Top

Il Protocollo di Kyoto dopo il fallimento dell'Aja

(di Edo Ronchi)

Categoria: Aria

Il fallimento della Sesta Conferenza delle Parti della Convenzione sui cambiamenti climatici, tenuta all’Aja nel novembre scorso, ha suscitato una forte preoccupazione sulla possibilità di arrivare realmente, ed in tempi rapidi, alla ratifica e operatività del protocollo di Kyoto, finalizzato alla riduzione delle emissioni dei gas di serra.

Il Protocollo di Kyoto (1997) fissa un impegno globale di riduzione delle emissioni di gas di serra dei Paesi industrializzati e dei Paesi ad economia in transizione, del 5,2% delle emissioni del 1990, da realizzarsi entro il 2008-2012.

Senza l’operatività del Protocollo di Kyoto, le emissioni di tali paesi, entro il 2008-2012, aumenterebbero di circa il 15%, con un aggravamento dell’effetto serra.

Le anticipazioni del Terzo Rapporto dell’IPCC (il Panel degli scienziati di tutto il mondo che svolge una funzione di supporto tecnico e scientifico della Convenzione sui cambiamenti climatici) rese note alla vigilia della Conferenza dell’Aja, evidenziano chiaramente che la riduzione prevista dal Protocollo di Kyoto non sarà sufficiente a stabilizzare il clima; sarà solo un primo e positivo passo di un cammino che dovrà andare verso più consistenti riduzioni.

Se dovessero mancare anche le riduzioni previste dal Protocollo di Kyoto, andremmo incontro al rischio di un’accelerazione delle previsioni più pessimistiche: scioglimento dei ghiacci, innalzamento del livello dei mari, intensificazione dei fenomeni atmosferici estremi.

Su quali punti si è arenata la trattativa fra Unione Europea e Stati Uniti all’Aja?

Su tre questioni rilevanti: se fissare o meno un tetto quantitativo che limiti il ricorso ai “meccanismi flessibili”; come contabilizzare gli assorbimenti di CO2 in riduzione degli impegni nazionali e nel ricorso ai “meccanismi flessibili”; quale sistema adottare per il controllo dell’attuazione degli impegni di riduzione previsti dal Protocollo. I meccanismi flessibili del Protocollo sono tre: Joint Implementation, Clean Development Mechanism ed Emission Trading.

Il primo meccanismo flessibile (Joint Implementation, JI) si riferisce alla possibilità di accordi fra i Paesi industrializzati e Paesi delle economie in transizione (paesi che nel Protocollo sono le parti dell’Annesso I) per ridurre le emissioni dei gas di serra con progetti o programmi realizzati congiuntamente tra due o più paesi.

Il secondo (Clean Development Mechanism, CDM) prevede che i Paesi industrializzati possano, con investimenti sia pubblici sia privati, realizzare progetti di riduzione delle emissioni nei Paesi in via di sviluppo e quindi scontare, dal proprio impegno di riduzione, le quantità diminuite in quei Paesi.

Il commercio dei permessi di emissione (Emission Trading), il terzo meccanismo flessibile, consente di acquistare un permesso di emissione da un paese che riduce le proprie emissioni più di quanto previsto dal Protocollo e quindi dispone di un credito vendibile.

Gli USA, insieme al Giappone, al Canada e all’Australia hanno proposto all’Aja che ogni paese industriale possa raggiungere il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni di gas di serra utilizzando, senza limiti, i meccanismi flessibili previsti dal Protocollo di Kyoto.

L’Unione Europea sostiene invece che la parte principale della riduzione deve essere realizzata nei paesi industriali perché questo, in realtà, sarebbe l’unico modo per attuare un’effettiva riduzione globale.

Si fa, in proposito, l’esempio della Russia che, sulla base del Protocollo di Kyoto, entro il 2012 sarebbe obbligata ad avere le stesse emissioni del 1990.

Nel 1999 la Russia, per la crisi economica gravissima degli anni ’90, ha ridotto i consumi di combustibili fossili e quindi anche le emissioni di CO2 del 29%.

Se gli USA potessero comprare questo credito russo, chiamato “hot air”, che supera il loro impegno di riduzione, assolverebbero l’impegno del Protocollo senza toccare le loro emissioni nazionali che, benché riferite solo a circa il 4% della popolazione mondiale, rappresentano ben il 23% del totale delle emissioni di gas di serra.

Un secondo tema controverso riguarda i “sinks”, i “pozzi” di assorbimento di carbonio. Gli USA vorrebbero inserire, sia nelle riduzioni nazionali sia nei meccanismi flessibili, gli assorbimenti prodotti dalla coltivazione delle foreste.

L’Unione Europea, data la difficoltà a misurare tali assorbimenti, teme che diventino scappatoie rispetto agli impegni nazionali di riduzione nei settori dei trasporti, della produzione di energia elettrica e industriale.

Il terzo nodo controverso riguarda la richiesta europea di consentire il ricorso ai meccanismi flessibili del Protocollo solo se è stato reso operativo un sistema di controllo (compliance system) globale del rispetto degli impegni previsti dal Protocollo.

Gli USA propongono, invece, di consentire subito l’avvio dei meccanismi flessibili e di arrivare ad un sistema di controllo solo in un momento successivo.

La Conferenza dell’Aja non ha sciolto questi dissensi ed ha rinviato le sue conclusioni ad una nuova sessione che dovrebbe tenersi entro maggio/giugno del 2001.

Contrariamente a quanto ha scritto la gran parte dei commentatori sulla stampa italiana, ritengo probabile che entro tale data si arriverà ad un compromesso che consentirà di ratificare e rendere operativo il Protocollo di Kyoto.

Per alcune ragioni, non eludibili.

I cambiamenti climatici, connessi all’aumento della concentrazione dei gas di serra, sono percepiti dall’opinione pubblica mondiale come grave emergenza: il rapporto 2000 dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha evidenziato dati estremamente preoccupanti sulla intensità e la frequenza degli eventi atmosferici estremi che nel 1999 avrebbero provocato almeno 35.000 morti e danni pari a non meno di 40 miliardi di dollari (rispetto a 9 miliardi di dollari provocati da questi eventi alla fine degli anni ’50).

Si comincia, inoltre, ad avere seri timori dei costi anche economici, sia nei Paesi industrializzati sia in quelli in via di sviluppo, che possono venire da una intensificazione delle anomalie climatiche e da un aumento del livello del mare.

Il G8 del primo semestre del 2001 avrà una presidenza italiana. Nel marzo del 2001 si terrà in Italia il vertice dei Ministri dell’Ambiente del G8: un accordo in questa sede porterebbe a superare i contrasti dell’Aja.

La Presidenza italiana avrà l’occasione, che spero non sciuperà, di proporre al G8 una base possibile di accordo: se lavora bene ha la possibilità di costruire una conclusione positiva della Sesta Conferenza delle parti e quindi di sbloccare la ratifica del Protocollo di Kyoto.

Se la strada di un accordo con gli USA non dovesse risultare percorribile, occorrerà percorrere una via di riserva.

55 paesi pronti alla ratifica ci sono e l’Unione Europea (24,2% delle emissioni del 1990), insieme alla Russia (17,4% delle emissioni), ai paesi dell’Europa Centro Orientale (7,4%) e al Giappone (8,5%) costituiscono un totale di 57,5% di emissioni, superiore al 55%: la quota necessaria per far entrare in vigore il Protocollo anche senza l’accordo degli USA che sarebbero comunque tenuti a rispettarlo, una volta che fosse vigente.

Sia la via principale, quella di un accordo generale, sia quella di riserva, di un accordo che rappresenti il 55% delle emissioni, sarebbero più agevoli se si cominciassero ad attuare le politiche e le misure previste dal Protocollo e se si dimostrasse, come è possibile, che molte sono anche economicamente convenienti; più che costi sono, infatti, investimenti: investimenti in efficienza energetica ed in fonti rinnovabili.

 

——————————————————————————–

 

Torna all'elenco completo

© Riproduzione riservata