Top

Gestione di discarica non autorizzata: quando si configura l’illecito?

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 01/08/2019
n. 35189

Al fine della configurabilità del reato di realizzazione o gestione di discarica non autorizzata è sufficiente l'accumulo di rifiuti, per effetto di una condotta ripetuta, in una determinata area, trasformata di fatto in deposito, con tendenziale carattere di definitività, in considerazione delle quantità considerevoli degli stessi e dello spazio occupato, essendo irrilevante la circostanza che manchino attività di trasformazione, recupero o riciclo, proprie di una discarica autorizzata.


Leggi la sentenza

Ritenuto in fatto

 

1.Con sentenza del 25 gennaio 2018 la Corte d'appello di Messina ha respinto l'impugnazione proposta da S. C. nei confronti della sentenza del 25 febbraio 2014 del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, con cui lo stesso era stato condannato alla pena di un anno di arresto e 5.200,00 euro di ammenda, in relazione al reato di cui all'art. 256, comma 3, d.lgs. 152/2006 (per avere realizzato una discarica abusiva di rifiuti pericolosi e non pericolosi, accatastando in un terreno di proprietà delle Ferrovie dello Stato, confinante con un fondo di sua proprietà, carcasse di autovetture, cumuli di ferro, bombole, reti metalliche, contenitori in ferro e bidoni; accertato nel maggio 2009 e con permanenza in atto).

 

2.Avverso tale sentenza l'imputato ha proposto ricorso per cassazione, affidato a due motivi, enunciati nei limiti strettamente necessari ai fini della motivazione.

 

2.1.Con un primo motivo ha lamentato la mancanza, la contraddittorietà e la manifesta illogicità della motivazione, ai sensi dell'art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen., in relazione alla affermazione della sussistenza della prova della realizzazione e gestione da parte dell'imputato di una discarica abusiva, in quanto gli elementi evidenziati a tal fine, costituiti dalla presenza del ricorrente sul luogo, non potevano essere ritenuti sufficienti per poter ritenere configurabile a suo carico tale ipotesi, occorrendo a tal fine una pluralità di condotte (quali l'abbandono sistematico e protratto nel tempo di rifiuti, l'attività di spianamento e predisposizione dell'area da adibire a discarica, la necessaria disponibilità in capo all'imputato o a terzi di mezzi idonei al trasporto di rifiuti), che l'imputato non aveva posto in essere.

 

Ha aggiunto che l'area adibita a discarica era di grandi dimensioni, in quanto occupava le aree sottostanti dieci arcate di un ponte ferroviario e aveva vari punti di accesso, che non erano nella esclusiva disponibilità dell'imputato (non essendo stato accertato che egli avesse la disponibilità delle chiavi del cancello da cui si accedeva all'area destinata a discarica), che era stato visto nell'area in compagnia di altre persone e non aveva mai conferito o riciclato rifiuti, con la conseguente insufficienza del solo dato della presenza dell'imputato nell'area per poterlo ritenere il realizzatore e il gestore della discarica abusiva oggetto della contestazione; il fatto che il ricorrente avesse rovistato tra i rifiuti non implicava che li avesse depositati o ricevuti da altri in modo sistematico, né una attività successiva di gestione dei rifiuti, tenuto anche conto del fatto che egli abitava nei pressi di tale area e aveva saltuariamente prelevato dei rifiuti per uso personale, con la conseguente esclusione di un fine di profitto nelle condotte contestategli.

 

2.2.Con un secondo motivo ha lamentato la violazione dell'obbligo di immediata declaratoria della estinzione del reato ascrittogli per prescrizione, in quanto, anche volendo computare la decorrenza del relativo termine dalla data della pronuncia della sentenza di primo grado, intervenuta il 25 febbraio 2014, esso sarebbe decorso il 25 febbraio 2018, trattandosi di fattispecie contravvenzionale, in quanto il Tribunale aveva riqualificato la condotta, ritenendo configurabile il reato di cui all'art. 256, comma 3, d.lgs. n. 152 del 2006, punito con le pene dell'arresto da uno a tre anni e dell'ammenda da euro 5.200,00 a euro 52.000,00, cosicché il relativo massimo di prescrizione era pari a quattro anni, decorso il 25 febbraio 2018, con la conseguente necessità di dichiarare l'estinzione di detto reato per prescrizione.

 

Considerato in diritto

 

1.Il ricorso è inammissibile.

 

2.Il primo motivo, mediante il quale, peraltro riproducendo l'atto d'appello, è stata lamentata l'insufficienza, la contraddittorietà e l'illogicità della motivazione, nella parte relativa alla affermazione di responsabilità dell'imputato, per l'insufficienza degli elementi a disposizione (costituiti solamente dalla presenza dell'imputato nell'area destinata a discarica) per poter ritenere l'imputato responsabile del reato di gestione abusiva di una discarica, non essendo stato adeguatamente considerato che questi abitava in area limitrofa a quella nella quale era stata realizzata detta discarica, è inammissibile, essendo volto, attraverso la deduzione di vizi della motivazione, a censurare sul piano del merito la valutazione degli elementi di prova a disposizione e la ricostruzione dei fatti che sulla base di essi i giudici di merito hanno compiuto.

 

Alla Corte di cassazione è, infatti, preclusa la possibilità non solo di sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi, ma anche di saggiare la tenuta logica della pronuncia portata alla sua cognizione mediante un raffronto tra l'apparato argomentativo che la sorregge ed eventuali altri modelli di ragionamento mutuati dall'esterno (tra le altre, Sez. U., n. 12 del 31/05/2000, Jakani, Rv. 216260; Sez. 2, n. 20806 del 5/05/2011, Tosto, Rv. 250362; Sez. 5, n. 51604 del 19/09/2017, D'Ippedico, Rv. 271623). Resta, dunque, esclusa la possibilità di una nuova valutazione delle risultanze acquisite, da contrapporre a quella effettuata dal giudice di merito, attraverso una diversa lettura, sia pure anch'essa logica, dei dati processuali, o una diversa ricostruzione storica dei fatti, o un diverso giudizio di rilevanza, o comunque di attendibilità delle fonti di prova (Sez. 2, n. 7667 del 29/01/2015, Cammarota, Rv. 262575; Sez. 3, n. 12226 del 22/01/2015, G.F.S., non massimata; Sez. 3, n. 40350, del 05/06/2014, C.C. in proc. M.M., non massimata; Sez. 3, n. 13976 del 12/02/2014, P.G., non massimata; Sez. 6, n. 25255 del 14/02/2012, Minervini, Rv. 253099; Sez. 2, n. 7380 del 11/01/2007, Messina ed altro, Rv. 235716).

 

Inoltre il ricorso per cassazione fondato sugli stessi motivi proposti in sede di impugnazione e motivatamente respinti da parte del giudice del gravame deve ritenersi inammissibile, sia per l'insindacabilità delle valutazioni di merito adeguatamente e logicamente motivate, sia per la genericità delle doglianze che, solo apparentemente, denunciano un errore logico o giuridico determinato (in termini v. Sez. 3, n. 44882 del 18/07/2014, Cariolo e altri, Rv. 260608; Sez. 6, n. 20377 del 11/03/2009, Arnone e altro, Rv. 243838; Sez. 5, n. 11933 del 27/01/2005, Giagnorio, Rv. 231708).

 

Nel caso in esame la Corte d'appello ha ritenuto che l'imputato fosse il responsabile della discarica abusiva di rottami ferrosi realizzata sotto un ponte ferroviario sulla base di plurimi e convergenti elementi indiziari, costituiti dal fatto che in occasione del sopralluogo del maggio 2009 l'imputato era stato trovato in mezzo ai rottami ferrosi accatastati sotto il ponte ferroviario; è stato, inoltre, sottolineato che il cancello che consentiva l'accesso all'area adibita a discarica era aperto e l'imputato si trovava all'interno di tale area, e che in precedenti occasioni l'imputato era stato visto all'interno di tale area, in tuta da lavoro mentre armeggiava con i rifiuti abbandonati; la presenza di altre persone e il fatto che l'imputato abitasse in area limitrofa a quella della discarica sono stati giudicati irrilevanti, non essendo idonei a fornire una spiegazione alternativa a quella della gestione della discarica alla presenza dell'imputato in detta area.

 

Si tratta di considerazione logiche e conformi alle regole razionali, che il ricorrente, senza, in realtà, individuare vizi o lacune della motivazione, censura sul piano delle valutazioni di merito, proponendo una non consentita lettura alternativa degli elementi a disposizione, non rivalutabili sul piano del merito nel giudizio di legittimità, essendo stati considerati in modo logico, posto che al fine della configurabilità del reato di realizzazione o gestione di discarica non autorizzata è sufficiente l'accumulo di rifiuti, per effetto di una condotta ripetuta, in una determinata area, trasformata di fatto, come nel caso in esame, in deposito, con tendenziale carattere di definitività, in considerazione delle quantità considerevoli degli stessi e dello spazio occupato, essendo irrilevante la circostanza che manchino attività di trasformazione, recupero o riciclo, proprie di una discarica autorizzata (Sez. 3, n. 39027 del 20/04/2018, Caprino, Rv. 273918; Sez. 3, n. 12159 del 15/12/2016, dep. 14/03/2017, Messina, Rv. 270354, che ha chiarito come il concetto di gestione di una discarica abusiva deve essere inteso in senso ampio, comprensivo di qualsiasi contributo, sia attivo che passivo, diretto a realizzare o anche semplicemente a tollerare e mantenere il grave stato del fatto-reato, strutturalmente permanente, cosicché devono ritenersi sanzionate non solo le condotte di iniziale trasformazione di un sito a luogo adibito a discarica, ma anche tutte quelle che contribuiscano a mantenere tali, nel corso del tempo, le condizioni del sito stesso; conf. Sez. 3, n. 47501 del 13/11/2013, Caminotto, Rv. 257996; Sez. 3, n. 32797 del 18/03/2013, Rubegni, Rv. 256662; Sez. 3, n. 27296 del 12/05/2004, Micheletti, Rv. 229062; Sez. 3, n. 6796 del 10/01/2002, Garzia, Rv. 221166).

 

Deve, pertanto, concludersi per l'inammissibilità delle doglianze formulate con il primo motivo di ricorso, consistenti in censure non consentite nel giudizio di legittimate e, comunque, manifestamente infondate, essendo stata correttamente affermata la configurabilità della gestione di una discarica abusiva.

 

3.Il secondo motivo, mediante il quale è stato lamentato l'omesso rilievo della estinzione per prescrizione del reato addebitato al ricorrente, è manifestamente infondato.

 

La permanenza del reato previsto dall'art. 256, comma 3, d.lgs. 3 aprile 2006 n. 152, cessa o con il venir meno della situazione di antigiuridicità per rilascio dell'autorizzazione amministrativa, la rimozione dei rifiuti o la bonifica dell'area, o con il sequestro che sottrae al gestore la disponibilità dell'area, o, infine, con la pronuncia della sentenza di primo grado (Sez. 3, n. 45931 del 09/10/2014, Cifaldi, Rv. 260873; Sez. 3, n. 39781 del 13/04/2016, Pajardi, Rv. 268236).

 

Ne consegue, non essendovi, nel caso in esame, stato sequestro dell'area né cessazione dell'attività, che la permanenza del reato è cessata con la sentenza di primo grado, pronunziata il 25 febbraio 2014, cosicché da tale data deve computarsi il termine di prescrizione, che, tenendo conto delle interruzioni, è pari a cinque anni, ai sensi del combinato disposto degli artt. 157 e 161 cod. pen., e non quattro come sostenuto dal ricorrente, cosicché tale termine non era certamente decorso alla data (25 gennaio 2018) della pronuncia della sentenza impugnata, con la conseguente manifesta infondatezza delle censure formulate dal ricorrente al riguardo.

 

4.Il ricorso in esame deve, in conclusione, essere dichiarato inammissibile, stante il contenuto non consentito nel giudizio di legittimità e la manifesta infondatezza delle censure cui è stato affidato.

 

L'inammissibilità originaria del ricorso esclude il rilievo della eventuale prescrizione verificatasi successivamente alla sentenza di secondo grado, giacché detta inammissibilità impedisce la costituzione di un valido rapporto processuale di impugnazione innanzi al giudice di legittimità, e preclude l'apprezzamento di una eventuale causa di estinzione del reato intervenuta successivamente alla decisione impugnata (Sez. un., 22 novembre 2000, n. 32, De Luca, Rv. 217266; conformi, Sez. un., 2/3/2005, n. 23428, Bracale, Rv. 231164, e Sez. un., 28/2/2008, n. 19601, Niccoli, Rv. 239400; in ultimo Sez. 2, n. 28848 del 8.5.2013, Rv. 256463; Sez. 2, n. 53663 del 20/11/2014, Rasizzi Scalora, Rv. 261616, nonché Sez. U, n. 6903 del 27/05/2016, dep. 14/02/2017, Aiello, Rv. 268966).

 

Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue, ex art. 616 cod. proc. pen., non potendosi escludere che essa sia ascrivibile a colpa del ricorrente (Corte Cost. sentenza 7 - 13 giugno 2000, n. 186), l'onere delle spese del procedimento, nonché del versamento di una somma in favore della Cassa delle Ammende, che si determina equitativamente, in ragione dei motivi dedotti, nella misura di euro 2.000,00.

 

(Omissis)

© Riproduzione riservata