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L'Enciclica Laudato si, tra scienza e diritto: spunti di riflessione

(di Miriam Viviana Balossi, Mauro Prada*)

Categoria: Generalità

* ARPA Lombardia

“L’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti”.
Sembrerebbe l’articolo di una Convenzione Internazionale, o una dichiarazione programmatica di un Vertice sulla Terra: e invece si tratta della seconda enciclica di Papa Francesco “Laudato si’”, divulgata lo scorso 18 giugno, che si rivolge alla “cura della casa comune”, il nostro pianeta, la Terra.
Si tratta di un’enciclica – per tanti aspetti – rivoluzionaria, in cui il Papa dà conto di quanto sta accadendo, perché niente del nostro mondo ci deve risultare indifferente e tutta l’umanità è unita dalla stessa preoccupazione: dall’inquinamento causato dai rifiuti allo scioglimento dei ghiacci polari, dalla perdita di foreste tropicali all’aumento degli eventi metereologici estremi, dall’esaurimento delle risorse naturali alla concentrazione di gas serra.
Avendo da subito dichiarato il proposito di entrare in dialogo con tutti, il Papa nel prosieguo dell’enciclica sostiene la bellezza della sfida che attende tutti, invita allo sviluppo di virtù ecologiche, esterna la convinzione che scienza e religione possano entrare in un dialogo intenso e produttivo per entrambe: “la Chiesa non ha motivo di proporre una parola definitiva e capisce che deve ascoltare e promuovere il dibattito onesto fra scienziati, rispettando le diversità di opinione”.
Il Pontefice lancia un accorato appello allo “sviluppo sostenibile ed integrale” e rivolge un “invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta”: la cultura dello scarto, oggi ormai imperante, colpisce tanto i beni che si trasformano repentinamente in rifiuti, quanto gli esseri umani esclusi da questo consumismo sfrenato. Ad esempio, l’acqua, ormai diventata una vera e propria “questione”, non può ridursi ad essere una mera merce soggetta alle leggi del mercato: “l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale”.
Con coraggio e autorevolezza il Papa non tace circa “la debolezza della reazione politica internazionale” che ha visto i fallimenti dei vertici mondiali sull’ambiente: troppi interessi particolari, la sottomissione della politica alla finanza, la prevalenza dell’interesse economico sul bene comune non permettono alla comunità internazionale di raggiungere accordi adeguati. Anche se le questioni ambientali sono state sempre più presenti nell’agenda pubblica, “i Vertici mondiali sull’ambiente degli ultimi anni non hanno risposto alle aspettative perché, per mancanza di decisione politica, non hanno raggiunto accordi ambientali globali realmente significativi ed efficaci”: il Vertice di Rio de Janeiro del 1992, la Convenzione di Basilea sui rifiuti pericolosi, la Convenzione di Vienna per la protezione dello strato di ozono, il Protocollo di Montreal e per finire la Conferenza “Rio+20” … “Urgono accordi internazionali che si realizzino”, ribadisce il Pontefice; “la miope costruzione del potere frena l’inserimento dell’agenda ambientale lungimirante all’interno dell’agenda pubblica dei governi”.
L’enciclica affronta la radice umana della crisi ecologica: partendo dall’enorme potere che offrono le nuove tecnologie, ma contestualmente riconoscendo alla tecnoscienza ben orientata la capacità di creare il bello, Papa Francesco analizza la crisi e le conseguenze dell’antropocentrismo moderno, al cui fianco “cresce un’ecologia superficiale o apparente”. Non si può non convenire sul fatto che è comodo (per tutti) pensare che quanto sta succedendo non è certo, o che le cose non siano tanto gravi e che il pianeta potrebbe rimanere per molto tempo nelle condizioni attuali. Si tratta di un “comportamento evasivo”, che ci serve per mantenere i nostri stili di vita, di produzione e di consumo.
La crisi ecologica non si può accontentare di risposte urgenti e parziali: ci deve essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita radicalmente nuovo. “La frammentazione del sapere … impedisce di individuare vie adeguate per risolvere i problemi più complessi del mondo attuale, soprattutto quelli dell’ambiente …”. Gli approcci devono essere multidisciplinari ed integrati.
Che ruolo ha il sistema giuridico, in questa panoramica tra scienza e religione, a servizio dell’ambiente? Il Papa è chiaro: “le leggi possono essere redatte in forma corretta, ma spesso rimangono come lettera morta. Si può dunque sperare che la legislazione e le normative relative all’ambiente siano realmente efficaci?”. Non si può pensare che la forza della legge sarà sufficiente ad evitare i comportamenti che colpiscono l’ambiente, perché quando la cultura si corrompe, le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare. In altre parole, “l’esistenza di leggi e norme non è sufficiente a lungo termine per limitare i cattivi comportamenti, anche quando esista un valido controllo. Affinché la norma giuridica produca effetti rilevanti e duraturi è necessario che la maggior parte dei membri della società l’abbia accettata a partire da motivazioni adeguate, e reagisca secondo una trasformazione personale”.
E’ in quest’ottica che si deve inserire l’educazione ambientale, che va sempre più allargando i suoi obiettivi, per creare una vera e propria “cittadinanza ecologica”: non ci si deve limitare alla mera informazione, bisogna far maturare delle abitudini ecologiche (coprirsi un pò di più anziché accendere il riscaldamento, cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare, condividere un medesimo veicolo tra varie persone, spegnere luci inutili, e così via).
Oltre a tutto questo, deve esistere una giustizia tra le generazioni, perché non possiamo parlare di sviluppo sostenibile senza una solidarietà fra le generazioni: “L’ambiente si situa nella logica del ricevere. È un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva”.
L’enciclica si conclude con un messaggio di speranza, perché il Papa è convinto che “meno è di più”: la sobrietà e l’umiltà, che non hanno goduto recentemente di positiva considerazione, possono restituirci un modo alternativo di intendere la qualità della vita, lontani dalla logiche dello sfruttamento ambientale e più vicini “alla relazione con le altre creature e con il mondo che li circonda”.

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