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Gestione non autorizzata: i rifiuti possono essere sequestrati come corpo del reato?

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 03/07/2018
n. 29896

In tema di gestione non autorizzata di rifiuti, qualora sia stata ritenuta sussistente l'astratta possibilità del reato (nel caso di specie, sia per la natura delle cose sequestrate e sia per la dislocazione anomala in cui sono state rinvenute all'interno dell'azienda), il sequestro del corpo del reato di cui all'art. 253 cod. proc. pen. è obbligatorio in quanto mira a sottrarre all'indagato la disponibilità delle cose sulle quali, o mediante le quali, il reato è stato commesso, nonché di quelle che ne costituiscono il prodotto, il profitto o il prezzo, e si distingue dal sequestro delle cose pertinenti al reato, che è invece posto a tutela delle esigenze probatorie, ed è facoltativo. Di conseguenza, nell’ipotesi di gestione non autorizzata di rifiuti, di cui all’art. 256 del D.L.vo 152/2006, i rifiuti sequestrati non possono che ritenersi corpo del reato e, come tali, essenziali a fini probatori, per i dovuti accertamenti sulla loro natura, per la qualificazione del reato.


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Ritenuto in fatto

 

1.Il Tribunale di Firenze, con ordinanza del 22 settembre 2017, rigettava la richiesta di riesame proposta da S.N. avverso la convalida del P.M. presso il Tribunale di Firenze del 1 settembre 2017, del sequestro operato dai Carabinieri di una porzione di area dell'azienda S. con 3 cassoni in ferro vuoti ed altro cassone chiuso contenente rifiuti pericolosi e non, in modo ritenuto promiscuo e disomogeneo, oltre materiali vari - olio minerale e colorante industriale -. Il Procuratore della Repubblica, nella convalida, ha ritenuto il sequestro probatorio, mentre i Carabinieri avevano disposto il sequestro preventivo.

 

2.Ricorre per Cassazione S.N., tramite i propri difensori di fiducia, deducendo i motivi di seguito enunciati, nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall'art. 173, comma 1, disp. att., cod. proc. pen.

2.1. Mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione.

Il Tribunale del riesame, nella sua ordinanza, non ha integrato la motivazione del decreto di convalida del sequestro probatorio, potere che gli era peraltro interdetto, vista la radicale assenza di qualsiasi apparato argomentativo della convalida.

L'ordinanza impugnata, pertanto, non contiene alcuna motivazione circa l'utilità del sequestro ai fini di prova, così come nessuna motivazione era contenuta nel decreto di convalida del P.M.

il ragionamento posto a sostegno dell'ordinanza impugnata è soltanto apparente, fittizio e, in sostanza, inesistente, poiché si limita a ritenere sussistente la motivazione del decreto di convalida, anche se in maniera succinta.

2.2. Violazione di legge, art. 183, comma 1, lettera A), 179 d. Igs. 152/2006, in relazione all'art. 253, comma 2, cppp e della direttiva 2008/98/CE sui rifiuti.
Nell'ordinanza del Tribunale di Firenze non viene aggiunto niente, neanche in punto di qualificazione dei beni sequestrati come rifiuti. Il tribunale non motiva neppure sulla loro classificazione come corpo del reato, e tanto meno del perché si tratti di un deposito incontrollato di rifiuti. Il Tribunale doveva infatti rivalutare se le cose sequestrate rispondessero o meno alla definizione di rifiuto contenuta nell'articolo 183, comma 1, lettera a), d. Igs. 152/2006. Nessun cenno neanche sulle materie prime, olio minerale colorante industriale, erroneamente qualificate come corpo del reato è sottoposte a sequestro probatorio. Inoltre giudice del riesame sbaglia nel ritenere il fusto di olio esausto, di per sé rifiuto pericoloso. L'olio esausto invece è un residuo che può essere riutilizzato e non è di per sé un rifiuto.
Inoltre il deposito temporaneo all'interno dell'azienda non si configura mai come un'attività di gestione dei rifiuti, e pertanto non è soggetto a nessun tipo di autorizzazione.
Ha chiesto pertanto l'annullamento del provvedimento impugnato.

 

Considerato in diritto

 

3.Il ricorso risulta inammissibile perché proposto per vizi della motivazione, con motivi generici e manifestamente infondati; peraltro articolato in fatto.

 

4.Sia per il sequestro preventivo e sia per il sequestro probatorio è possibile il ricorso per cassazione unicamente per motivi di violazione di legge e non per vizio di motivazione.

Nel caso i giudizio i motivi di ricorso sulla sussistenza del reato risultano proposti per il vizio di motivazione del provvedimento impugnato, art. 606, comma 1, lettera E, del cod. proc. pen. (sia letteralmente e sia nella valutazione sostanziale del ricorso).

Il ricorso per Cassazione contro ordinanze emesse in materia di sequestro preventivo o probatorio è ammesso solo per violazione di legge, in tale nozione dovendosi comprendere sia gli "errores in iudicando" o "in procedendo", sia quei vizi della motivazione così radicali da rendere l'apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento o del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidoneo a rendere comprensibile l'itinerario logico seguito dal giudice. (Sez. 5, n. 43068 del 13/10/2009 - dep. 11/11/2009, Bosi, Rv. 245093; Sez. U, n. 25932 del 29/05/2008 - dep. 26/06/2008, Ivanov, Rv. 239692).

Nel caso in giudizio non ricorre una violazione di legge, e nemmeno l'apparenza della motivazione, e conseguentemente il ricorso deve ritenersi infondato.

Infatti il provvedimento impugnato contiene adeguata motivazione, non contraddittoria e non manifestamente illogica, con corretta applicazione dei principi in materia espressi da questa Corte di Cassazione: «tenuto conto che la convalida del sequestro in esame intervenuta proprio con la finalità di accertare la sussistenza del reato per cui si procede. Tale finalità risulta, peraltro, espressamente indicata, anche se in maniera succinta, nella motivazione dell'impugnato provvedimento, laddove si esplicita che l'opposizione del vincolo risponde ancor prima ad esigenze di carattere probatorio, risultando il sequestro necessario ai fini dell'accertamento del reato per cui si procede».

 

4.1. Quindi il prospettato difetto di motivazione, relativamente alla sussistenza del fumus commissi delícti, risulta manifestamente infondato, ricordandosi in proposito che, in tema di sequestro probatorio, il sindacato del giudice del riesame non può investire la concreta fondatezza dell'accusa, ma è circoscritto alla verifica dell'astratta possibilità di sussumere il fatto in una determinata ipotesi di reato e al controllo circa la qualificazione dell'oggetto sequestrato come corpus delicti e, quindi, all'esistenza di una relazione di immediatezza tra il bene stesso e l'illecito penale. (Sez. 3, n. 19141 del 08/04/2014, Villani, Rv. 26011201).

Alla luce del principio predetto, deve rilevarsi la legittimità del provvedimento impugnato, che specificamente indica gli elementi sulla base dei quali è stata ritenuta sussistente l'astratta possibilità del reato (sia per la natura delle cose sequestrate e sia per la dislocazione anomala in cui sono state rinvenute all'interno dell'azienda).

Del resto «Il decreto di sequestro probatorio delle cose che costituiscono corpo del reato deve essere sorretto, a pena di nullità, da idonea motivazione in ordine alla sussistenza della relazione di immediatezza tra la "res" sequestrata ed il reato oggetto di indagine, non anche in ordine alla necessità di esso in funzione dell'accertamento dei fatti, poiché l'esigenza probatoria del corpo del reato è in "re ipsa", a differenza del sequestro delle cose pertinenti al reato che necessita di specifica motivazione su quest'ultimo specifico aspetto. (In motivazione, la S.C. ha, tra l'altro, precisato che l'art. 253, comma primo, cod. proc. pen., ricollega teleologicamente la necessità di accertamento dei fatti solo all'apprensione delle cose pertinenti al reato, non anche al corpo di reato che si pone in collegamento diretto ed immediato con la fattispecie incriminatrice evocata, tanto da giustificare in via generale la previsione della confisca ex art. 240 cod. pen.)» (Sez. 2, n. 52259 del 28/10/2016 - dep. 07/12/2016, Esposito, Rv. 26873401; vedi però, per la necessità di specifica motivazione, Sez. 3, n. 11935 del 10/11/2016 - dep. 13/03/2017, Zamfir, Rv. 27069801, e Sez. 4, n. 54827 del 19/09/2017 - dep. 06/12/2017, Gigante, Rv. 27157901). I rifiuti sequestrati, infatti non possono che ritenersi corpo del reato, e come tali essenziali a fini probatori, per i dovuti accertamenti sulla loro natura, per la qualificazione dei reati: « Il sequestro del corpo del reato di cui all'art. 253 cod. proc. pen. ha carattere obbligatorio perché mira a sottrarre all'indagato la disponibilità delle cose sulle quali, o mediante le quali, il reato è stato commesso, nonché di quelle che ne costituiscono il prodotto, il profitto o il prezzo, e si distingue dal sequestro delle cose pertinenti al reato, che è invece posto a tutela delle esigenze probatorie, ed è facoltativo» (Sez. 2, n. 50175 del 25/11/2015 - dep. 21/12/2015, Scarafile, Rv. 26552601).

 

5.Il ricorrente ritiene configurabile un deposito temporaneo, ma il ricorso per cassazione sul punto risulta generico poiché non si riferisce al rispetto delle condizioni previste per i depositi temporanei, ma esprime solo dubbi soggettivi, ipotesi sfornite di elementi oggettivi. Inoltre era suo onere dimostrare la sussistenza delle condizioni di legge per il deposito temporaneo: "In tema di gestione dei rifiuti, l'onere della prova relativa alla sussistenza delle condizioni di liceità del deposito cosiddetto controllato o temporaneo, fissate dall'art. 183 d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, grava sul produttore dei rifiuti, in considerazione della natura eccezionale e derogatoria di tale deposito rispetto alla disciplina ordinaria". (Sez. 3, n. 35494 del 10/05/2016 - dep. 26/08/2016, Di Stefano, Rv. 26763601). Nessun riferimento a criteri oggettivi per la qualificazione di deposito temporaneo, è stato prospettato nel ricorso per cassazione, o sottoposto al giudice del riesame.

Alla dichiarazione di inammissibilità consegue il pagamento in favore della cassa delle ammende della somma di C 2.000,00, e delle spese del procedimento, ex art 616 cod. proc. pen.
[omissis]

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