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Una responsabilità condivisa

(di Claudia Guidorzi)

Categoria: Sviluppo sostenibile

Serit arbores, quae alteri saeclo prosint.

Il tema della protezione dell’ambiente, finalità immanente ai moderni ordinamenti giuridici e ai dibattiti internazionali, si pone al centro di una fitta rete di conflitti tra diversi interessi, che richiede un costante bilanciamento di istanze antagoniste. Tuttavia, vi è un’istanza che, per sua intrinseca natura, non può essere posta in bilanciamento con nessun altra: è l’istanza di sopravvivenza.
La letteratura scientifica ha delineato scenari -per usare un eufemismo- poco rassicuranti per la vita sul nostro pianeta nei prossimi anni, la cui principale causa è da ricercarsi nel surriscaldamento terrestre, determinato delle attività umane. E’ il diuturno conflitto tra la tutela dell’ambiente e sviluppo economico.
In verità, sebbene sia costantemente riproposta  (a volte anche per sottrarsi ad assunzioni di responsabilità), la descrizione del rapporto tra ambiente e sviluppo in termini di conflittualità è del tutto erronea. L’imperativo della sostenibilità indica, infatti, che il progresso non è più altra cosa rispetto alla protezione dell’ambiente, da intendersi quest’ultima non come istanza seccamente riduttiva dello sviluppo economico, bensì come una politica di gestione e di pianificazione. La tutela dell’ambiente e la crescita economica devono riconoscersi come costitutivi di una stessa esistenza.
Sul concetto di sviluppo sostenibile, quale processo di cambiamento volto a raggiungere un equilibrio tra le tre dimensioni ambientale – sociale – economica, che permette di soddisfare i bisogni attuali senza compromettere le capacità delle generazioni future di soddisfare i loro, molto si è detto. Di fondamentale importanza il principio sotteso a questa definizione conosciuta e condivisa a livello mondiale: il principio di responsabilità.
La consapevolezza dell’insostenibilità del nostro modello di sviluppo, per consumo di materie prime e per produzione di inquinamento, ci deve indurre ad assumere la responsabilità del debito antropico accumulato e disancorare la crescita dal consumo di risorse[1].

            Ecologia, economia, energia…

L’economia attuale richiede un uso delle risorse naturali che non rispetta la resilienza ecologica, pertanto, se continueremo a consumare risorse al ritmo attuale, nel 2050 avremo bisogno dell’equivalente di due pianeti per sostenerci (rectius: sostenere il nostro attuale modello economico)[2]
Si pensi ad esempio al petrolio, risorsa di fondamentale importanza non solo quale carburante, ma anche per l’industria chimica e per la produzione di energia. La nostra economia è legata a doppio filo al petrolio e, conseguentemente, alla disponibilità dello stesso. La BP ritiene che il 1979 sia l’anno in cui abbiamo raggiunto il picco del petrolio disponibile pro capite. La scoperta di nuovi giacimenti al consumo degli esistenti, è vanificata dalla crescita della popolazione mondiale e dalla ingente domanda delle economie emergenti
[3].
Spesso non si considera che la risorsa-petrolio non è soltanto quella con cui riforniamo le nostre automobili o quella con cui produciamo energia elettrica, ma anche quella che alimenta l’ ‘energia nascosta’, ovverosia l’energia necessaria per produrre prodotti e servizi. Cosicché il petrolio diventa carta, plastica, alluminio, automobile, computer e…cibo[4].  Ma vi è di più. Il sistema produttivo, come ben sappiamo, ha impatti negativi sulle matrici ambientali, la cui prevenzione o la cui riparazione comporta un costo, quantificabile anch’esso in termini energetici.
Da un’analisi dell’intero ciclo di vita del bene[5] è possibile determinare i flussi di materia-energia che entrano (ed escono) e, conseguentemente, adottare strategie di gestione dei cicli produttivi, per raggiungere l’obiettivo della sostenibilità.
Per realizzare la transizione verso una green economy, per trasformare <<l’economia ecologica…in ecologia economica>>[6], siamo chiamati a porre in campo politiche e investimenti, in molteplici settori[7], tra cui le fonti rinnovabili[8], l’efficienza energetica ed ecoinnovazione nell’industria[9].
Questi temi sono parte anche dell’agenda dell’Unione Europea. Si inseriscono nell’ambito della strategia Europa 2020: una strategia per una crescita (COM(2010)2020)[10] e, più in generale, nell’ambito della riflessione politica sul ventennio successivo alla Conferenza di Rio de Janeiro, che si è tradotta nella Comunicazione della Commissione COM(2010)363 Rio+20: verso un’economia verde e una migliore governance.
Sull’ecoinnovazione, da intendersi come <<qualsiasi forma d’innovazione che si traduce o mira a tradursi in progressi significativi e dimostrabili verso l’obiettivo dello sviluppo sostenibile, riducendo le incidenze negative sull’ambiente, aumentando la resistenza alle pressioni ambientali o conseguendo un uso più efficace e responsabile delle risorse naturali>> (decisione n. 1639/2006/CE) di particolare rilievo è la Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo COM(2011)899 su Innovazione per un futuro sostenibile – Piano d’azione per l’ecoinnovazione (Eco-AP).  Il documento delinea i sette piani d’azione attraverso cui si concretizzerà la politica europea sul tema. La prima azione riguarda proprio un intervento sulle normative in materia ambientale nei settori strategici (risorse idriche, inquinamento dell’aria, gestione dei rifiuti, riciclaggio, cambiamento climatico), ed in particolare prevede un riesame della legislazione al fine di intervenire, laddove necessario, con modifiche volte a incentivare l’ecoinnovazione.
Sulle fonti rinnovabili, la recentissima relazione della Commissione (COM(2013)175) sui progressi nel campo delle energie rinnovabili, rispetto agli obiettivi fissati dalla direttiva 2009/28/CE. Positivo il giudizio della Commissione su questa fase iniziale, ma è necessario un ulteriore impegno per raggiungere l’obiettivo di produzione del 20% al 2020, sia in termini di semplificazione e trasparenze nelle procedure di autorizzazione e pianificazione sia per l’inclusione nel sistema elettrico dell’energia prodotta da fonti rinnovabili.
Recente è altresì la relazione della Commissione (COM(2013)225) sul tema dell’efficienza energetica negli edifici, già oggetto di intervento della dir. 2012/27/UE che impone agli Stati membri di istituire una strategia e investimenti a lungo termine per la ristrutturazione del parco immobiliare. L’edilizia è, come si legge nella relazione della Commissione, <<un punto focale della politica in materia di efficienza energetica, responsabile del 40% del consumo energetico finale e [al contempo] offre il secondo maggior potenziale di risparmi energetici realizzabili>>. E’ pertanto auspicabile un rafforzamento degli incentivi in tale settore, nonché una maggiore accessibilità agli stessi.
Quelli enumerati sono soltanto alcuni esempi delle novità, a livello europeo, in ambito energetico. Tuttavia gli economisti sottolineano il fatto che, nonostante siano numerose le innovazioni che caratterizzano il nostro secolo, ciò che manca è una trasformazione dal punto di vista energetico per poter uscire dall’era dei combustibili fossili, che hanno caratterizzato la seconda rivoluzione industriale, e realizzare pienamente la transizione verso il nuovo paradigma tecnico-scientifico che è la green economy.

            …ed equità.

<<Da qualche tempo è venuto di moda parlare di un’imminente crisi energetica. Questo eufemismo occulta una contraddizione e consacra un’illusione. Maschera la contraddizione che è implicita nel perseguire assieme l’equità e lo sviluppo industriale; fa salva l’illusione che la potenza della macchina possa sostituire indefinitamente il lavoro dell’uomo>>[11].
L’attualità di queste parole cela la loro vera età. Il saggio di Ivan Illich usciva su Le Monde nel 1973. L’equità si colora di un nuovo significato. Non soltanto equità nell’uso delle risorse, scelta necessaria per il futuro come si diceva pocanzi, ma anche ricerca di una nuova equità sociale. Lo stesso concetto viene ben espresso da Rifkin quanto parla di <<potere laterale, organizzato per nodi, in tutta la società>>[12].  Il cambiamento che ci viene richiesto è, in primis, culturale. Un recupero della convivialità per re-imparare a “fare di più con meno”. Ancora una volta si ha comprova di come il diritto dell’ambiente si caratterizza per essere o aspirare ad essere, essendo ancora incompleto e imperfetto il cammino, un diritto dell’equità e della solidarietà.
V
orrei terminare questa breve descrizione del nostro grigio orizzonte, con una parola di speranza: <<il fatto che l’uomo sia capace d’azione significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile>>[13].
Cogliamo questa esortazione, non sottraiamoci alle nostre responsabilità.



[1] S. LATOUCHE, La scommessa della decrescita, Milano, Feltrinelli Editore, p. 73. L’autore parla di a-crescita, ed esorta ad <<invertire radicalmente la rotta>> e <<abbandonare  radicalmente l’obiettivo della crescita per la crescita>>.

[2] In tal senso il prof. Frey durante la lezione. Alcuni dati per comprendere la portata del fenomeno. Nel 2008 dieci Paesi ricoprivano il 72,3% del consumo di energia primaria: Stati Uniti 21.3%, Cina 16.8%, Russia 6.2%; Giappone 4.7%; India 3.6%; Canada 2.9%; Germania 2.8%, Francia 2.3%, Corea del Sud 2.1%, Brasile 2.0%, Italia 1.6%.

[3] Sottolinea J. RIFKHIN, in La terza rivoluzione industriale, edito da Mondadori, che <<negli ultimi decenni abbiamo consumato 3,5 barili di petrolio per ogni barile di nuovo petrolio scoperto>>. Il rapporto IEA – World Energy Outlook 2011 osserva che <<l’era dei combustibili fossili è tutt’altro che terminata, ma il loro dominio diminuisce. Il consumo di tutte le fonti fossili aumenta, ma la loro percentuale sulla domanda globale di energia primaria diminuisce leggermente scivolando dall’81% nel 2010 al 75% del 2035>>. Nel medesimo rapporto anche i dati sulla crescita: di 1,7 miliardi di persone la crescita di persone mondiale, del 3.5% la crescita media annua dell’economia globale che genera una domanda più elevata di servizi energetici e di mobilità.

[4] Quantitativi di energia necessari per la produzione di..: carta 0.8 tep/t, plastica 1.5-3 tep/t, automobile 3 tep/t, pc 270 kg eq. di petrolio, grano 0.5 tep/t, riso 0.25 tep/t, verdura in serra 1 tep/t, carne di vitello 6 tep/t. L’energia necessaria per produrre un bene di consumo è, in alcuni casi, superiore all’energia che restituirà durante la sua vita.

[5] La metodologia Life Cycle Assessment consente di misurare tutti gli impatti ambientali del prodotto o servizio, a partire dalle materie prime necessarie per produrlo alla gestione del fine vita, al fine di ridurre gli impatti produttivi.

[6] A. SEGRE’, Economia a colori, Einaudi, 2012, p. 5 <<l’economia ecologica dovrebbe ribaltarsi, invertirsi, cambiare l’aggettivo in sostantivo e diventare ecologia economica. Una nuova prospettiva perché mette al centro del sistema non l’economia, ma l’ecologia…è una questione di prospettiva, e anche di proporzioni…una piccola rivoluzione, non soltanto grammaticale, ma di metodo. L’economia entra nell’ecologia, diventa un suo capitolo. Uno dei tanti>>.

[7] Il rapporto UNEP, Towards a green economy. Pathways to Sustainable Development and Poverty Eradication, definisce la green economy <<as one that results in improved human well-being and social equity, while significantly reducing environmental risks and ecological scarcities. In its simplest expression, a green economy is low-carbon, resource efficient, and socially inclusive>> e individua i dieci settori strategici per realizzarla: agricoltura, efficienza energetica, fonti rinnovabili, pesca, ecosistemi forestali,  econinnovazione nell’industria, turismo verde, mobilità sostenibile, riciclo e riduzione dei rifiuti, settore idrico.

[8] Al 2035 produrranno almeno 1/3 dell’energia elettrica necessaria. In tal senso il Rapporto IEA –  World Energy Outlook 2012, Executive Summary.

[9] La green growth è, quindi, un sottoinsieme della green economy, e richiede anch’essa incentivi all’innovazione che consenta una economia compatibile con la tutela del patrimonio naturale. Per un approfondimento si rimanda al rapporto OECD, Towards Green Growth.

[10]  Rilevante ai fini della presente trattazione, l’iniziativa faro dell’UE “un’Europa efficiente sotto il profilo delle risorse” (COM(2011)21),  per contribuire a scindere la crescita economica dall’uso delle risorse decarbonizzando la nostra economia, incrementando l’uso delle fonti di energia rinnovabile, modernizzando il nostro settore dei trasporti e promuovendo l’efficienza energetica.

[11] I. ILLICH, Per una storia dei Bisogni, Milano, Mondadori, 1982.

[12] J. RIFKIN, op.cit., p.10

[13] H.ARENDT, Vita activa.  La condizione umana, Bompiani, 2005.

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