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Abbandono rifiuti e attività di gestione rifiuti non autorizzata: quale rapporto?

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 15/05/2020
n. 15234

Pur essendo comuni alle fattispecie di cui agli artt. 255 e 256 del D.L.vo n. 152/2006 le condotte di abbandono, deposito e immissione di rifiuti commesse da privati possono essere ritenute soggette alla sanzione amministrativa ex art. 255; laddove, invece, a violare il divieto siano titolari di imprese o enti, tali condotte saranno punite con la sanzione penale, ex art. 256, comma 2. In altri termini, qualora la condotta venga posta in essere da soggetto qualificato, il giudice dovrà procedere all'applicazione della norma penale - avente carattere di specialità rispetto a quella che prevede l'illecito amministrativo - infliggendo la sanzione penale alternativa dell'ammenda o dell'arresto, se trattasi di rifiuti non pericolosi, o congiuntamente se trattasi di rifiuti pericolosi. (Nel caso di specie, la Cassazione ha ritenuto che, in considerazione della qualifica di legale rappresentante della società di demolizione rivestita dalla ricorrente al momento dell'abbandono dei materiali, il fatto è stato correttamente qualificato quale violazione del richiamato art. 256, comma 2, con applicazione della pena dell'ammenda, in virtù della natura non pericolosa dei rifiuti).


Leggi la sentenza

 

Ritenuto in fatto

 

  1. Con sentenza del 13 maggio 2019, il Tribunale di Gela ha condannato l'imputata alla pena di euro 10.000,00 di ammenda in relazione al reato di cui all'art. 256 del d.lgs. n. 152 del 2006, poiché, quale amministratore unico della società "L. Demolizioni s.r.l.", realizzava un sito della superficie di mq. 200 circa, senza la prescritta autorizzazione, all'interno del quale effettuava la raccolta sistematica di parti in plastica di vario genere provenienti dalla demolizione di autoveicoli, tra le quali: paraurti, cruscotti, galleggianti, materiali ferrosi, serbatoi di carburante e altri rifiuti di vario genere.

 

  1. Ha proposto ricorso per Cassazione l'imputata, tramite il difensore, chiedendo l'annullamento della sentenza.

 

2.1. Si deducono, con una prima doglianza, l'inosservanza dell'art. 256 del d.lgs. n. 152 del 2006 e il vizio di motivazione. Secondo la prospettazione difensiva, il Tribunale avrebbe erroneamente ritenuto che l'area su cui insistevano i beni depositati non rientrasse in quella autorizzata ad essere adibita a centro di rottamazione, senza acquisire adeguati riscontri probatori a sostegno di tale assunto. Al contrario, dalle dichiarazioni del teste Stuto, che aveva proceduto all'accertamento, sarebbe emerso che l'area di circa 180 mq di estensione ove erano stati rinvenuti i materiali, rientrava nella maggiore area di 18.030 mq della particella catastale 299, foglio 66, del territorio di Mazzarino, quale luogo destinato all'esercizio dell'attività di demolizione gestita dall'imputata. Parimenti, l'impiego del terreno per il deposito e la rottamazione dei veicoli, sarebbe risultato dalla classificazione del P.R.G, ove l'area, destinata a discarica, veniva identificata con la sigla D14. 2.2. Con un secondo motivo, si lamentano l'inosservanza degli art. 255 e 256 del d.lgs. n. 152 del 2006 e il vizio di motivazione. Si sostiene che il Tribunale avrebbe dovuto al più qualificare la condotta contestata all'imputata quale violazione del richiamato art. 255, applicando, di conseguenza, la più favorevole sanzione amministrativa. In particolare, in considerazione della natura di illecito amministrativo comune della fattispecie punita da tale disposizione, non si ritiene condivisibile la limitazione che sarebbe stata applicata sul punto dal giudicante, secondo cui l'illecito de quo non potrebbe avrebbe quale soggetto attivo i titolari di imprese o enti. Parimenti, si sostiene che il riferimento alla condotta di abbandonano e di deposito incontrollato di rifiuti di cui all'art. 256, comma 2, mal si concilierebbe con le risultanze degli accertamenti processuali ed in particolare con la classificazione e la suddivisione in diverse categorie dei materiali rinvenuti.

2.3. Con un terzo motivo, si censurano la violazione degli artt. 256 del d.lgs. n. 152 del 2006, 131-bis cod. pen. e il vizio di motivazione. Si contesta l'omessa applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, cui, invece, avrebbe dovuto condurre una serie di elementi di segno positivo, avuto riguardo all'incensuratezza dell'imputata, all'assenza di inquinamento del terreno, alla minima offensività, alla concessione delle circostanze attenuanti generiche, nonché all'avvenuta rimessione in pristino dello stato dei luoghi. A ciò la prospettazione difensiva aggiunge che l'area, anche qualora ritenuta priva della necessaria autorizzazione, è compresa in zona assentita dallo strumento urbanistico, con evidenti ricadute sulla sussistenza dell'elemento psicologico del reato.

 

 

Considerato in diritto

 

  1. Il ricorso è inammissibile.

 

1.1. Il primo motivo - con cui si lamenta la mancata considerazione del fatto che l'area in questione doveva ritenersi autorizzata per lo smaltimento dei rifiuti, anche in considerazione delle previsioni dello strumento urbanistico - è inammissibile, perché il ricorrente si limita a ricalcare le censure già motivatamente disattese nel precedente grado di giudizio, sollecitando questa Corte a una rivalutazione nel merito della questione, preclusa in sede di legittimità (ex plurimis, Sez. 3, n. 30464 del 18/03/2015). In ogni caso, le censure formulate risultano prive di fondamento, in quanto la pronuncia del Tribunale risulta pienamente logica e coerente nella valutazione degli elementi probatori. Si evidenzia, in particolare, che, dai rilievi fotografici e dalle specifiche misurazioni effettuate dai tecnici, volte a confrontare la consistenza del materiale rinvenuto con la planimetria e le autorizzazioni depositate presso il Comune, era emersa l'esistenza di un terrazzamento in terra battuta di forma triangolare - avente lunghezza pari a 60 m, larghezza media circa di 3 m e superficie di circa 200 m - sul quale si trovava materiale abbandonato e non prontamente riutilizzabile. Si trattava, nello specifico, di elementi in plastica provenienti dalla demolizione di autoveicoli e segnatamente paraurti, cruscotti, galleggianti e parti interne di autoveicoli e tale appezzamento di terreno era situato a ridosso del capannone di proprietà della società di cui la ricorrente è legale rappresentante, interamente recintato e autorizzato quale luogo di rottamazione, all'interno del quale erano stati rinvenuti materiali che presentavano caratteristiche diverse da quelli situati sul terrazzamento, essendovi stati collocati pezzi di veicoli previamente selezionati e risultati ancora utilizzabili. Parimenti, attraverso opportuni accertamenti, il Tribunale ha riscontrato che, nonostante la destinazione urbanistica fosse classificata con la sigla D 14, la superficie in questione non rientrava nell'ambito dell'area che poteva essere adibita a luogo di rottamazione in base a specifica autorizzazione, né dalla prospettazione della ricorrente è possibile ricavare elementi dai quali desumere l'erroneità di tale assunto. Essa, infatti, non consente di trarre con sufficiente grado di certezza la prova che l'area ricadesse all'interno di quella opportunamente autorizzata, non essendo allegata alcuna documentazione, né svolgendosi precise argomentazioni che consentano di definire l'esatta portata dell'autorizzazione, e risultando, al contrario, del tutto generica sul punto, in quanto si limita ad affermare in astratto che l'area in questione fosse zona assentita dallo strumento urbanistico.

 

 

1.2. La seconda doglianza, con la quale si lamenta la mancata riconduzione della fattispecie all'illecito amministrativo di cui all'art. 255 del d.lgs. n. 152 del 2006 e il vizio di motivazione, è parimenti inammissibile. È opportuno precisare che, pur essendo comuni alle fattispecie di cui agli artt. 255 e 256 del d.lgs. n. 152 del 2006 le condotte di abbandono, deposito e immissione di rifiuti, le sole violazioni commesse da privati possono essere ritenute soggette alla sanzione amministrativa ex art. 255; laddove, invece, a violare il divieto siano titolari di imprese o enti, tali condotte saranno punite con la sanzione penale, ex art. 256, comma 2. Le peculiari qualifiche soggettive rivestono, quindi, nell'ambito della fattispecie di cui all'art. 256 del d.lgs. n. 152 del 2006, il ruolo di elemento specializzante rispetto alla ipotesi di cui al precedente art. 255, comma 1, che, peraltro, si apre proprio con la clausola di riserva "fatto salvo quanto disposto dall'art. 256, comma 2".

In altri termini, qualora la condotta tipizzata venga posta in essere da soggetto qualificato, il giudice dovrà procedere all'applicazione della norma penale - avente carattere di specialità rispetto a quella che prevede l'illecito amministrativo - infliggendo la sanzione penale alternativa dell'ammenda o dell'arresto, se trattasi di rifiuti non pericolosi, o congiuntamente se trattasi di rifiuti pericolosi (Sez. 3, n. 11595 del 22/02/2012). Nel caso di specie, in considerazione della qualifica di legale rappresentante della società di demolizione rivestita dalla ricorrente al momento dell'abbandono dei materiali, nonché dell'ubicazione dei materiali stessi, i quali erano stati collocati nell'area adiacente al capannone adibito a luogo di rottamazione, il fatto è stato correttamente qualificato quale violazione del richiamato art. 256, comma 2, con applicazione della pena dell'ammenda, in virtù della natura non pericolosa dei rifiuti.

 

1.3. Il terzo motivo, con il quale si lamenta la mancata applicazione dell'art. 131-bis cod., è del pari inammissibile. Deve rilevarsi che, ai fini dell'applicabilità della causa di esclusione della punibilità di cui all'art. 131-bis, non è sufficiente una mera valutazione di lieve entità del reato, essendo altresì necessario un complessivo giudizio di minima offensività, avuto riguardo alle modalità della condotta, al grado di colpevolezza e all'entità del danno o del pericolo (ex plurimis, Sez. 5, n. 15658 del 14/12/2018, Rv. 275635; Sez. 3, n. 17184 del 14/10/2015). Parimenti, in una siffatta valutazione, è da escludersi che possa assumere efficacia dirimente il dato relativo all'incensuratezza dell'imputato, né può trarsi alcun elemento valutativo idoneo a escludere o a sostenere la ricorrenza delle condizioni per l'applicabilità dell'art. 131-bis, c.p., dal diniego ovvero dal riconoscimento delle attenuanti generiche, attenendo queste ultime a profili soggettivi del reo (ex multis, Sez. 3, n. 388/2019 del 20 settembre 2018). Sulla base di tali considerazioni, la motivazione adottata dal decidente ai fini dell'esclusione della causa di non punibilità non presenta profili di illogicità, avendo il giudice ritenuto di non poterla applicare in considerazione dell'ingente quantitativo di rifiuti speciali depositati illecitamente dall'imputata, elemento sintomatico del pericolo concreto e attuale di danno cui è stato esposto il patrimonio ambientale e paesaggistico. Altrettanto coerentemente, ha ritenuto di poter valutare l'impegno assunto dall'imputata, attraverso lo svolgimento di attività di bonifica dello stato dei luoghi, quale elemento utile ai fini della concessione delle circostanze attenuanti generiche ex art. 62-bis.

 

  1. In forza di quanto precede, il ricorso deve essere dunque ritenuto inammissibile. E deve ricordarsi che l'inammissibilità del ricorso per cassazione preclude la possibilità di rilevare d'ufficio, ai sensi degli artt. 129 e 609, comma secondo, cod. proc. pen., l'estinzione del reato per prescrizione, anche qualora maturata in data anteriore alla pronuncia della sentenza di appello, ma non rilevata né eccepita in quella sede e neppure dedotta con i motivi di ricorso (Sez. U, n. 12602 del 17/12/2015, dep. 25/03/2016, Rv. 266818 - 01).

Tenuto conto della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che "la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità", alla declaratoria dell'inammissibilità medesima consegue, a norma dell'art. 616 cod. proc. pen., l'onere delle spese del procedimento nonché quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in C 2.000,00.

 

 

(Omissis)

 

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