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Violazione delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni: è sufficiente la mera inosservanza.

Categoria: Rifiuti
Autorità: Cass. Pen. Sez. III
Data: 10/07/2019
n. 30397

In tema di gestione dei rifiuti, il reato di cui all'art. 256, comma quarto, D.L.vo n.152/2006, che sanziona l’inosservanza delle prescrizioni contenute nell'autorizzazione, si configura attraverso la mera inosservanza delle stesse; non risulta pertanto necessario che il comportamento non conforme alle prescrizioni sia anche idoneo a recare un concreto pregiudizio all’ambiente.  


Leggi la sentenza

Ritenuto in fatto

 

1.Con sentenza del 16/07/201, il Tribunale di Brescia dichiarava P. L. responsabile del reato di cui agli artt. 81 cod. pen. e 256 comma 1 lett. a) e comma 4 d.lgs n. 152/2006 in relazione all'art. 256 comma 3 dello stesso d.lgs perché nella qualità di amministratore unico della P. A. gestendo l'attuazione del progetto di recupero ambientale contenuto nel piano di adeguamento della discarica, ai sensi dell'art. 17 comma 4 d.lgs 36/2003, approvato con atto dirigenziale n. 2121 del 30.6.2009 della provincia di Brescia, poneva in essere una attività non autorizzata di gestione rifiuti non pericolosi per l'utilizzazione degli stessi nel recupero ambientale dell'impianto e per essere la copertura posata non conforme nella stratigrafia a quella autorizzata nel citato atto dirigenziale - e la condannava alla pena di euro 1.000,00 di ammenda.

 

2.Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione P.L., articolando i motivi di seguito enunciati.

La ricorrente deduce violazione degli artt. 42 e 43 cod.pen. e correlato vizio di motivazione.

Argomenta che tutta la parte della motivazione della sentenza dedicata alla valutazione delle deduzioni difensive, che evidenziavano la concreta inoffensività della condotta e la sua assoluta inesigibilità, era viziata perché il Tribunale, nel disattenderle, non aveva fatto buon governo dei principi afferenti l'imputazione soggettiva del reato ed applicando erroneamente gli artt. 42 e 43 del codice penale; in particolare risultano illogiche le seguenti affermazioni: erroneamente ed illogicamente il Tribunale considerava attestazione di parte la relazione annuale imposta al gestore dall'art. 13, comma 5 del d.lgs 36/2003; la valutazione del rischio di futuri dissesti geomorfologico era sorretta da considerazioni generiche, superficiali e di carattere congetturale né si era tenuto conto del contenuto della relazione annuale presentata alla Provincia di Brescia; era erronea l'affermazione che l'inesigibilità della condotta sarebbe stata dedotta solo sulla base dell'onerosità dell'intervento e delle difficoltà pratiche legate alla sua esecuzione in una zona di montagna; era stata operata la selezione di alcune condotte poste in essere dall'imputata senza la valutazione del contesto complessivo della vicenda e, in particolare, del procedimento amministrativo di lunghissima durata, che affondava le sue radici nell'anno 2003, momento di cessazione dei conferimenti nella discarica; era illogica ed erronea la conclusione tratta dal Tribunale e, cioè, che l'imputata avrebbe serbato un atteggiamento deliberatamente ed artatamente dilatorio sin dall'inizio al solo scopo si conseguire a posteriori una successiva legittimazione da parte dell'ente territoriale della sua condotta di inottemperanza alle prescrizione ricevute.

 

Chiede, pertanto, l'annullamento della sentenza impugnata.

 

Considerato in diritto

 

1.Il ricorso va dichiarato inammissibile.

 

2.La ricorrente, attraverso una formale denuncia di violazione di legge e vizio di motivazione, richiede sostanzialmente una rivisitazione, non consentita in questa sede, delle risultanze processuali.

 

Nelle censure proposte, in sostanza, si espongono doglianze, le quali si risolvono in una mera rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione impugnata, sulla base di diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, senza individuare vizi di logicità, ricostruzione e valutazione, quindi, precluse in sede di giudizio di cassazione (cfr. Sez. 1, 16.11.2006, n. 42369, De Vita, Rv. 235507; sez. 6, 3.10.2006, n. 36546, Bruzzese, Rv. 235510; Sez. 3, 27.9.2006, n. 37006, Piras, Rv. 235508).

 

3.Tuttavia, nel rammentare che la Corte di Cassazione è giudice della motivazione, non già della decisione ed esclusa l'ammissibilità di una rivalutazione del compendio probatorio, va, al contrario, evidenziato che la sentenza impugnata, rispondendo alle censure difensive qui riproposte, ha fornito logica e coerente motivazione in ordine alla sussistenza del reato contestato, con argomentazioni prive di illogicità (tantomeno manifeste) e di contraddittorietà (cfr, in particolare, pag 4, 5 e 6 della sentenza impugnata, ove il Tribunale argomenta in ordine alla infondatezza delle deduzioni difensive volte a contestare la concreta offensività della condotta ed a prospettare l'inesigibilità di un comportamento alternativo ), nonché in linea con i principi di diritto affermati da questa Corte in subiecta materia.

 

4.Con riferimento alla valutazione della concreta offensività della condotta, va ricordato che, in tema di gestione dei rifiuti, il reato di cui all'art. 256, comma quarto, D.Lgs. 3 aprile 2006 n. 152, gestione dei rifiuti con inosservanza delle prescrizioni dell'autorizzazione, ha natura di reato di mera condotta, per la cui integrazione non assume rilievo l'idoneità della condotta a recare concreto pregiudizio al bene finale, atteso che il bene protetto è anche quello strumentale del controllo amministrativo da parte della pubblica amministrazione (Sez.3, n.15560 del 14/03/2007, Rv.236341, conf. Sez 3 n. 10732 del 13.3.2015, Calaon e Sez. 3 del 21.2.2011, Mariottini ed altro); quanto alla inesigibilità della condotta, va ricordato che, in tema di rifiuti, la giurisprudenza di questa Corte ha sempre escluso l'applicabilità del principio di non esigibilità di una condotta diversa –sia che lo si voglia ricollegare alla ratio della colpevolezza riferendolo ai casi in cui l'agente operi in condizioni soggettive tali da non potersi da lui "umanamente" pretendere un comportamento diverso, sia che lo si voglia ricollegare alla ratio dell'antigiuridicità riferendolo a situazioni in cui non sembri coerente ravvisare un dovere giuridico dell'agente di uniformare la condotta al precetto penale - precisando che esso non può trovare collocazione e spazio al di fuori delle cause di giustificazione e delle cause di esclusione della colpevolezza espressamente codificate, in quanto le condizioni e i limiti di applicazione delle norme penali sono posti dalle norme stesse senza che sia consentito al giudice di ricercare cause ultralegali di esclusione della punibilità attraverso l'"analogia juris"; la questione della inesigibilità della condotta è stata, quindi, ricondotta nell'ambito di applicazione della causa di giustificazione dello stato di necessità, ipotesi, nella specie, non ricorrente ( cfr Sez.3, n.33585 del 08/04/2015, Rv.264440; Sez.3, n.14747 del 11/03/2008, Rv.239974, Sez.6, n.973 del 02/04/1993, Rv.194384).

 

3.Essendo il ricorso inammissibile e, in base al disposto dell'art. 616 cod. proc. pen, non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13.6.2000), alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria nella misura, ritenuta equa, indicata in dispositivo.

 

(Omissis)

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