese, presso il cantiere temporaneo per la realizzazione
della Tangenziale Est Esterna di Milano (TEEM), sito all'altezza dello svincolo SP13
Passano con Bornago, cagionavano la morte di E. K., dipendente della I.
M. S.r.l., per un "complesso traumatismo policontusivo produttivo di lesioni
cranio encefaliche, oltre che di lesioni scheletriche e viscerali", per colpa generica
e per inosservanza delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro
precisamente indicate nel capo di imputazione.
Mentre si trovava sul ponteggio lato nord della galleria, in fase di smontaggio,
E. veniva colpito da un'asse di contenimento della gettata di cemento con la
quale veniva realizzata la veletta e perdeva l'equilibrio. Essendo il ponteggio privo
di dispositivi di sicurezza (sponde laterali) per la prevenzione del rischio di cadute
dall'alto, precipitava dallo stesso da un'altezza di circa 10 metri, riportando le
descritte gravissime lesioni che ne determinavano la morte dopo circa un'ora,
riscontrata sul posto dei sanitari intervenuti (in Pessano con Bornago 11/04/2015).
2.1. La V. S.p.A. è stata ritenuta dai Giudici di merito responsabile
dell'illecito amministrativo di cui all'art. 25-septies, comma 3, d.lgs. n. 231/2001,
per aver tratto vantaggio dalla condotta del reato attribuito all'amministratore
unico, V. B.: vantaggio consistito nel risparmio derivante dall'impiego,
presso il cantiere anzidetto, di lavoratori solo formalmente dipendenti di altra
società (I. M. S.r.l.), in realtà sottoposti al potere direttivo di V. S.p.A.
In particolare, nel risparmio derivante dalla mancata messa a disposizione dei
lavoratori medesimi di idonei mezzi di protezione individuale, con specifico
riferimento ai sistemi di protezione contro le cadute dall'alto, all'omessa
formazione specifica ai lavoratori medesimi in materia di montaggio/ smontaggio
dei ponteggi e all'assenza di un preposto a tali lavori effettivamente nominato e
quindi retribuito dalla società. Condotte da cui derivava l'infortunio.
2.2. Alla V. S.p.A. era stata appaltata la realizzazione del lotto in
questione. Questa aveva appaltato alla I. M. S.r.l. alcune lavorazioni nella
galleria. Il M.Ilo Carmine Grimaldi, intervenuto nella immediatezza, riferiva di aver
subito rilevato l'assenza di dispositivi di sicurezza e di aver direttamente verificato
che l'infortunato, al quale i sanitari stavano praticando manovre respiratorie, non
indossava l'imbragatura e che, nei pressi, non vi era alcun elmetto. Situazione
peraltro riscontrata rispetto a tutti gli operai presente presentì. Il teste Mauro
Campari, in servizio presso VATS Città Metropolitana di Milano, ricordava con
precisione che il ponteggio, dal quale l'operaio era precipitato, era in fase di
smontaggio e che, nella parte superiore, proprio dove stava lavorando il lavoratore
deceduto, mancava la protezione della testata e correnti anti caduta, assenti anche
a lato del ponteggio. Non vi era alcuna fune anticaduta né alcuna linea di sicurezza
ad ancorarla. Egli aveva, altresì, accertato che non era debitamente documentata
l'attività di formazione del personale, con particolare riferimento all'addestramento
specifico richiesto per l'utilizzo di dispositivi individuali di protezione di terza
categoria (salvavita, quale l'imbragatura di sicurezza). Il PIMUS (Piano di
Montaggio Uso e Smontaggio) acquisito era apparentemente completo e idoneo,
ma non risultava essere stato rispettato nei suoi contenuti, tanto che il ponteggio
non corrispondeva alla descrizione riportata nel documento. In cantiere, poi, non
vi era alcun preposto per la verifica della correttezza delle attività di smontaggio.
3. Avverso la sentenza di appello ha proposto ricorso il difensore di V.
S.p.A. che solleva tre motivi, preceduti da una "premessa", concerne l'addebito di
responsabilità amministrativa alla società V. ed il rapporto con le concorrenti
responsabilità di terzi. Il difensore evidenzia che: la società in questione è ente di
significative dimensioni, dotato di una struttura societaria articolata, con specifico
conferimento di deleghe in materia di sicurezza e salute dei lavoratori, dotata di
un modello organizzativo adottato in epoca precedente all'evento e
periodicamente aggiornato, nonché sottoposta al controllo di un organismo di
vigilanza; la I. M. S.r.l. era una società di dimensioni molto più ridotte,
priva di un modello organizzativo aziendale; tra le due società era in essere un
contratto di subappalto per specifici interventi affidati dalla V. alla I. M., rapporto che non era limitato quello specifico lotto dell'opera ove si è
verificato l'infortunio ma che si inseriva in una collaborazione più ampia,
coinvolgente anche altri cantieri edili; il lavoratore deceduto era dipendente della
I. M.; all'esito del giudizio di primo grado, il Tribunale ordinava la
trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica a carico di K. S.
(amministratore unico della Iron Master), ipotizzandosi il reato di falso, in ordine
alle false attestazioni relative alla formazione dei propri dipendenti. Si tratta, come
si vede, di una complessità oggettiva che non trova riscontro nella contestazione
degli illeciti amministrativi la quale, invece, risulta formulata nei medesimi termini
nei confronti di entrambe le società. L'identità di contestazione si traduce, in
motivazione, nel difetto di accertamento in via autonoma, ex ante ed in concreto,
della sussistenza degli elementi costitutivi della responsabilità amministrativa della
V. S.p.A. sotto tre distinti profili, oggetto delle odierne censure di seguito
esposte.
3.1. Violazione di legge, nonché manifesta illogicità e contraddittorietà
estrinseca della motivazione nella parte in cui ritiene sussistente un vantaggio in
capo alla Vezzo/a; erronea applicazione dell'art. 5 d. Igs 231/2001, in ordine alla
sussistenza del vantaggio in capo a questa società. Per poter essere logicamente
compatibile con un vantaggio per l'ente, la condotta colposa dell'agente deve
essere inserita in un contesto di violazione sistematica delle norme previdenziali,
giacché soltanto il reiterato inadempimento alle regole cautelari è indicativo di una
politica di impresa disattenta alla materia della sicurezza sul lavoro, tale da
consentire una riduzione di costi con conseguente massimizzazione del profitto.
Per logica conseguenza, la responsabilità dell'ente deve invece essere esclusa in
tutti i casi in cui l'addebito colposo sia da attribuire ad una negligenza occasionale
o ad una sostanziale inerzia del preposto. La Corte di appello vorrebbe ricavare la
non occasionalità della condotta colposa dal dato di fatto che "lo smontaggio del
cantiere doveva avvenire proprio entro 1'11.4.2015" ma detta circostanza è
dimostrativa delle dell'esatto contrario perché dà conto di una situazione
contingente di per sé, isolata ed episodica, dalla quale nulla si può inferire né sulla
generale gestione dell'opera né sulla politica aziendale della società in relazione
alla salute e alla sicurezza dei lavoratori. L'assunto contenuto in sentenza, secondo
cui la società aveva affidato i lavori di subappalto alla Iron Master senza averne
verificato la professionalità e soprattutto l'idoneità delle persone impiegate al fine
di contenere i costi, è in aperta contraddizione con quanto riferito, in dibattimento,
dal dott. Camillo Franco, presidente dell'Organismo di Vigilanza. Questi aveva
riferito che, dopo l'infortunio, si era recato sul cantiere per verificare come era
stata gestita la qualifica delle ditte. Dal suo controllo, concentratosi soprattutto su
come Vezzola avesse accertato l'idoneità tecnico professionale della ditta
appaltatrice, era emerso che la Iron Master aveva prodotto documentazione
attestante l'idoneità tecnico professionale dei propri dipendenti. Si tratta di dato
coerente con quanto poi emerso all'esito del giudizio di primo grado, con la già
menzionata trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica per l'ipotesi del
reato di falso attinente proprio alle certificazioni di formazione del lavoratore alle
dipendenze di I. M.. Anche l'asserzione della sentenza per la quale la
mancata previsione di un preposto effettivo equivaleva ad un risparmio di costi è
contraddetta da quanto emerso nel giudizio di primo grado: nella motivazione della
sentenza, invero, il Tribunale dà atto, in più passaggi, che per V. erano
presenti in cantiere M. N. quale Direttore Tecnico e M. B. quale
preposto.
3.2. Violazione di legge per erronea disapplicazione degli artt. 6 e 7, comma
2, d.lgs. 231/2001, in ordine alla valutazione di idoneità in concreto ed ex ante del
modello organizzativo adottato dalla società V., prima della verificazione
dell'infortunio; manifesta illogicità, mancanza (mera apparenza) e
contraddittorietà intrinseca ed estrinseca della motivazione nella parte in cui
ritiene inidoneo il modello organizzativo ai fini dell'esclusione della responsabilità
dell'ente. Nel caso di specie, la Corte territoriale ha operato un'automatica ed
indebita logica induttiva che vorrebbe ricavare dalla mera verificazione dell'evento
ex post la prova della inidoneità del modello organizzativo ex ante. La valutazione
di inidoneità del modello organizzativo della V. si riduce ad affermazione
apodittica. Il rimprovero di genericità e inadeguatezza (in relazione alle specifiche
attività svolte dalla V.), mosso dai Giudici di appello, si pone in
contraddizione con l'analisi dettagliata del contenuto del modello organizzativo
compiuta dalla sentenza di primo grado. Il confronto tra la decisione del Tribunale
e quella della Corte di appello evidenzia, altresì, l'assoluta carenza di motivazione
della sentenza impugnata e l'utilizzo di espressioni ampiamente apodittiche e prive
di argomentazione strutturale.
3.3. Violazione di legge, nonché mancanza e manifesta illogicità della
motivazione ed erronea disapplicazione dell'art. 11 d.lgs. 231/2001, nella parte in
cui viene determinata la pena base della sanzione pecuniaria. Entrambi i Giudici di
merito non hanno compiuto un'autonoma valutazione dei due diversi enti coinvolti,
attesa l'identità della pena base (in misura sensibilmente distante dal minimo
edittale). La sentenza impugnata con il presente ricorso nemmeno affronta le
specifiche censure sollevate con l'atto di appello, così integrando un difetto
assoluto di motivazione.
4. Il Procuratore Generale ha chiesto che il ricorso sia dichiarato
inammissibile.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è fondato.
2. L'addebito contestato alla V. S.p.A. attiene all'illecito amministrativo
di cui all'art. 25-septies, comma 3, d.lgs. n. 231/2001, per il reato presupposto di
omicidio colposo ai danni di E. K., dovuto all'inosservanza di norme sulla
prevenzione degli infortuni sul lavoro, attribuibile all'amministratore unico V.
B., in quanto commesso nel vantaggio così come individuato nel capo di
imputazione.
Il Collegio rileva che, già dalla descrizione del capo d'accusa, non emerge con
chiarezza il concreto profilo di responsabilità addebitato alla V. S.p.A. ai sensi
della disciplina del decreto n. 231, avuto riguardo a quei "modelli di organizzazione
e di gestione" richiamati dagli art. 6 e 7 del d.lgs. n. 231/2001, la cui efficace
adozione consente all'ente di non rispondere dell'illecito, ma la cui mancanza, di
per sé, non può implicare un automatico addebito di responsabilità.
Al riguardo, è utile richiamare alcune nozioni afferenti al sistema di
responsabilità degli enti delineato dal decreto legislativo n. 231/2001, dando conto
di alcuni principi giurisprudenziali sviluppati sul tema. È noto che sussistono due
criteri d'imputazione oggettiva del fatto illecito all'ente in quanto tale, nel senso
che l'illecito amministrativo a carico del soggetto collettivo si configura quando la
commissione del reato presupposto (da parte delle persone fisiche che agiscono
per conto dell'ente) sia funzionale ad uno specifico interesse o vantaggio a favore
dell'ente stesso (art. 5 d.lgs. 231 cit.); si tratta di concetti alternativi e concorrenti
tra loro, in quanto l'interesse esprime una valutazione teleologica del reato,
apprezzabile ex ante, cioè al momento della commissione del fatto e secondo un
metro di giudizio marcatamente soggettivo; il vantaggio ha, invece, una
connotazione essenzialmente oggettiva, come tale valutabile ex post, sulla base
degli effetti concretamente derivati dalla realizzazione dell'illecito (cfr. Sez. U, n.
38343 del 24/04/2014, Espenhahn, Rv. 261113-01).
La Suprema Corte ha recentemente ribadito che la struttura dell'illecito
addebitato all'ente risulta incentrata sul reato presupposto, rispetto al quale la
relazione funzionale intercorrente tra reo ed ente e quella teleologica tra reato ed
ente hanno unicamente la funzione di irrobustire il rapporto di immedesimazione
organica, escludendo che possa essere attribuito alla persona morale un reato
commesso sì da un soggetto incardinato nell'organizzazione ma per fini estranei
agli scopi di questo (così, in motivazione, Sez. 4, n. 32899 del 08/01/2021,
Castaldo. Nello stesso senso, più recentemente,
Sez. 4, n. 18413 del 15/02/2022, CARTOTECNICA GRAFICA VICENTINA
SRL, Rv. 283247 - 01).
Ciò consente di affermare che l'ente risponde per un fatto proprio e non per
un fatto altrui, ma non pone al riparo da possibili profili di responsabilità
meramente oggettiva, sicché il giudice di legittimità ha affermato "la necessità che
sussista la c.d. 'colpa di organizzazione' dell'ente, il non avere cioè predisposto un
insieme di accorgimenti preventivi idonei ad evitare la commissione di reati del
tipo di quello realizzato; il riscontro di un tale deficit organizzativo consente una
piana e agevole imputazione all'ente dell'illecito penale realizzato nel suo ambito
operativo. Grava sull'accusa l'onere di dimostrare l'esistenza e l'accertamento
dell'illecito penale in capo alla persona fisica inserita nella compagine organizzativa
della societas e che abbia agito nell'interesse di questa; tale accertata
responsabilità si estende dall'individuo all'ente collettivo, nel senso che vanno
individuati precisi canali che colleghino teleologicamente l'azione dell'uno
all'interesse dell'altro e, quindi, gli elementi indicativi della colpa di organizzazione
dell'ente, che rendono autonoma la responsabilità del medesimo" (cfr. Sez. 6, n.
27735 del 18/02/2010, Scarafia, Rv. 247666).
Si tratta di un'interpretazione che attribuisce al requisito della "colpa di
organizzazione" dell'ente la stessa funzione che la colpa assume nel reato
commesso dalla persona fisica, quale elemento costitutivo del fatto tipico,
integrato dalla violazione "colpevole" (ovvero rimproverabile) della regola
cautelare. Sotto questo profilo, la già citata Sez. 4, n. 32899/2021 ha
efficacemente osservato che proprio l'enfasi posta sul ruolo della colpa di
organizzazione e l'assimilazione della stessa alla colpa, intesa quale violazione di
regole cautelari, convince che la mancata adozione e l'inefficace attuazione degli
specifici modelli di organizzazione e di gestione prefigurati dal legislatore
rispettivamente agli artt. 6 e 7 del decreto n. 231/2001 e all'art. 30 del d.lgs. n.
81/2008 non può assurgere ad elemento costitutivo della tipicità dell'illecito
dell'ente ma integra una circostanza atta ex lege a dimostrare che sussiste la colpa
di organizzazione, la quale va però specificamente provata dall'accusa, mentre
l'ente può dare dimostrazione della assenza di tale colpa. Pertanto, l'assenza del
modello, la sua inidoneità o la sua inefficace attuazione non sono ex se elementi
costitutivi dell'illecito dell'ente. Tali sono, oltre alla compresenza della relazione
organica' e teleologica tra il soggetto responsabile del reato presupposto e l'ente
(c.d. immedesimazione organica "rafforzata"), la colpa di organizzazione, il reato
presupposto ed il nesso causale che deve correre tra i due.
Le superiori considerazioni spiegano le iniziali perplessità manifestate dal
Collegio con riferimento alla struttura dell'illecito delineata nel capo di
imputazione, il quale si limita ad addebitare all'ente un mero 'vantaggio' (derivante
nel risparmio di spesa come più sopra precisato), senza specificare in positivo in
cosa sarebbe consistita la "colpa di organizzazione" da cui sarebbe derivato il reato
presupposto, che è cosa diversa dalla colpa eventualmente riconducibile al
soggetto apicale cui è ascritto il reato.
La motivazione della sentenza impugnata offre, a sua volta, un percorso
argomentativo carente in punto di responsabilità dell'ente, per certi versi
sovrapponendo e confondendo i profili di responsabilità da reato
dell'amministratore/datore di lavoro dai profili di responsabilità da illecito
amministrativo della V. S.p.A. Ciò appare evidente nella parte in cui la
sentenza impugnata, sostanzialmente, addebita alla società il fatto di non aver
svolto alcuna adeguata valutazione sui fornitori, nonostante fosse prevista nel
modello, e di non avere predisposto a norma il ponteggio nonostante la sua
corretta edificazione fosse prevista nel PIMUS, documento che afferma essere
stato sul punto assolutamente disatteso: profili colposi ascrivibili
all'amministratore della società, quale datore di lavoro tenuto al rispetto delle
norme prevenzionistiche, ma non per questo automaticamente addebitabili all'ente
in quanto tale. I Giudici di merito, in definitiva, fondano la responsabilità
amministrativa della Vezzola sulla "genericità ed inadeguatezza" del modello
organizzativo" senza tuttavia fornire positiva dimostrazione della sussistenza di
una "colpa di organizzazione" dell'ente. Deve, invero, ricordarsi che la tipicità
dell'illecito amministrativo imputabile all'ente costituisce, per così dire, un modo
di essere "colposo", specificamente individuato, proprio dell'organizzazione
dell'ente, che abbia consentito al soggetto (persona fisica) organico all'ente di
commettere il reato. In tale prospettiva, l'elemento finalistico della condotta
dell'agente deve essere conseguenza non tanto di un atteggiamento soggettivo
proprio della persona fisica quanto di un preciso assetto organizzativo "negligente"
dell'impresa, da intendersi in senso normativo, perché fondato sul rimprovero
derivante dall'inottemperanza da parte dell'ente dell'obbligo di adottare le cautele,
organizzative e gestionali, necessarie a prevenire la commissione dei reati previsti
tra quelli idonei a fondare la responsabilità del soggetto collettivo (Sez. U, n. 38343
del 24/04/2014, Espenhahn). Ne consegue che, nell'indagine riguardante la
configurabilità dell'illecito imputabile all'ente, le condotte colpose dei soggetti
responsabili della fattispecie criminosa (presupposto dell'illecito amministrativo)
rilevano se riscontrabile la mancanza o l'inadeguatezza delle cautele predisposte
per la prevenzione dei reati previsti dal d.lgs. n. 231/01. La ricorrenza di tali
carenze organizzative, in quanto atte a determinare le condizioni di verificazione
del reato presupposto, giustifica il rimprovero e l'imputazione dell'illecito al
soggetto collettivo, oltre a sorreggere la costruzione giuridica per cui l'ente
risponde dell'illecito per fatto proprio (e non per fatto altrui). Ciò rafforza l'esigenza
che la menzionata colpa di organizzazione sia rigorosamente provata e non
confusa o sovrapposta con la colpevolezza del (dipendente o amministratore
dell'ente) responsabile del reato.
In conclusione, la Corte territoriale non ha motivato sulla concreta
configurabilità, nella vicenda in esame, di una colpa di organizzazione dell'ente,
né ha stabilito se tale elemento abbia avuto incidenza causale rispetto alla
verificazione del reato presupposto. I giudici di merito, invece, avrebbero dovuto
approfondire anche e soprattutto l'aspetto relativo al concreto assetto
organizzativo adottato dall'impresa in tema di prevenzione dei reati della specie di
quello di cui ci si occupa, in maniera tale da evidenziare la sussistenza di eventuali
deficit di cautela propri di tale assetto, causalmente collegati con il reato
presupposto.
3. La sentenza impugnata deve, pertanto, essere annullata, con rinvio per
nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di appello di Milano.

(Omissis)

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