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Attività di gestione non autorizzata e sequestro preventivo su cose di proprietà di terzi

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 24/04/2020
n. 12874

Il sequestro preventivo impeditivo, non finalizzato alla confisca, implica l'esistenza di un collegamento tra il reato e la cosa e non tra il reato e il suo autore, sicché possono essere oggetto del provvedimento anche le cose in proprietà di un terzo, estraneo all'illecito ed in buona fede, se la loro libera disponibilità sia idonea a costituire pericolo di aggravamento o di protrazione delle conseguenze del reato ovvero di agevolazione della commissione di ulteriori fatti penalmente rilevanti. (Nel caso di specie era stato disposto il sequestro preventivo di un'area adiacente ad un'autofficina, sulla quale insistevano alcuni veicoli ritenuti in stato d'abbandono così che nei confronti del titolare dell'autofficina non proprietario dell’area, era stato ipotizzato il reato di raccolta e deposito non autorizzato di rifiuti speciali pericolosi di cui all'art. 256, comma 2, D.L.vo 152/2006).


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Ritenuto in fatto e considerato in diritto

 

  1. Con ordinanza 19 settembre 2019, il Tribunale di Latina ha respinto la richiesta di riesame proposta dall'odierno ricorrente avverso il decreto con cui il G.i.p. dello stesso Tribunale aveva disposto il sequestro preventivo di un'area di circa 110 mq., adiacente ad un'autofficina, sulla quale insistevano alcuni veicoli ritenuti in stato d'abbandono sì che nei confronti del titolare dell'autofficina - figlio dell'odierno ricorrente - era stato ipotizzato il reato di raccolta e deposito non autorizzato di rifiuti speciali pericolosi di cui all'art. 256, comma 2, d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152.

 

  1. Avverso detta ordinanza, a mezzo del difensore fiduciario, ha proposto ricorso per cassazione Bambino Tocci, quale terzo estraneo al reato e proprietario dell'area in questione, deducendo, con unico motivo, il vizio di mancanza e contraddittorietà della motivazione, in relazione alla violazione dell'art. 321, comma 1, cod. proc. pen. In particolare, il ricorrente lamenta la mancanza di motivazione quanto al fumus del ritenuto reato con riguardo alla qualifica di rifiuti dei veicoli parcheggiati nell'area - tutti muniti di targa, iscritti al P.R.A. e riconducibili a ben individuati proprietari - ed alla riconducibilità degli stessi, e degli ulteriori materiali, ritenuti rifiuti meccanici, al loro interno rinvenuti, all'attività di auto riparazioni gestita dal figlio Q. T., con conseguente non configurabilità neppure del periculum. Si lamenta, inoltre, che l'ordinanza abbia senza motivazione affermato il coinvolgimento del ricorrente nelle vicende oggetto di procedimento.

 

  1. Il ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza, genericità e perché proposto per motivi non consentiti.

 

 

3.1. L'ordinanza attesta che l'area sottoposta a sequestro era occupata da "veicoli in oggettivo stato di abbandono" all'interno dei quali erano ammassati «rifiuti meccanici provenienti da attività di auto-riparazione (quali filtri, manicotti imbrattati di olio, parti meccaniche, guarnizioni, motori non bonificati e contenenti oli esausti, radiatori dismessi con all'interno liquidi refrigeranti, impianti frenanti con dischi e pasticche contenenti amianto, bidoni solventi, materiale metallico vario, materiale plastico, pneumatici e cerchioni»), sì da far ritenere uno stringente nesso di pertinenzialità rispetto al reato contestato al titolare dell'adiacente autofficina, figlio del proprietario dell'area e odierno ricorrente.

 

L'ordinanza, quindi, reca una motivazione effettiva - con cui il ricorrente non si confronta - sul fumus del reato ipotizzato e sul periculum di prosecuzione della condotta qualora l'area non venga sottratta alla disponibilità, anche di fatto, di chi l'ha sino ad ora utilizzata per realizzarvi un deposito incontrollato di rifiuti. Del resto, in forza dell'art. 325 cod. proc. pen., essendo il ricorso per cassazione ammissibile solo per violazione di legge (Sez. 3, n. 45343 del 06/10/2011, Moccaldi e a., Rv. 251616) ed essendo quindi deducibile soltanto l'inesistenza o la mera apparenza della motivazione, ma non anche la sua illogicità manifesta, ai sensi dell'art. 606, comma primo, lettera e), cod. proc. pen. (Sez. 2, n. 5807 del 18/01/2017, Zaharia, Rv. 269119), il giudice di legittimità non può procedere ad un penetrante vaglio sulla motivazione addotta nel provvedimento impugnato.

 

3.2. Al di là del fugace rilievo contenuto nell'ordinanza, circa la non sicura estraneità del ricorrente alle vicende in contestazione - rilievo giustificato dallo strettissimo legame di parentela con l'indagato, e comunque irrilevante ai fini che qui interessano - il provvedimento correttamente richiama il condivisibile principio secondo cui il sequestro preventivo impeditivo, non finalizzato alla confisca, qual è quello di specie, implica l'esistenza di un collegamento ° tra il reato e la cosa e non tra il reato e il suo autore, sicché possono essere oggetto del provvedimento anche le cose in proprietà di un terzo, estraneo all'illecito ed in buona fede, se la loro libera disponibilità sia idonea a costituire pericolo di aggravamento o di protrazione delle conseguenze del reato ovvero di agevolazione della commissione di ulteriori fatti penalmente rilevanti (Sez. 3, n. 57595 del 25/10/2018, Cervino, Rv. 274691; Sez. 3, n. 40480 del 27/10/2010, Orlando e a., Rv. 248741; Sez. 5, n. 11287 del 22/01/2010, Rv. 246358).

 

  1. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso, tenuto conto della sentenza Corte cost. 13 giugno 2000, n. 186 e rilevato che nella presente fattispecie non sussistono elementi per ritenere che la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, consegue, a norma dell'art. 616 cod. proc. pen., oltre all'onere del pagamento delle spese del procedimento anche quello del versamento in favore della Cassa delle Ammende della somma equitativamente fissata in Euro 2.000,00.

 

 

(Omissis)

 

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